Dopo “Worms” che conteneva una profonda ma comunque piacevole digressione su Sydney, personaggio speciale di Ayo Edebiri sempre più al centro del discorso e delle decisioni nel The Bear, ecco che si ritorna in cucina, puntando i riflettori su Carmy e sul suo “worikin’ on it” che scalda così tanto i cuori degli spettatori. Il pubblico di The Bear non può non provare tenerezza nei confronti del problematico chef interpretato da Jeremy Allen White, nonostante le scelte tendenti all’autosabotaggio e le continue pessime decisioni che hanno caratterizzato il suo cammino, che però si fonda su un animo di buon cuore.
Per quanto riguarda il resto della brigata è encomiabile il lavoro di Storer sul riuscire a portare avanti un parco personaggi così variopinto senza mai tralasciare indietro nessuno. Persino personaggi parecchio minori come Ebraheim e Sweeps stanno ricevendo parecchio screentime, a simboleggiare la voglia degli autori di non dimenticare mai nessuno. Non succede molto nelle puntate di The Bear, però qualcosa in realtà succede sempre, figlio delle routine e delle abitudini che costituiscono la normalità delle vite di tutti.
Marcus: “You know what I think about a lot? Whenever you sell a house, it’s always something bad.”
Chester: “You think so?”
Marcus: “Yeah, you run out of money, somebody dies, you get divorced, you move out.”
Chester: “Like, you could also say it’s good. You know, people get kids, people get married, people made money and they want to buy something. That’s why it’s called moving – you’re moving on.”
UN NUOVO STAGISTA
Un’ottima sorpresa, degna di un mid-season che si rispetti (che ormai sono al pari delle mezze stagioni, si potrebbe dire), ovvero il ritorno nel cast di Luca, lo chef interpretato da Will Poulter conosciuto nell’arco dell’escursione danese durante la seconda stagione. Da numerose puntate si avvertiva un senso di solitudine attorno a Marcus e al suo laboratorio di pasticceria, accentuato da una regia sapiente che usa il sonoro in maniera consapevole, evidenziando tutti i silenzi e i rumori di uno spazio vuoto come quello vissuto dal solo Marcus, a differenza del resto della cucina, sempre rumorosa e affollata.
Luca fa parte di quella cerchia di guest star che The Bear ha squisitamente snocciolato di tanto in tanto, un po’ per dare spazio a grandi nomi di comparire in uno show che è sempre più una piccola isola felice (nonostante i pareri combattuti sull’allungamento del brodo tra terza e quarta stagione), ma anche per allargare l’ecosistema del mondo della ristorazione e connettere più scene e culture diverse, facendo uscire The Bear e la sua brigata dalla bolla di Chicago per connetterla con i problemi – mentali e non – universali di chi si trova ad aver a che fare con questo delicato ambito lavorativo.
MENU FISSO
Il secondo grande colpo di scena riguarda Carmy e la sua filosofia del menu variabile, principale grande nemico dell’ammortizzazione dei costi a cui sta puntando sua sorella Sugar per cercare di mantenere viva una fiammella di speranza che Cicero vorrebbe spegnere con il suo timer. Un problema che l’inflazione sugli accordi dei venditori non ha fatto che acuire, in uno show che ha anche l’altro grande pregio di fungere da corso di approfondimento per gestire un piccolo business.
Tanti piccoli commercianti si saranno trovati nelle condizioni di Carmy, divisi tra la propria filosofia, i propri punti fissi – non negoziabili -, e ciò che richiede il mercato. Il mercato talvolta può darti le spalle e metterti davanti a una scelta, davanti alla necessità di fare un passo indietro con le proprie idee pur di mantenere vivo un sogno. Questo è infatti un primo grandissimo ma silenzioso segnale di una maturità che Carmen sta raggiungendo, comprendendo che anche la qualità ha dei limiti in termini di margini, e che il solo talento non può battere una situazione finanziaria molto precaria. La maturità si raggiunge scendendo a patti, con un menu fisso, che sarà comunque composto dai piatti più forti del ristorante: si casca in piedi.
Albert Schnur: “Think small, big money. Take notes.”
SYDNEY AL CENTRO DEL DISCORSO
Come si accennava a inizio recensione – e anche in quelle degli episodi precedenti – Sydney è un personaggio sempre più in ascesa, e destinata a divenire sempre più centrale. La sua puntata si apre con il solito impasse in cui è ferma da parecchie puntate: le continue avances di Shapiro e una modifica unilaterale del suo contratto con The Bear. Non è bello venire a conoscenza di variazioni di termini contrattuali attraverso una fredda comunicazione via mail, e Carmy continua a perdere punti all’interno della competizione che si è instaurata nella mente della promettente chef afroamericana.
Questo limbo in cui Sydney si trova inizia a farsi percepire dallo spettatore, che tra l’altro percepisce fin da subito puzza di bruciato, con Storer che decide di seguire un paradigma narrativo nell’indugiare mostrando il personaggio di Ayo Edebiri trascurare suo padre, anche visibilmente acciaccato, per poi sganciare la bomba sul finale di puntata. Quasi sicuramente un evento di tale portata sarà uno di quelli che faranno aprire gli occhi a Sydney, spingendola a prendere la sua vita in mano, qualsiasi sia la direzione.
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“Eppur si muove” direbbe Galilei, ed è quello che si può affermare in risposta a chi lamenta una certa staticità narrativa. Per fare un paragone con un altro show che ha risentito di certe critiche, The Bear non è The Boys. In The Bear i personaggi hanno tutti una routine di cui sono schiavi, e di cui è schiavo anche il ritmo delle loro vite e delle cose che gli accadono intorno. Se non si comprende questo, è difficile capire la poetica dietro lo show ideato da Christopher Storer.


