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Wonder Woman 1984 recensione
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Wonder Woman 1984

Il secondo capitolo della saga di Wonder Woman riparte dalla nuova vita di Diana Prince, nel 1984. Mantenendo un basso profilo, Diana lavora come curatrice in un museo, compiendo atti eroici esclusivamente in incognito. Ma presto, dovrà raccogliere tutta la sua forza, saggezza e coraggio mentre si ritrova a confrontarsi con Maxwell Lord e l’insospettabile Barbara Minerva.

 

Il primo Wonder Woman, con il suo roboante successo (di pubblico, più che di critica), aveva di fatto aperto alla “nuova era” degli stand-alone Warner/DC, aprendo la strada ai vari Shazam!, Aquaman e Joker, slegati dalla narrazione “univoca” del fallito Cinematic Universe. Una rinnovata fortuna che ha convinto persino la casa-madre, complice anche il lancio di HBO Max, di permettere a Zack Snyder di rimetter mano alla sua personale versione del fu flop Justice League.
Proprio quella piattaforma su cui il secondo capitolo della saga sulla supereroina impersonata da Gal Gadot è stato direttamente distribuito, in contemporanea all’uscita nelle sale. Distribuzione che, malgrado le polemiche, non sembra aver intaccato più di tanto i guadagni legati all’iconica amazzone che, col suo esordio record si è aggiudicata immediatamente una conferma per un terzo episodio, quasi a conferma di come ogni sua comparsa solitaria nei cinema sia dipinta d’oro come l’armatura delle sue antenate.
Eppure, scusate il banalissimo gioco di parole (ma, pensandoci, comunque coerente al contesto), non è tutto oro quello che luccica. Perché partendo da una storia a metà tra Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta e Indiana Jones, Patty Jenkins confezione uno scialbo (e sciatto) sequel molto più in linea con la Tomb Raider di Angelina Jolie. E neanche col primo (più accettabile) capitolo, ma il sequel per l’appunto, La Culla della Vita. Quello dell’ormai indimenticabile “pugno allo squalo”.

‘Nothing good is born from lies. And greatness is not what you think.’

JUMP THE SHARK


Che qualcosa in questo secondo capitolo non vada, lo si capisce dalla prima ora di visione. Dopo un inizio che in realtà sembrava più che promettente, con l’avventuroso e ben orchestrato flashback di una Diana bambina durante il suo addestramento con le amazzoni, il film arriva a spendere un’ora di minutaggio abbondante a re-inquadrare la vita di Diana nel 1984. Vengono presentati i nuovi personaggi, ossia l’affascinante magnate del petrolio Maxwell Lord (Pedro Pascal) e la timida e impacciata studiosa Barbara Minerva (Kristen Wiig), i loro interessi e le loro frustrazioni, assieme a quella di una Wonder Woman nascosta al mondo, impegnata a mantenere la sua copertura come archeologa, afflitta dalla solitudine e dalla mancanza del defunto Steve.
Proprio l’assenza, per forza di cose, di azioni plateali della super-eroina (per non creare incoerenze col suo anonimato nel presente), da una potenziale peculiarità rispetto ai “colleghi” recenti, diventa presto un ostacolo per la narrazione e per la messa in scena, come dimostra la sua scena “d’ingresso” in cui la regia di Patty Jenkins mostra subito una certa difficoltà. Un limite che si ripercuote nei toni dell’intera prima parte, perlopiù votata alla commedia e alle iterazioni con nuovi e “inaspettati” ritorni (ma già abbondantemente annunciati nella promozione del film), in più in un’ambientazione, quella anni ’80, che dopo le infinità di revival sul piccolo e grande schermo è arrivata davvero all’inefficace saturazione.
Aspetto, quello della leggerezza, che non sarebbe affatto un male se solo si poggiasse su di una base di scrittura solida, su gag affini alla condizione straordinaria del supereroe o comunque di un contesto fantastico e surreale che gli appartiene, visti anche i casi recenti Warner/DC dove ha funzionato alla grande, come in Shazam! (ma in fondo anche Aquaman). Il punto è che in WW1984 sa tutto di già visto, tutto appare oltremodo “normale”, già per una commedia classica, figurarsi per un cinecomic. E anche lì, dove vengono introdotte situazioni “inusuali” (come quella riguardante “l’inaspettato ritorno”), non c’è niente di diverso da un Captain America (tra l’altro, omonimo) che si trova catapultato dal dopoguerra ai giorni nostri, giusto per continuare col paragone già affrontato dal primo film. Ecco, proprio il primo episodio di Wonder Woman trovava un suo senso, un suo fascino, nell’incontro tra le epiche origini di Diana e la sua missione eroica e salvifica, con il terribile scenario del conflitto mondiale, prima di un finale in cui cadeva ingloriosamente e rovinosamente.
Stavolta, invece, sembra davvero non si sappia dove puntare fin dalle prime battute
, arrancando alla ricerca di nuovi elementi d’interesse, di una storia che valga la pena di essere raccontata, finendo invece con l’affidarsi a personaggi e situazioni che ne hanno segnato la fortuna, naturalmente adesso poco replicabili e quindi decisamente meno funzionali. Non è un caso se il film regala i momenti migliori nel passaggio tra la lunga presentazione e l’altrettanto lunghissima seconda parte, in cui, insieme allo scioglimento dell’intreccio, entrano in gioco la mitologia e le strizzate d’occhio al materiale originale. Una fase che però dura molto poco perché, insieme alla fin qui tanto attesa azione, affiorano alla luce evidenti limiti tecnici, sviluppi narrativi senza capo né coda, fino ad un livello di CGI imbarazzante (e già preda di meme derisori) e davvero inspiegabile vista lo status economico e qualitativa della produzione.

EPIPHANY


La seconda disastrosa parte di Wonder Woman 1984, allora, assomiglia proprio a quella debacle che chiudeva il primo episodio. Come se Patty Jenkins e il suo team, forse accecati dal successo al box-office (e magari, come anticipato, si ripeterà ancora, pur con tutti i freni imposti dalla pandemia), non solo non abbiano imparato nulla dai propri errori, ma anzi abbiano deciso di premere ancora più l’acceleratore su tutto ciò che c’era di “sbagliato”, infondendogli ancor più spazio, in una deriva senza fine. A salvare la pellicola potrebbero pensarci i villain, molto più presenti e molto più approfonditi che in passato, con un background potenzialmente anche più interessante.
Tanto Lord quanto Barbara, infatti, non sono delle divinità, né tanto meno dei super-criminali malvagi, ma di base delle brave persone corrotte dalla sete di potere e di successo, ognuna a suo modo, ma comunque nel modo più umano e “reale” possibile. Quello che però appiattisce e distrugge la loro evoluzione è la grossolanità con cui anch’essa viene gestita, che davvero sembra non risparmiare nessuno, in un escalation di scene e di dialoghi di una retorica invidiabile, di deliri grotteschi e fuori luogo, fino ad intaccare anche la prova, fiacca e macchiettistica, dei loro interpreti, di cui invece è ben nota la riconoscibile bravura in altri più felici contesti.
Appare così un ironico scherzo del destino che il film di Patty Jenkins sia stato distribuito lo stesso giorno di Soul, visto che ne condivide l’”epifania” esistenzialista alla base del percorso dei suoi protagonisti e dell’intera opera. Eppure è solo l’ennesimo esempio di come non sia tanto ciò che si racconta, il “messaggio” che si vuole trasmettere, per quanto possa essere fondamentale, ma soprattutto come lo si racconta a far la differenza tra la riuscita o meno di una storia. Da questo punto di vista, quindi, va riconosciuto il coraggio, nello script della stessa Jenkins, di Geoff Johns e di David Callaham, di abbandonare l’epica (pur presentando, all’inizio, ben altri pressuposti), magari anacronistica per i tempi del racconto, per sposare un inno alla vita più aderente al reale, concentrandosi più sul lato “umano” che su quello “divino” della protagonista. Da un altro, però, ben peggiore, ne va criticata l’inconsistenza, non offrendo niente di nuovo che appassioni, che intrattenga un pubblico ormai più che abituato alla “sola” straordinarietà del supereroe, che arrivi infine a giustificare due ore e mezza di durata.
Checché ne dica Alan Moore, infatti, il successo dei cinecomic, negli ultimi vent’anni, ha insegnato che gli spettatori hanno ancora bisogno di storie “straordinarie”, di miti e di leggende che nella loro eccezionalità e spirito di sacrificio ispirino un presente migliore, specie adesso, nelle feste più difficili che il mondo ha conosciuto da diversi anni. Ma, di certo, non hanno bisogno di questa Wonder Woman.


C’è pochissimo che funziona in questo sequel, c’è pochissimo da salvare. Proprio come i personaggi sullo schermo, dalla regia agli interpreti a tutto il comparto tecnico, fino agli stessi spettatori, sembrano tutti procedere per inerzia, solo perché dall’alto (leggasi box-office) gli è stato imposto. L’annuncio repentino del terzo film, allora, più che un “premio” per il successo in sala, come si poteva pensare prima della visione, assume a posteriori i contorni di un disperato e necessario episodio “riparatore”. Sperando che, stavolta, si faccia tesoro degli errori compiuti.

 

TITOLO ORIGINALE: Wonder Woman 1984
REGIA: Patty Jenkins
SCENEGGIATURA: Patty Jenkins, Geoff Johns, David Callaham
INTERPRETI: Gal Gadot, Chris Pine, Pedro Pascal, Kristen Wiig, Connie Nielsen, Robin Wright
DISTRIBUZIONE: Warner Bros.
DURATA: 151′
ORIGINE: USA, 2020
DATA DI USCITA: 25/12/2020

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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