Arrow 5×17 – KapiushonTEMPO DI LETTURA 4 min

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Oliver: Whatever pain I caused you… I’m sorry.
Chase: I believe you, Oliver. I just don’t care.

Si potrebbe benissimo chiudere la recensione su questo “I just don’t care“, come accurato sinonimo dell’evoluzione di Arrow passata attraverso la costruzione di un villain – possiamo dirlo sempre di più, episodio dopo episodio – ai confini del perfetto.
Una buona serie tv deve avere numerose caratteristiche degne di nota ma, alla fin fine, l’ossatura centrale che permette tutto il resto si riduce a due e due soltanto aspetti. La fotografia è importante? Certamente. Così come la CGI, il comparto tecnico, il montaggio sonoro e quello visivo. Cosa però è fondamentale? “Kapiushon” insegna una delle banalità più grandi che possano esistere: tutto si basa su una buona storia e su una resa attoriale in grado di trasmetterla al meglio. Nient’altro.
Partendo dalla seconda, in molti concorderanno che parlando di recitazione si è sempre toccato il tasto più dolente per Arrow. Malignamente si è sempre sottinteso come le capacità attoriali di Stephen Amell si riducessero a due-forse-tre espressioni monotematiche. Su queste critiche gli autori hanno detto “I just don’t care” e si sono fidati ancora una volta del loro pupillo, portando a casa quella che è probabilmente la miglior recitazione di Oliver Queen da 5 anni a questa parte. Resa possibile certamente dalla presenza di Josh Segarra, come non ci stancheremo mai di ripetere, ma anche in grado di offrire un personaggio completamente inerme e spezzato. Nessuno avrebbe mai pensato di associare tra loro le parole “Amell” e “empatia”, sembrava fantascienza degna del miglior Kubrick. E invece, frutto di un percorso coerente che ha attraversato tutte e cinque le stagioni, si vede il protagonista arrivare a un punto dal crollo totale e poi infine attraversarlo esausto, distrutto e sconfitto.
Non è la prima volta nel corso della storia che assistiamo a un momento di difficoltà, è vero. Su tutto basti ricordare la “morte” di Arrow con arrivo agli occhi dell’opinione pubblica di Star City del rinnovato Green Arrow che da allora accompagna. Cosa rende allora questo “Kapiushon” un passaggio così cruciale?

I cannot believe scared boy in cell beside me would be one to kill Konstantin Kovar.

Per comprendere appieno quanto importante sia questo punto di svolta, bisogna osservare l’episodio nella sua interezza, considerando quella parte finora bistrattata dallo show stesso e che invece questa volta si guadagna la maggior parte del minutaggio: i flashback. Era tantissimo tempo che le scene del passato non superavano lungamente quelle ambientate nel presente. Una scelta forte, ma azzeccata per diversi motivi. In primo luogo perché toglie consequenzialmente tempo e scene ai personaggi inutili (Felicity, Curtis e co.) che avrebbero distolto l’attenzione dalle torture ingegnate da Prometheus; in questo modo gli scambi tra Adrian e Oliver sono il vero fulcro anche del montaggio, portando una tensione e un ritmo che mancava ormai da troppo. Inoltre, e vero e proprio aspetto rivoluzionario della puntata, la sovrapposizione tra la confessione dell’Incappucciato e i dialoghi di quest’ultimo con Anatoly contribuiscono a creare una nuova immagine dell’eroe, ormai sempre più lontano da questo titolo.
Se 5 anni fa in Russia Oliver Queen inizia il suo percorso as a monster, rivelando esplicitamente all’amico mafioso che “well, that wasn’t me. That was him“, adesso deve confrontarsi con quello che him è diventato. Da un certo punto di vista è come se l’intera puntata e l’intera serie fossero un’unica grande perizia psichiatrica che portano a una diagnosi feroce. Senza mai pronunciare queste parole, senza mai neanche farvi allusioni sottintese, Arrow mette a fuoco una specie di disturbo dissociativo della personalità. Il crollo finale di Oliver è dunque la presa di coscienza definitiva che questa scissione non ha ragione di essere. “Me” e “Him” si sovrappongono annullando definitivamente ogni scusante, calando su Green-Oliver-Queen-Arrow il peso inesorabile della colpa.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Anatoly Knyazev, malavitoso dal cuore d’oro
  • I just don’t care
  • Josh Segarra…
  • … e anche Stephen Amell
  • La resurrezione di Kovar
  • Riprendendo un “Thumbs Down” della scorsa recensione: questo potrebbe essere benissimo un perfetto series finale

You’ve told yourself you kill because you have to. Confess, Oliver. You don’t kill because you have to. So why? Why do you do it?
Because I want to.
What?
I want to. I WANT TO! AND I LIKED IT.

Checkmate 5×16 1.53 milioni – 0.5 rating
Kapiushon 5×17 1.38 milioni – 0.5 rating

 

 

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Dario ha circa 20 anni e continuerà ad averli fintantoché un dipinto in soffitta invecchierà al posto suo. Alcune leggende raccontano di una grande passione per il tabacco, i libri americani, il cinema e l'alcol, ma una estrema ricerca della perfezione come virtù lo tengono lontano da ogni eccesso. Mentre non si impegna a capire perché gli è sconsigliato vivere di notte come i gatti, scrive legge e fa.

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