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Better Call Saul 1×06 – Five-OTEMPO DI LETTURA 6 min

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You let some thing slide and you look the other way. You bust a drug dealer that has more cash than you’ll ever earn in a lifetime. Some of it doesn’t make it back evidence… so what? You took a taste. So did everyone else. That’s how you knew were safe. It’s like killing Caesar… Everyone’s guilty

Il “vecchio” Vince Gilligan, alla fine, proprio non ha resistito. Better Call Saul avrà momenti più leggeri, quasi da commedia, diceva; ai fan di Breaking Bad strizzerà l’occhio, certo, ma l’atmosfera sarà completamente diversa, affermava.
Come no, Vince. Pensare che per un po’ ci abbiamo pure creduto. “Quel mattacchione di Saul, quanto è forte! Guarda come tratta con Tuco! Toh, c’è pure Mike. Vedi come si screziano, che ridere…”. Sì, sembrava tutto bello e divertente. I drammi non sono mancati, direte voi, c’è pur sempre la malattia/follia del fratello a rendere lo show quantomeno più “dark”. Ma no, Vince non ci sta. Deve farci ricordare perché in così tanti si sono fiondati a seguirlo, e decide di osare. Sì, poiché, alla luce di cotanta perfezione, è comunque fastidiosamente insistente un pericoloso quanto malizioso dubbio: è positivo o negativo che il miglior episodio, fino ad ora, dello spin-off, sia proprio il più simile, per toni, scrittura e messa in scena, alla serie madre? Che cosa ne dobbiamo dedurre?
La domanda è più che lecita, e, forse, meriterebbe un giusto approfondimento. Ma, come la storia dell’andamento di numerose serie tv c’insegna, spesso conviene assumere un più cauto atteggiamento di lungimiranza, senza doversi lasciare andare subito a conclusioni eccessivamente affrettate. D’altronde, non dubitiamo che questo “Five-O”, in futuro, rappresenterà un particolare quanto indimenticabile unicum all’interno della serie, al pari di episodi come “Peekaboo” o “Fly” in Breaking Bad. E non è detto che non ci saranno altre puntate altrettanto clamorose, pur ritornando alla sua impostazione di base. Restando sempre in tema di paragoni con la serie madre, per quanto la già citata “Fly” sia tra gli esempi più utilizzati nelle varie discussioni finalizzate ad elogiare la qualità dello show, episodi come “Ozymandias“, ben più radicati e coinvolti nel filone della trama principale e nelle sue caratteristiche peculiari, non hanno nulla da invidiare in termini di eccezionalità televisiva. Perciò, rimandiamo le elucubrazioni, seppur necessarie, del caso a tempi più consoni, e godiamoci, senza troppi viaggi mentali, la visione dell’ennesima e impeccabile perla di Gilligan.
Impeccabile, sì. Perché, quindi, presa a sé, “Five-O” non ha davvero nulla da rimproverarsi. Innanzitutto, la scelta del suo “protagonista”, quel Mike Ehrmantraut così fondamentale e iconico in Breaking Bad, ma del quale, in fondo, abbiamo sempre saputo davvero poco. Non c’è mai stato davvero bisogno di informarci di più, questo è chiaro, e forse è esattamente per questo che la puntata, se possibile, acquista ancora maggiore valore. Perché, in effetti, un approfondimento così “caricato” e intenso su Mike, non se lo aspettava praticamente nessuno. Il personaggio funzionava così com’era, al massimo, trattandosi pur sempre di uno spin-off, a Gilligan & Gould bastava mostrarci come lui e Saul sono entrati in affari insieme, né più né meno, ed è quello che alla fine stava succedendo. Invece la storia creata ad hoc per l’anziano impassibile “tuttofare” non solo funziona egregiamente, ma, come detto, è costruita su livelli tecnici ed emotivi da far invidia ad una buona parte dei flashback sui vari naufraghi di Lost.
E, a proposito della serie di J.J. Abrams, curioso come i retroscena della creazione del personaggio di Mike abbiano molto in comune con quelli di Benjamin Linus. In entrambi i casi, infatti, gli autori avevano in mente di farli apparire solo per poco, giusto per mandare avanti delle precise sottotrame, con l’intenzione di “liberarsene” una volta esauriti i propri compiti. Ma le interpretazioni, rispettivamente, di Jonathan Banks e Michael Emerson sono state talmente convincenti da convincerli a confermarli a lungo termine. Mai decisioni furono migliori (chissà se avremmo avuto l’Harold Finch che conosciamo, se Lindelof & co. avessero seguito il copione originale).
La recitazione di Banks riesce nel difficile risultato di infondere spessore al suo già ben collaudato character. Nel dialogo finale, di cui abbiamo riportato una parte ad inizio recensione, vediamo un Mike come non ci era mai stato mostrato. La freddezza e la calma con la quale si è sempre presentato, cedono il campo a un malessere recondito e profondo, che ha anche il pregio di far acquisire una rilevante retroattività al suo precedente background. Tutto quello che conosciamo di lui o gli abbiamo visto fare in Breaking Bad, infatti, può ora essere riletto con un’ottica decisamente diversa. Dal magnifico e mai dimenticato monologo sull’half measures, le sue ultime parole a Walter in punto di morte, fino, soprattutto, al particolare rapporto che instaura con Jesse Pinkman. Perché, oltre a una ricchezza psicologica, il bagaglio personale di Mike si amplifica anche nel più concreto ed essenziale aspetto di pura trama. Ovvero, che tipo di parentela c’era con la mamma di sua nipote ed i motivi che l’hanno portato ad Albuquerque. Persino nella (fantastica) “comparsata” di Jimmy, anche con la sua brevità, s’intravede il principio di relazione che lo legherà a Saul in futuro.
A far raggiungere la perfezione all’episodio è, però, la principale “novità” nella storia del personaggio, ossia, naturalmente, la vicenda dell’omicidio del figlio, addirittura poliziotto anch’esso (“Five-O” sta per un’espressione gergale che indicherebbe, appunto, i poliziotti). Se di scrittura abbiamo parlato, menzione d’onore va sicuramente anche al lato tecnico. Lo stile e la fotografia tipicamente noir, da far deliziare i palati fini di gente come Orson Welles (L’Infernale Quinlan) o Curtis Hanson (LA Confidential), ben si adeguano a questo triste e cinico racconto di corruzione e morte. Senza parlare, ovviamente, del dramma familiare. Ed è qui che il pensiero va a Jesse, e allo speciale trattamento “paterno” riservatogli in più di un’occasione. Come s’è capito, alla fine si torna sempre lì, perché il vecchio Vince proprio non ne vuole sapere di lasciare le avventure di Walter White in un angolo, in un’intoccabile e sacro spazio della nostra mente, ma lo deve puntualmente ripescare e lasciarci stupefatti e increduli, proprio come gli altrettanti vecchi tempi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • All (for)…
  • “…nothing

 

In un episodio in cui il protagonista Bob Odenkirk/Jimmy McGill/Saul Goodman appare in una decina di minuti scarsa, pur con la solita quanto meravigliosa verve, Better Call Saul mette le carte in tavola, in un rischioso quanto affascinante punto di non ritorno. Dalla prossima o si rimane sugli impressionanti standard raggiunti, o si torna alla più “normale”, ma altrettanto piacevole, alta qualità finora espressa, lasciando “Five-O” nell’olimpo dei migliori episodi mai concepiti e realizzati.
Una cosa è certa, a Gilligan, ancora una volta, diciamo umilmente: chapeau.

 

Alpine Shepherd Boy 1×05 2.70 milioni – 1.2 rating
Five-O 1×06 2.57 milioni – 1.3 rating

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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