Basta un errore stupido, uno di quelli che accade per sfiga e che sarebbe potuto accadere a chiunque ma che invece accade nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, per innescare il disastro. È esattamente ciò che accade in The Chair Company, nuova comedy di HBO creata da Tim Robinson e Zach Kanin che porta all’estremo il concetto di “non lasciar perdere mai nulla” e lo trasforma in una spirale tragicomica.
Il protagonista, William Ronald Trosper (per tutti Ron) interpretato dallo stesso Robinson, dopo il primo discorso di fronte a tutta l’azienda sul palco, ritorna a sedersi ma la sedie si rompe e lui cade, letteralmente come un pero, di fronte a tutti. È un episodio di poco conto, ovviamente imbarazzante, ma è uno di quelli che chiunque racconterebbe al partner la sera per riderci su e che sparirebbe dalla memoria in una settimana. Ma Ron non è un “chiunque”, Ron è quel tipo di persona che rifiuta di ammettere di aver sbagliato e che, pur di non perdere la faccia, preferisce scavarsi la fossa con le proprie mani.
“Stop looking into the fucking chair company!”
LA COMEDY DELL’ANNO?
Fin dalle prime scene si respira quell’umorismo assurdo, scomodo e quasi claustrofobico tipico dello stile di Robinson. Non è una comicità per tutti: fa ridere sogghignare e stringere i denti allo stesso tempo, come se si fosse intrappolati in un loop di imbarazzo crescente. Ed è esattamente questa la forza della serie che espande i toni grotteschi di I Think You Should Leave With Tim Robinson in un formato seriale a otto episodi da mezz’ora ciascuno, il tutto però inserendo una cospirazione di un’azienda di sedie da ufficio.
Man mano che l’episodio procede, la piccola figuraccia diventa per Ron una questione personale, poi una crociata morale e infine una cospirazione globale. Convinto di essere vittima di un complotto, inizia a investigare su ogni dettaglio con un’ossessione crescente, trascurando lavoro e famiglia pur di provare a se stesso (e a chiunque altro) di avere ragione. La cosa ironica è che — almeno in parte — ha ragione davvero.
La serie non si limita a raccontare la parabola assurda di un uomo che non sa mollare: The Chair Company è anche un ritratto lucidissimo di certi meccanismi mentali e sociali contemporanei. Ron è l’archetipo dell’uomo bianco di mezza età, fragile, permaloso e ossessionato dal proprio status, disposto a distruggere la sua vita pur di trovare un colpevole esterno per i suoi errori. Un personaggio grottesco ma allo stesso tempo stranamente riconoscibile.
Ed è proprio qui che la serie sorprende. The Chair Company è banale, sì, ma è una banalità che colpisce nel segno perché parla di situazioni quotidiane, di colleghi molesti, figuracce sul lavoro e piccole ossessioni che nella testa diventano montagne. E il richiamo a The Office c’è ed è innegabile. È un tipo di comicità che, per quanto assurda, è radicata nella routine d’ufficio e nella psicologia di chi quella routine la vive ogni giorno. Gli spettatori più adulti, quelli che passano otto ore al giorno circondati da dinamiche lavorative spesso ridicole, coglieranno immediatamente il potere intrinseco di questa banalità: The Chair Company fa (sor)ridere perché, in fondo, ci si riconosce.
VITA DA UFFICIO
Non mancano i comprimari a dare ulteriore colore al microcosmo aziendale. La moglie Barb (Lake Bell), i figli Seth (Will Price) e Natalie (Sophia Lillis) e un contorno di colleghi e personaggi tipici da ufficio: tutti sembrano vivere nella più normale banalità lavorativa, spesso collegata a piccoli ma significativi gesti che diventano importantissimi all’interno di un contesto quotidiano che difficilemente cambia ma che allo stesso tempo è anche fonte di gossip e inside gag. E questa sottile tensione tra normalità e assurdo è ciò che rende il tono unico.
La regia di Andrew DeYoung asseconda perfettamente questa atmosfera: camera ravvicinata, gesti enfatizzati, espressioni sopra le righe. Ogni scena sembra oscillare tra realismo e caricatura, come se i personaggi fossero alieni travestiti da impiegati e cercassero disperatamente di comportarsi da esseri umani.
Il colpo di scena finale — necessario e piazzato con intelligenza — dà finalmente alla trama orizzontale un vero slancio. Non è uno shock da thriller, ma funziona: chiude la puntata con una promessa di escalation e trasforma l’imbarazzo da microdramma personale a qualcosa di più grande e potenzialmente pericoloso.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
|
|
The Chair Company non è una comedy “comoda”, ma è proprio questo il punto: trasforma piccole umiliazioni da quotidiano d’ufficio in una saga tragicomica che colpisce perché familiare. È un bagno nell’assurdo che fa ridere e inquieta allo stesso tempo. E il finale promette che il meglio — o il peggio — deve ancora arrivare.
