Con il secondo episodio, A Knight Of The Seven Kingdoms chiarisce definitivamente la propria natura, allontanandosi in modo consapevole e programmatico dall’epica tragica che ha reso celebre il franchise di Game of Thrones, per abbracciare una dimensione più intima, umana e sorprendentemente ironica. “Hard Salt Beef” non si limita infatti a proseguire il racconto avviato dal pilot, ma ne affina il tono, ne esplicita le ambizioni tematiche e consolida una poetica fondata sulla fragilità, sull’insicurezza e sul valore morale dell’intenzione, più che sull’esito.
In un universo narrativo tradizionalmente dominato da sangue, ambizione e genealogie oppressive, l’episodio sceglie deliberatamente di rallentare, di soffermarsi sulle umiliazioni quotidiane e sulle sconfitte invisibili, costruendo un racconto che trova nella marginalità il proprio centro gravitazionale. Dunk, cavaliere errante senza casato, denaro o testimoni della propria investitura, diventa così il vettore ideale attraverso cui interrogare il significato stesso dell’onore in un mondo che sembra averlo trasformato in mera decorazione retorica.
A WESTEROS CON LE PEZZE AL CULO
Il cuore narrativo dell’episodio è occupato dalla lunga e frustrante ricerca di un nobile disposto a garantire per Dunk, una sequenza che si struttura come una reiterazione di rifiuti, sguardi condiscendenti e memorie selettive, nelle quali Ser Arlan di Pennytree appare come una figura ormai cancellata dalla storia ufficiale. La scrittura utilizza con intelligenza questa ripetizione per costruire una vera e propria “commedia della disperazione”, in cui l’umiliazione non diventa mai oggetto di scherno, ma resta sempre filtrata da una profonda empatia narrativa.
Dunk non viene mai rappresentato come ingenuo o ottuso, bensì come un uomo consapevole della propria precarietà sociale, costretto a negoziare ogni centimetro di legittimità in un sistema rigidamente gerarchico. L’episodio mostra con lucidità come la povertà, in Westeros, non sia soltanto una condizione materiale, ma una forma di esposizione permanente, un continuo esercizio di autocontrollo e di compromesso morale.
In questo contesto si inserisce il rapporto con Egg, la cui funzione narrativa si espande ben oltre quella del semplice scudiero. Il giovane si configura come una coscienza critica, capace di nominare con brutale chiarezza le ipocrisie del mondo nobiliare e di smascherare l’illusione che la “nobiltà d’animo” possa bastare senza il supporto del potere economico. I dialoghi tra i due, spesso attraversati da un umorismo diretto e sorprendentemente moderno, rappresentano uno degli elementi di maggiore vitalità dell’episodio, bilanciando il peso tematico con una leggerezza mai superficiale.
Il tono ironico di Hard Salt Beef si manifesta sin dall’apertura, con una scelta visiva volutamente eccessiva, quasi provocatoria, che segnala senza ambiguità l’intenzione di marcare una distanza netta dall’austerità sacrale delle serie precedenti. Questa vena comica, talvolta spinta verso il grottesco, non è tuttavia fine a se stessa, ma funziona come strumento di disinnesco, permettendo al racconto di affrontare temi profondamente malinconici senza scivolare nella retorica o nel compiacimento tragico.
LA CAVALLERIA (NON) È MORTA
L’arrivo dei Targaryen ad Ashford costituisce uno dei momenti più significativi dell’episodio, non tanto per la spettacolarità dell’evento, quanto per la sua deliberata mancanza di grandiosità. Privata dei draghi e segnata dalle cicatrici ancora aperte della ribellione Blackfyre, la dinastia appare qui come un’ombra sbiadita della propria leggenda, costretta a riaffermare la propria autorità attraverso gesti simbolici più che attraverso il terrore.
In questo scenario emerge con forza la figura di Baelor Breakspear, la cui caratterizzazione rappresenta uno degli snodi tematici più rilevanti dell’episodio. Lontano dall’archetipo del principe carismatico o del sovrano inflessibile, Baelor viene costruito come un uomo che esercita il potere attraverso l’ascolto, la misura e una forma di gentilezza che, in Westeros, assume un valore quasi sovversivo. La sua decisione di consentire a Dunk l’accesso al torneo non appare dunque come un atto di indulgenza, ma come il riconoscimento silenzioso di una qualità morale che trascende la mera burocrazia cavalleresca.
L’investitura formale, i testimoni e i simboli esteriori non sono perciò altro che strumenti imperfetti, incapaci di cogliere la sostanza etica dell’ideale cavalleresco, e in un mondo in cui la maggior parte dei cavalieri “legittimi” ha abbandonato da tempo ogni pretesa di virtù, Dunk appare paradossalmente come l’unico a tentare, con ostinazione quasi anacronistica, di vivere secondo quei principi.
Accanto a questa riflessione morale, Hard Salt Beef dedica ampio spazio alla dimensione materiale dell’esistenza di Dunk, culminando nella vendita del cavallo, una sequenza costruita con una sobrietà emotiva che ne amplifica l’impatto. Il gesto, apparentemente pratico, assume un valore simbolico profondo, rappresentando il sacrificio di un legame affettivo in nome di una possibilità remota di riconoscimento.
UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA
Il torneo notturno, che occupa la parte finale dell’episodio, segna un brusco cambio di registro, introducendo una dimensione spettacolare più cruda che tuttavia non rinnega la coerenza tematica costruita fino a quel momento. La messa in scena della giostra si distingue per chiarezza e intensità, restituendo la violenza caotica dell’evento dal punto di vista dei popolani, più che da quello della nobiltà osservante.
Particolarmente efficace è il contrasto emotivo tra l’euforia di Egg e l’angoscia di Dunk, che vive lo spettacolo come una prefigurazione del proprio fallimento, se non della propria morte. Attraverso il lavoro sul suono e sull’inquadratura, l’episodio trasforma l’attesa della competizione in un’esperienza quasi claustrofobica, in cui l’aspirazione idealistica si scontra frontalmente con la paura concreta delle conseguenze.
Sul piano dell’adattamento, l’episodio segue l’impianto narrativo de The Hedge Knight, introducendo tuttavia variazioni significative che contribuiscono a rendere Dunk una figura meno ingenua e più proattiva rispetto alla controparte letteraria. La scelta di attribuirgli una maggiore consapevolezza strategica, in particolare nel confronto con Baelor, rafforza l’idea di un protagonista non privo di intelligenza, ma piuttosto prigioniero di una posizione sociale che limita drasticamente le sue opzioni.
Non mancano, tuttavia, alcune criticità. La durata ridotta dell’episodio penalizza parzialmente lo sviluppo dei personaggi secondari, che restano perlopiù sullo sfondo, privati di quell’approfondimento che in passato aveva contribuito alla ricchezza corale dell’universo di Westeros. Inoltre, l’insistenza su alcune scelte umoristiche rischia, a tratti, di apparire come una dichiarazione di intenti ripetuta con eccessiva enfasi, più che come una necessità narrativa.
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“Hard Salt Beef “conferma A Knight of the Seven Kingdoms come un’opera intenzionata a esplorare le crepe morali di Westeros attraverso una lente più umana e meno monumentale, scegliendo la gentilezza come atto narrativo radicale. In un universo costruito sull’idea che l’onore sia una debolezza, l’episodio osa suggerire che il semplice tentativo di essere buoni possa avere un valore intrinseco, indipendente dal successo o dalla memoria storica.


