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Baby 1×06 – #LoveTEMPO DI LETTURA 6 min

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Nell’era odierna del commento immediato sui social network, se da una parte va tenuto conto che lo spettatore, in una Golden Age della serialità televisiva che non vuole smettere di fermarsi, è costretto a selezionare molti più prodotti rispetto al passato (se vuole avere una benché minima vita sociale, o un lavoro), dall’altra la pratica di concedere ad un nuovo prodotto giusto il tempo di un pilot o di due/tre episodi al massimo per appassionarci, porta spesso a dimenticarsi che una serie nasce per essere fruita su di una narrazione più lunga di un paio d’ore, ed ognuna di esse ha bisogno del suo personale tempo di gestazione. Di conseguenza ormai appena arriva qualcosa di nuovo, nel bene o nel male, abbondano giudizi se non superficiali, comunque piuttosto affrettati e, dopotutto, è anche per questo che Recenserie esiste.
Ecco, Baby è l’esempio lampante di tutto questo. L’impatto sicuramente non è dei migliori, disorienta lo spettatore promettendogli qualcosa che però tarda ad arrivare, col risultato di fargli notare più i difetti che i pregi. Metti poi una messa in scena che vuole eccessivamente strizzare l’occhio a un target più giovane, virando però solo su quei tratti più facili e riconoscibili (dall’uso forsennato di smartphone e social alla colonna sonora), mostrando a volte una visione anche piuttosto distorta (adolescenti divertiti che continuamente corrono e saltano), fino ad alcuni cliché di troppo (come Fiore che stacca la spina a Saverio, tra l’altro senza la benché minima conseguenza ai suoi danni), ed è chiaro come la rete sia arrivata troppo presto a bollare negativamente la serie.
Come detto, però, non è tutto sbagliato in Baby, anzi. Col proseguire della stagione, entrati in questo mood fatto di ricchezza ostentata e storie instagram, ormai avvezzi al livello di recitazione non proprio altissimo (o al massimo mal diretto), s’inizia a intravedere una precisa direzione, un chiaro disegno che rende la visione più unitaria, più sensata e soprattutto più intensa. A partire dal criticato casting che nei suoi punti deboli trova ricercate funzionalità, dalla “pariolina” più irritante (Camilla), perché in fondo è così che è scritto il personaggio stesso, alla madre più svampita (Isabella Ferrari). In generale grandi e piccoli raggiungono il loro scopo, così come lo stile visivo colorato e patinato ben si presta alle vite invidiabili all’apparenza, ma corrotte nel profondo, dei protagonisti.
Dove infatti Baby vince, offrendo uno spunto interessante e in qualche modo nuovo, è in questo contrasto interno e tutto generazionale di una certa classe sociale. È sicuramente un campo già affrontato in precedenza in altri lidi, basti pensare al caso nazionale che nel 2008 circondò l’uscita dell’audace e sottovalutato Un gioco da ragazze di Matteo Rovere (ambientato, in quel caso, in una ricca scuola di Lucca), ma la serie Netflix, come fatto notare da tutti, dimostra di non tenerci particolarmente, virando verso un’altra chiave di lettura. Una direzione che differisce anche da quella Èlite, a cui più volte è stata accostata, che invece punta di più sulla promiscuità sessuale, ben più mostrata, e soprattutto sul genere crime come tratti distintivi.
Ed è proprio nel suo apparire quasi pudica e innocente (altra critica ricorrente mossa alla serie, forse giustamente), che Baby rivela la sua novità. Praticamente tutti i protagonisti non godono nel giocare a far gli adulti, come succede in prodotti di questo tipo, anzi, lo rifiutano strenuamente, pur mostrando a volte il contrario; tutti sono accomunati da una fragilità interiore che viene fuori proprio in quegli attimi d’infantile dolcezza, continuamente ricercati e così difficili da trovare in quel mondo che invece li costringe a recitare una parte. E questo vale tanto per i “veri” adulti, basti pensare all’insegnante Pandolfi che non solo non mostra alcun rimorso ma anzi persevera sorridente, quanto per i più giovani.
“#Love” non a caso è il titolo del finale, l’amore, nella sua forma più semplice e pura, che manca ad ognuno di loro portandoli alle scelte più sconsiderate, perché è nell’irresponsabilità, nella sua accezione più positiva e adolescenziale, che alla fine lo trovano. È così per Chiara e Damiano, divisi per l’intera stagione proprio dalla più cinica razionalità, che ora finalmente accantonano per seguire la propria felicità. È così soprattutto per Chiara e Ludo, probabilmente la storia d’amore più riuscita in questo senso. Chiara sceglie infatti di restare per lei, più che per Damiano, dopo aver desiderato fuggire per tutta la stagione, perché dopo esser stata sola tutta la vita finalmente adesso ha qualcuno. Entrambe le relazioni sono comunque accomunate dal loro essere un incontro di anime perdute e profondamente spezzate, che arrivano a raggiungere un’insospettabile, infantile e romantica tenerezza proprio quando sono finalmente unite.

 

Se hai 16 anni e vivi nel quartiere più bello di Roma sei fortunato. Il nostro è il migliore dei mondi possibili. Siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare. Ecco perché per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta

 

A chiudere ritorna circolarmente l’incipit che ha aperto la serie, e probabilmente sta tutta lì la sua grande nota dolente. Non solo è stata indubbiamente venduta come “la serie sulle baby squillo di Roma”, ma ci si mette anche la stessa voice-over diegetica a dichiarare ancora l’esistenza di una vita segreta che, pur intravista a sprazzi (soprattutto nella fase centrale), non è mai riuscita ad essere davvero centrale. Certo, si capisce adesso che l’annuncio voleva essere solo metaforico, perché in fondo è segreto il disagio esistenziale di Monica, è segreta la separazione in casa dei genitori di Chiara, è segreta l’omosessualità di Fabio, eppure il tema della prostituzione minorile resta un fantasma potente, proprio perché resta lì, sfuggente e in sospeso.
E allora il chiacchierato rinnovo, ancora in attesa di conferma, potrebbe essere la giusta occasione per rimediare agli errori e sfruttare maggiormente le potenzialità che la serie ha dimostrato di possedere, seppur in maniera incomprensibilmente altalenante. Perché di una serie di questo tipo, con questa produzione, per ragazzi e fatta da ragazzi, con tematiche così forti e attuali, ne abbiamo assolutamente bisogno. Sperando, appunto, che non faccia da pretesto per smettere di osare, perché al contrario è proprio su di un maggior coraggio che si dovrebbe continuare a scommettere.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
    • Il coming-out di Fabio e la reazione del padre
    • Il racconto, tenero e innocente, del racconto di Chiara a Ludo sul suo bacio con Damiano
    • Monica che non si pente, anzi
    • Chiara che resta, per Ludo, come l’inquadratura suggerisce
    • E Camilla, finalmente, muta
    • #Love, così inafferrabile, pur nella sua semplicità
    • Fiore che stacca la spina a Saverio
    • Stacco, adolescenti che corrono
    • Damiano che sembra partire per un altro stato, quando alla fine cambia giusto quartiere (o almeno così abbiam capito, visto che se ne va in motorino). Ora, ok che dal Quarticciolo ai Parioli ci vorrà un’oretta, specie col traffico, però…
    • Stacco, adolescenti che si spintonano
    • Ok che Monica se ne sbatte delle conseguenze, ma pure il WhatsApp con tanto di emoji della canna, forse si esagera un po’

 

“#Love” conferma le croci e le delizie di Baby, riuscendo comunque a dare un preciso e significativo senso di chiusura al percorso di formazione delle due protagoniste, pur mantenendo la trama aperta ad una potenziale seconda stagione. E allora che quel cellulare rubato che all’improvviso s’illumina, nell’inquadratura finale, possa rappresentare la chiamata definitiva alla rottura, stavolta più rumorosa e definitiva, delle pareti dell’acquario.

 

L’Ultimo Scatto 1×05 ND milioni – ND rating
#Love 1×06 ND milioni – ND rating

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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