
Un esordio blando e senza guizzi per il nuovo adattamento di Charles Dickens: notevole produzione, ma personaggi poco carismatici e attualizzazione poco convincente.
A Tale Of Two Cities 1×01 – Recalled To Life inaugura il nuovo adattamento televisivo di un romanzo di Charles Dickens, tradotto in italiano come Racconto di Due Città o, più semplicemente, Le Due Città, che rappresenta una delle rare incursioni dello scrittore nel territorio del romanzo storico.
La nuova serie targata BBC e MGM+ si inserisce dunque nel sempre più frequentato filone degli adattamenti televisivi delle grandi opere dell’Ottocento. Un filone che, per alcuni, rischia di essere ormai fin troppo sfruttato, soprattutto per la tendenza a tornare ciclicamente sugli stessi titoli. A Tale Of Two Cities, però, non appartiene certo ai romanzi dickensiani fra i più adattati o conosciuti dal grande pubblico.
Le due città del titolo sono, naturalmente, Parigi e Londra, luoghi fra i quali la narrazione si muove continuamente. La vicenda si apre nel 1782, con riferimenti a eventi risalenti al 1764, sullo sfondo delle tensioni sociali e politiche che precedono la Rivoluzione francese.
UN TRIANGOLO AMOROSO AL CENTRO
Al centro della vicenda c’è un triangolo amoroso: due uomini si innamorano della stessa donna, Lucie Manette.
Lucie vive a Londra dopo aver perso le tracce del padre, che crede morto. Nel ruolo c’è Mirren Mack, già vista in The Witcher: Blood Origin. Rispetto al romanzo originale, la serie ne propone una versione molto più intraprendente: Lucie vuol studiare medicina e conquistare una propria indipendenza. Rimane, comunque, il perno intorno al quale ruota tutta la storia.
A contendersene l’amore è Charles Darnay, uomo di nobili origini che ha scelto di rinnegare la propria famiglia, tanto aristocratica quanto moralmente corrotta. A interpretarlo è François Civil, già D’Artagnan nella recente versione cinematografica in due parti de I Tre Moschettieri.
Il terzo vertice del triangolo è Sydney Carton, avvocato londinese brillante, astuto e capace, ma anche schiavo del vizio del bere. A prestargli il volto è Kit Harington, senza dubbio il nome più riconoscibile del cast, ancora associato dal pubblico a Jon Snow di Game Of Thrones e, proprio per questo, al possibile ritorno dell’attore nell’universo della serie.
Charles e Sydney si somigliano fisicamente, un elemento tutt’altro che secondario ai fini della trama.
La scelta di una fotografia particolarmente buia non aiuta sempre a distinguere François Civil da Kit Harington, soprattutto nelle scene più cupe e notturne. Un aspetto che finisce per accentuare ulteriormente il tema del doppio, ma che talvolta rende meno immediata la lettura delle immagini.
KIT HARINGTON E FRANÇOIS CIVIL: IL PROBLEMA DEL CARISMA
Parlando di adattamenti dickensiani, viene quasi naturale il confronto con il recente Great Expectations – Grandi Speranze. Anche in quel caso l’ambientazione era fortemente cupa e si era scelto di affidare alcuni ruoli a interpreti dalla pelle nera, nonostante nel romanzo i personaggi fossero descritti come caucasici. Una scelta che, come in questo caso, non crea alcun problema e che anzi può arricchire la resa dell’adattamento.
In Great Expectations, tuttavia, c’era almeno una presenza capace di imporsi con un carisma quasi diabolico: Mr. Carmichael Jaggers. A Tale Of Two Cities, invece, sembra fare fatica a trovare un personaggio altrettanto magnetico.
Sydney e Charles finiscono così per apparire piuttosto blandi. Entrambi sono attraversati da tormenti personali, ma la loro dimensione psicologica rimane spesso a un livello superficiale. Sydney, in particolare, riesce occasionalmente a mettere in mostra la propria abilità e qualche guizzo, ma il personaggio non trova sempre il giusto equilibrio fra dramma e ironia. Kit Harington, del resto, non è un interprete particolarmente portato per la comicità, come già emerso in Game Of Thrones.
QUANDO L’ATTUALIZZAZIONE DI DICKENS NON FUNZIONA
Il contesto storico non facilita certo la leggerezza. La vicenda si svolge in un periodo di enormi tensioni sociali e politiche e la serie restituisce due città, Londra e Parigi, sporche, affollate e opprimenti. È soprattutto qui che emerge una delle principali differenze rispetto a Dickens.
Manca quasi completamente quel sorriso capace di accompagnare anche le situazioni più tragiche, quell’ironia che permetteva allo scrittore di alternare dolore e umorismo senza mai sminuire la tragicità delle vicende. Basti pensare all’ineffabile Mr. Dick di David Copperfield, personaggio attraversato da una storia personale tutt’altro che allegra, ma proprio per questo capace di suscitare contemporaneamente tenerezza e sorriso.
Dall’Ottocento a oggi, naturalmente, è intervenuto anche Freud, la cui psicanalisi ha modificato profondamente il modo occidentale di interpretare la psicologia dei personaggi. Non sorprende, quindi, che la serie scelga di proporre una lettura maggiormente psicanalitica del passato di Sydney e, soprattutto, del suo rapporto con la madre.
Il problema nasce però quando l’adattamento cerca di spingersi oltre, tentando di inserire elementi contemporanei in una storia profondamente legata ai valori del passato. La vicenda, per sua stessa natura, non può infatti che arrivare a una conclusione fondata sui valori cavallereschi e romantici propri dell’epoca.
L’innesto fra passato e presente non risulta sempre convincente. La sceneggiatura sembra voler attualizzare il materiale di partenza, ma finisce presto per abbandonare questa strada e tornare alla struttura tradizionale del racconto.
Un’occasione mancata, soprattutto considerando lo sforzo produttivo messo in campo.
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