Orange Is The New Black 4×10 – Bunny, Skull, Bunny, SkullTEMPO DI LETTURA 7 min

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This prison is turning into some kind of grotesque social experiment.

Difficile non concordare con Piper, quando parla del Litchfield come vero e proprio “esperimento sociale”. Nell’era della globalizzazione estrema, della dichiarata solidarietà tra popoli, specialmente nei cosiddetti paesi civili, nel micro-cosmo della prigione femminile, quando quelle varietà etniche quindi sono costrette a vivere insieme sotto lo stesso tetto, finiscono per affacciarsi invece tutte le contraddizioni e i mali che affliggono la società proprio dei paesi considerati più avanzati. Non solo razzismo (attuale come non mai anche nei nostri lidi nazionali), che ovviamente domina nello scontro tra i vari gruppi formatisi, ma lo scarso valore della vita umana, la dipendenza dalle droghe, fino alla misoginia, da sempre tra i temi centrali di OITNB.
“Bunny, Skull, Bunny, Skull” è l’accostamento di parole che intitola questo decimo episodio e al solito lo riassume alla perfezione. Uno, il coniglio, animale simbolo di dolcezza e purezza; l’altro, il teschio, rappresentante la morte. Luci e ombre, dicevamo, contraddizioni infinite, esistenti non solo nella vita di tutti i giorni, ma in ogni essere umano, radicate poi e soprattutto in qualsiasi cultura. Ciò che si scatena durante la visione di “The Wiz” è già anticipato dal dibattito in mensa dal gruppo “black” della prigione, dove ciascuna dice la sua, perché innanzitutto condizionato dalla propria esperienza personale e poi dalla propria formazione. Il potere unificante del cinema, in realtà, finisce per dividere, a tal proposito basti pensare anche alla polemica degli ultimi Oscar, con l’accusa all’Academy di aver escluso dalle nomination attori e tecnici di colore.
Nel 2016, direte voi, non è assurdo che esista ancora una simile retorica? Negli USA, si sa, a volte simili polemiche vengono caricate all’eccesso, eppure come dargli torto se poi, in un servizio della stessa cerimonia degli Oscar di inizio anno, il presentatore Chris Rock e il suo team intervistano i cittadini americani all’uscita delle sale, di entrambe le etnie, dove spunta fuori una netta distinzione tra film “neri” e film “bianchi” (Straight Outta Compton vs Spotlight, per capirci), dove gli uni neanche hanno mai visto le pellicole degli “altri”.
Ma quando il senso di appartenenza a una precisa comunità (Taystee che difende “The Wiz”, ai danni del “bianco” “Il mago di Oz”), diventa razzismo? Semplicemente quando diventa discriminazione, quando possiede intenti fortemente denigratori e svilenti, ai danni di un’altra comunità, quando è usata per desumere la superiorità dell’una sull’altra. Potremmo dilungarci per ore, ma non ci sembra questa la sede adatta. Qui parliamo di una serie tv e tutta questa digressione ci serve a far capire come certe uscite “medievali”, parafrasando Piper, che il gruppo “nazi” lancia a Taystee & co. durante il film, che porta le guardie a sospendere la visione, non sono poi così tanto caricate o allegoriche (come detto, gli ultimi fatti di cronaca del nostro paese, d’altro canto, parlano da soli), ma assoluta quanto scioccante riproduzione del reale e che la lotta al razzismo è ancora ben lungi dall’esser vinta.
Ciò che ci porta a tifare per il gruppo “black” e disprezzare le “nazi” in questo preciso frangente, non è tanto figlio dell’ovvio schieramento da parte degli autori che l’hanno ideato, quanto una naturale reazione umana alla vista di simili nefandezze. O almeno dovrebbero esserlo in quest’epoca, ma come si diceva, purtroppo non è poi così scontato. E OITNB ha il pregio di mettere in scena anche questo. E’ Piper, personaggio intrinsecamente acculturato e moderno che, per seguire i propri interessi, ha difatti fomentato e estremizzato tali processi. La sua evoluzione, allora, dopo l’ammissione di qualche episodio prima, in cui dichiarava di aver imparato a pensare alle conseguenze, sta tutta nella difesa di Blanca, finendo per un ironico (e raffinato) scherzo del destino proprio accanto a lei, nella punizione. Un’immagine che è la perfetta sintesi della casualità degli eventi e che fa il pari, in senso diametralmente opposto, alla condotta di Judy King che in quanto personaggio pubblico professa anche lei solidarietà e larghezza di vedute, ma che, quando arriva davvero l’ora di schierarsi, preferisce estraniarsi. Sono i motivi egoistici, non solo culturali, quindi, a guidare e decidere certe battaglie; non basta insomma solo considerarsi solidali e all’avanguardia, bisogna anche dimostrarlo a spada tratta. Piper sembra averlo finalmente compreso, come anche Luschek nei riguardi di Nicky, pur in termini e situazioni diverse (in una scena comunque bellissima e importante per la guardia, in un’altra fantastica evoluzione); così come non sembra averlo capito la King (che, ennesima e beffarda ironia della sorte, aveva spinto proprio Luschek ad agire) o le altre guardie nei confronti di Maritza o dei loro sospetti sul collega, privi di conseguenze (e qui fa specie che la prima a non far nulla sia proprio un’altra donna).
E ancora, quindi, come non pensare a quello che leggiamo e vediamo accadere nel mondo, tutti i giorni? OITNB, come anticipato, ne ha per tutti. Lo scarso valore della vita umana, spesso denunciata dagli ex-detenuti, è il tema della scene al carcere di massima sicurezza che coinvolgono Sophia e l’opera di Suor Jane. Solo il montaggio del passaggio del “pizzino”, tra una cella e l’altra, meriterebbe qualche Emmy, visto che si ripete, anche in quest’occasione, la rappresentazione della solidarietà benefica e necessaria tra gli esseri umani. E il sorriso di Sophia alla lettura del biglietto, dopo tanto dolore, vale da solo tanto la “missione” della suora quanto la nostra “benedizione” all’episodio. Senza contare la progressione, in ottica più funzionale, della trama di “Caputo vs la MCC” (al solito, gestita in maniera organizzata quanto dettaglia), con l’azione di colui che, di episodio in episodio, viene dipinto sempre più come l’eroe della serie. O almeno, in una concezione “tragica” e post-moderna, costretto com’è a combattere sia interiormente che esteriormente, ovvero sia coi propri demoni (il desiderio di promozione sociale e di far carriera) e quelli “veri” rappresentati dai freddi e insensibili dirigenti della compagnia.
Ipocrisia ed egoismo contro solidarietà: “Bunny, Skull, Bunny, Skull” ancora una volta, per riassumere. Un dualismo, sempre indefinito, che caratterizza anche la storyline di Aleida, protagonista della sotto-trama d’episodio “esterna” al Litchfield. Stavolta, infatti, non c’è il solito flashback, come è capitato già in questa stagione, per esempio, nell’episodio di Nicky. Per l’ennesima volta seguiamo una detenuta nella sua uscita dalla prigione, come successo, in passato, nei casi di Taystee, Alex e ovviamente di Piper. Ad elementi di continuità, come la difficoltà di re-inserimento sociale, i luoghi comuni e il distacco emotivo nei confronti delle disgrazie altrui, vengono contrapposti elementi unici al personaggio. E, in termini di rilevanza almeno, non sono culturali, come ci si potrebbe aspettare, ma fortemente “umani”. L’antidoto all’atteggiamento egoista se non paternalista (la cugina che prima spende i suoi soldi, e poi sfacciatamente le offre un posto in casa sua) non diventa più tanto la solidarietà, ma piuttosto la sincerità, quasi schiettezza d’animo che Aleida ritrova proprio in colei che più odiava. La quale, come spesso succede in questi casi, si rivela più simile a lei, e Aleida non può che riconoscerlo, perché la prigione l’ha cambiata e le ha insegnato l’importanza di poter contare sulle altre persone e viceversa, soprattutto (e quello che succede in assenza di ciò, vedi i pericoli all’orizzonte per Dayanara). La madre degenere, per metà della propria vita, che nell’ultima scena accudisce il figlio del suo ex-amante e di colei con la quale l’ha tradita, è un poetico riassunto di tutta la sua mirabile evoluzione.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • “The Wiz” vs “Il mago di Oz”, in mensa come in sala 
  • Aleida e la sua “nuova” vita fuori dalla prigione 
  • Suor Jane e il “pizzino” 
  • Caputo e il suo appoggio alla causa 
  • Luschek e Nicky: sempre grandi scene 
  • Kukudo e Suzanne: vedi sopra  
  • Piper come Blanca 
  • Il finale: “e mo so cazzi”  
  • A questo giro, niente di rilevante 

 

La svolta finale (il ritrovamento del cadavere) è utile soprattutto ad accendere l’interesse per i tre episodi conclusivi di stagione, riportando in auge l’unica vera trama orizzontale di stagione, accantonata solo per un ridotto periodo. Ma, vista la bellezza di un simile episodio, vien quasi da dire che potremmo anche farne benissimo a meno.

 

Turn Table Turn 4×09 ND milioni – ND rating
Bunny, Skull, Bunny, Skull 4×10 ND milioni – ND rating

 

 
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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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