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Star Trek: Picard 2×10 – FarewellTEMPO DI LETTURA 6 min

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Star Trek Picard 2x10Farewell. Addio.
Così si intitola l’episodio che ha il duplice compito di congedare gli spettatori dalla seconda annata di Star Trek: Picard e di segnare l’uscita di scena di un personaggio del calibro di Q. Mai nome poteva essere più azzeccato.
Al contempo, “Farewell” si porta dietro una serie di problemi e di domande sul futuro dello show, nonché sulla sua collocazione nell’universo trekkiano. Le retcon e gli stravolgimenti a volte non richiesti, la tendenza a far fuori mostri sacri del passato (prima Data, adesso Q), i pasticci con la continuity sono lì in bella mostra, e non basta qualche ruffianesca citazione a nasconderle. Nemmeno se si tratta di un accenno alla genesi di Khan infilata a tradimento nella sottotrama del dottor Soong.
Insomma, il finale di stagione riassume bene molti dei pregi e soprattutto dei difetti dell’intera serie.

PICARD


Il 28 settembre del 1987 andò in onda il doppio pilot “Encounter at Fairpoint”. La saga di Star Trek ripartiva in televisione e lo faceva con un nuovo equipaggio, una nuova epoca e un nuovo capitano: Jean-Luc Picard. Interpretato da uno dei più grandi attori shakesperiani dell’epoca, quel sir Patrick Stewart che gli appassionati di fantascienza conoscevano già per il ruolo di Gurney Alleck nel Dune di David Lynch e che i nerd della successiva generazione avrebbero associato al professor Charles Xavier.
Quel nuovo capitano serio, composto e freddo era così diverso dal sanguigno e macho Kirk, cosa che spiazzò non poco i fan. E la serie televisiva che porta il suo nome ha cercato finalmente di dare una spiegazione a quella freddezza, a quella compostezza. La seconda stagione di Star Trek: Picard è stata di fatto un percorso di scavo interiore che ha portato alla luce i vecchi traumi e le sofferenze che hanno reso Jean-Luc l’uomo che è stato e che si è imparato ad apprezzare.
Ma “Farewell” è anche un nuovo inizio, reso possibile tornando indietro nel tempo e confrontandosi con i propri dolori irrisolti. In un certo senso, si tratta di una prosecuzione di quanto già successo nel finale della scorsa stagione: lì Picard superava la malattia mortale acquisendo un nuovo corpo, qui invece rinasce nella sua dimensione interiore. Ovviamente non si può cancellare il passato, ma si può cominciare a costruire un nuovo futuro, relazionandosi diversamente con le persone che si hanno intorno.

Q


In quel doppio pilot di Star Trek: The Next Generation del 1987 faceva la sua comparsa anche un altro iconico personaggio: Q. E Q è tornato in questa seconda stagione di Star Trek: Picard, portando ad una non perfetta, ma tutto sommato emozionante, chiusura del cerchio a trentacinque anni di distanza.
Non è facile esimersi dalla commozione quando Q e Picard finalmente si abbracciano e si riconoscono l’uno per l’altro come due amici e non due rivali, o due nemici. “Persino gli déi hanno i loro favoriti”, sentenzia Q, ma è evidente che per lui Jean-Luc è ben più di un favorito: è una persona cara, per la quale ha deciso di impiegare le proprie ultime forze al fine di fargli superare i traumi del passato.
Bravissimo come sempre John de Lancie, che non sfigura affatto accanto a sir Stewart e ricorda che un tempo le grandi serie di fantascienza, pur non avendo il budget elevato di quelle attuali, potevano contare su cose ancora più preziose, come una buona sceneggiatura o un attore eccellente.
Certo, la vicenda di Q sarebbe stata ancor più interessante se fossero state fornite spiegazioni sulla causa del suo male o maggiori spiegazioni sul perché abbia dovuto trascinare Picard nel XXI secolo quando poteva, con i suoi poteri, ricreare nella sua mente scenari altrettanto credibili. Indubbiamente la sceneggiatura di Star Trek: Picard su questo fronte ha peccato di debolezza ed eccessiva oscurità, ma è una quisquilia su cui si può soprassedere. Non altrettanto si può dire su altri aspetti dell’episodio.

DELUSIONI E SPERANZE


Nonostante le ottime premesse, “Farewell” non riesce ad essere l’episodio finale di cui c’era bisogno, perché accanto a scene di innegabile impatto emotivo e scritte anche bene (come l’ultimo saluto di Picard e Q) ci sono anche le classiche “cose buttate a caso dentro la puntata” che ormai sono diventate il marchio di fabbrica del nuovo corso Trek.
Da dove cominciare? Da Wesley Crusher infilato a forza per reclutare Kore? O dalla già menzionata citazione a Khan per far contenti i vecchi fan? O a Rios che rimane nel passato copiando Ritorno Al Futuro 3 perché “lì si sente finalmente a casa” nonostante ci sia stato per appena 2 giorni?
Forse il punto più basso viene raggiunto con Jurati nuova regina dei Borg super-empatica. Perché? Semplice: è il trionfo del politicamente corretto che sta strangolando Star Trek (e buona parte delle produzioni televisive) negli ultimi anni. Sia chiaro: Star Trek ha sempre portato avanti l’idea che i nemici di oggi possano essere gli amici di domani. L’ha fatto con i Klingon, con i Romulani, con i Ferengi. Ma lì si trattava di esseri biologici capaci di compiere il bene così come il male, quindi una loro “redenzione” era credibile.
I Borg, invece, sono sempre stati mostrati come il male assoluto, più macchine che esseri viventi. Ma i nuovi dettami del politicamente corretto non vogliono cattivi, solo incompresi. E come in Discovery l’anomalia killer si è rivelata alla fine della fiera un semplice “errore” dei 10C e persino il cattivissimo Tarka in fondo era un tenerone, così anche i Borg vengono smantellati e ridotti a cattivi ragazzi ma-non-troppo-cattivi. E tutto grazie ad una modifica del passato che ha reso loro regina una dottoressa stanca di non aver mai fortuna con gli uomini. Mind blowing!
Al contempo, questo stravolgimento dei Borg lascia aperte diverse incognite per il futuro. Ormai è certo che la terza stagione di Star Trek: Picard sarà l’ultima, quindi dovrà riprendere le fila del discorso intessuto in questi due anni e dare un degno finale alle avventure di uno dei migliori capitani della Flotta Stellare. Se lo farà in bene o in male solo il tempo potrà dirlo.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Commovente il confronto e l’abbraccio fra Picard e Q
  • John de Lancie sempre in gran forma
  • Il solito citazionismo che per quanto ruffiano fa fremere l’appassionato
  • Si poteva approfondire di più la natura della “malattia” di Q
  • I Borg “buoni”
  • Rios che resta nel passato
  • Kore arruolata da Wesley Crusher a caso

 

Star Trek: Picard chiude un cerchio aperto oltre trent’anni fa, ma nel contempo pasticcia con i personaggi e la stessa continuity, con rischi che al momento si possono solo presagire. Dove porteranno questi “nuovi” Borg? E cosa hanno in serbo gli sceneggiatori per la terza e ultima stagione sulle avventure senili di Jean-Luc Picard? Lo scopriremo solo vivendo.

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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