Arriva su Amazon Prime il prequel di The Terminal List. Tra i protagonisti ci sono sempre Tim Riggins Taylor Kitsch e Chris Pratt, a cui stavolta si aggiunge Tom Hopper. Il materiale è sempre tratto dai romanzi di Jack Carr.
Sono passati “solo” tre anni dalla messa in onda della serie madre. Un tempo ampiamente sufficiente perché chi l’aveva vista senza amarla pazzamente si sia dimenticato completamente personaggi e intrecci. Questo discorso delle pause sempre più lunghe fra una stagione e l’altra delle serie tv meriterebbe però una trattazione approfondita a parte.
Detto in poche parole: in The Terminal List, James Reece andava a chiamare Ben Edwards, amico ed ex commilitone, per farsi aiutare. Ben Edwards viveva isolato. In Dark Wolf si spiega perché Ben lasciò i Navy Seals e si mise a vivere da eremita.
QUESTIONE MEDIORIENTALE
L’azione, infatti, è ambientata qualche anno prima di quella della serie madre. All’epoca, il plotone di Reece ed Edwards era di stanza in Iraq, a Mosul. La missione era di individuare Al – Jabouri, sospettato di terrorismo.
Ben, però, iniziò ben presto a subodorare qualcosa che non quadrava. Dovendo scegliere tra la verità e l’ubbidienza agli ordini dall’alto, scelse la verità, con conseguente sanzione gravissima.
Questo porta anche ad un cambio di ambiente, di tono e di stile. Le indagini portano Ben e il commilitone Raife Hastings (Tom Hopper) in Europa, a indagare sotto copertura.
Qui una cosa salta subito all’occhio: se Taylor Kitsch, vestito in giacca, riesce ad armonizzarsi perfettamente con l’ambiente di un locale notturno, Tom Hopper no. L’attore britannico, alto un paio di metri, con bicipiti che hanno i bicipiti, spicca sempre come un guerriero.
UOMINI VERI LIBERI DI AGIRE
Si parlava, in una precedente recensione, di serie per Uomini Veri. Anche in questo prequel non mancano diversi elementi che richiamano una virilità un po’ di vecchia scuola, almeno secondo i canoni più moderni.
Sia chiaro: questo non dispiace e forse bisognerebbe aprire una discussione per ridefinire cosa c’era di buono nel passato e cosa nel presente. Sarebbe un lavoro lungo e faticoso, ma probabilmente, nel medio-lungo periodo, varrebbe la pena.
Forse, al momento, la definizione migliore la dà il personaggio di Jed Haverford: quello dei Navy Seals è un mondo forse difficile da capire per chi guarda dal di fuori, ma chi ci sta dentro si sente libero di agire. Donne e bambini, per quanto amati, fanno da contorno, nella migliore tradizione del genere.
AZIONE!
Il disvelamento di doppi e tripli giochi è punteggiato da robuste sequenze di azione. Niente di particolarmente innovativo o sperimentale, ma sono eseguite con professionalità. Rendono agile il passo della narrazione e più fruibile la visione.
Come si accennava sopra, inoltre, non guasta una trasferta dall’ambiente prettamente militare e bellico. Come insegnano Mission: Impossible e i suoi emuli, ambientare qualche scena nei punti più iconici di una grande città paga sempre. Anche l’occhio vuole la sua parte. Qui, per esempio, c’è piazza del Monumento Millenario a Budapest. Si crea, così, un piacevole effetto di contrappunto con i colori uniformi e lo scenario piatto del deserto iracheno.
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Dalla visione dei primi tre episodi, rilasciati tutti assieme, emerge un prodotto più a fuoco rispetto alla serie madre. D’altronde, lo stesso Jack Carr ha contribuito alla sceneggiatura. Si sta delineando, per la vicenda, uno scenario sul cui sfondo ci sono gli armamenti nucleari e anche questo può intrigare lo spettatore.
Serie consigliata per momenti di evasione, quando non si vuole rinunciare del tutto alla qualità. Poi ogni spettatore deciderà, in base al suo gusto personale, se il muoversi secondo canoni ben consolidati gli crea un piacevole effetto di confort o gli genera noia.


