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American Horror Stories 1×01 – 1×02 – Rubber (Wo)Man: Part One And Part TwoTEMPO DI LETTURA 4 min

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Perché non sfruttare un brand di successo come American Horror Story creando uno spin-off composto da brevi storie ambientate nello stesso universo narrativo? Beh, strano che non sia venuto in mente prima, verrebbe da dire.
È questa l’idea di Ryan Murphy e Brad Falchuk, creatori e showrunner della serie madre, che sfornano una prima stagione da “soli” 7 episodi con una serie di attori già visti nella serie originale nel corso degli anni. Giusto per fare qualche nome si potrà ritrovare: Matt Bomer, Celia Finkelstein, John Carroll Lynch, Naomi Grossman, Charles Melton, Chad James Buchanan, Billie Lourd, Cody Fern, Cameron Cowperthwaite e Dylan McDermott. Nomi di un certo spessore e facce note che non fanno mai male, specialmente per continuare un franchise.

RITORNO A MURDER HOUSE


È sembrato quindi naturale ambientare la prima storia (con un doppio episodio) nella Murder House della prima stagione. Il luogo di molti delitti efferati ed in cui sono stati introdotti personaggi iconici della serie come Rubber Man, che qui compare insieme anche a Thaddeus (Infantata) in brevi frammenti dei due episodi.
È chiaro quindi che una della caratteristiche della serie – già in essere nelle ultime stagioni della serie madre, a dire il vero – sarà quella di autocitarsi con una serie di continui rimandi a vecchie e nuove storie, giocando con la spettatore, impegnato nel frattempo nella ricerca di eventuali easter-eggs, e richiamando vecchie linee narrative. Non che dispiaccia, ma sicuramente chi si avvicinerà a questo spin-off senza aver visto le precedenti 9 stagioni potrebbe non cogliere tutto.

QUALCOSA DI NUOVO NELLA MURDER HOUSE?


Purtroppo va detto fin da subito che il risultato è piuttosto deludente. Non per la qualità in sé del prodotto ma per la sua mancata (ma presunta) originalità. Premettendo che oggi nel genere horror è difficile essere originali, quantomeno se si vuole essere mainstream, in questi due episodi non si vede nulla che non si sia già visto nella stessa serie madre.
Un esempio? L’idea di sfruttare la casa infestata come parco giochi veniva già suggerita le volte precedenti quando si vedevano passare i pullman del “tour dell’orrore”, risultando quindi cosa ovvia e per nulla interessante. Guardando ai personaggi, AHS si è posto negli anni come show all’avanguardia, sia in merito al tema dell’inclusione, sia parlando ed estendendo l’uso dei freak ma soprattutto aprendosi regolarmente alle tematiche LGBTQ. Qui però sembra farlo in maniera troppo artificiale e insistita, senza una reale necessità narrativa. Troppi incontri casuali tra personaggi che si sentono subito attratti l’uno dall’altro, senza mai andare oltre ad una caratterizzazione stilizzata e forzata.
Per fare un esempio, tra il primo e il secondo episodio la protagonista Scarlett ha il tempo di innamorarsi di uno spirito che vive nella casa (tra l’altro mai comparso prima) senza che venga spiegato il perché ma, anzi, rendendo questo rapporto un punto chiave della risoluzione della trama. Non si tratta di un buco di trama – come va di moda dire oggi – ma proprio di una sciatteria nel raccontare i punti chiave della storia che dovrebbero invece rendere la visione appassionante e coinvolgente. Anche per gli altri personaggi, come la compagna di scuola di cui si innamora Scarlett o la sua perversione riguardo i film estremi che vede per eccitarsi, sono accennati e funzionali solamente alla direzione della trama che si è deciso di intraprendere. Niente di più se non mezzi narrativi per uno sviluppo anche molto prevedibile (la vendetta efferata dopo la pubblicazione del filmato su Instagram o le fantasie sessuali estreme che si traducono nel provare piacere nell’uccidere le persone). Essendoci lo spazio sufficiente per farlo – 80 minuti abbondanti – si poteva fare molto meglio. Anche le comparse, come il Rubber-Man, sembrano essere lì solo come tributi ai fan senza aggiungere nulla al dramma.

ALLORA COSA RIMANE DA SALVARE?


Sfortunatamente ben poco. Sicuramente fa in qualche modo piacere tornare nei “luoghi del delitto”, cioè nella Murder House. Su questo, come detto sopra, giocherà molto tutta la serie. Lo stesso effetto si ha quando compaiono personaggi come Rubber Man. Peccato che quest’effetto duri il tempo di una scena, scemando poi rapidamente.
Si vede subito che il tutto non va mai oltre il già visto. Si provano diverse strade senza mai intraprenderne una veramente. Si veda per esempio nel finale dove l’amore sembra trionfare su tutto. Questo tema però non è mai stato principale nel resto dell’episodio o, comunque, mai inteso in senso positivo (riconducibile più ad attrazioni ed infatuazioni distorte tra i personaggi).
Ci sono poi falle logiche evidenti come il fatto che la vendetta delle compagne di scuola di Scarlett contro di lei venga trascinata avanti senza un reale senso logico: bastava ucciderla subito anziché lasciarla libera. Il perché non venga fatto non è semplicemente spiegato. Va detto che cose come questa non sono nuove all’interno dell’universo di AHS. In passato spesso si cambiava direzione senza sistemare troppo le incongruenze. Quindi: niente di nuovo sotto il sole.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il prodotto è sempre ben confezionato con alcune scene interessanti
  • Tutto già visto e prevedibile. Spesso illogico e a tratti noioso.

 

Va vista? Sì senza aspettarsi nulla di più di quello che abbiamo visto nella serie madre. La cura estetica c’è sempre ma niente che vada oltre la semplice idea di voler stupire, senza poi farlo davvero.

Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive assecondando le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un illusione, infatti sogna di produrne qualcuna, magari su qualche tv via cavo. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley. Intanto non si nega qualche guilty pleasure per non essere troppo snob

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