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Better Call Saul 6×13 – Saul GoneTEMPO DI LETTURA 8 min

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Recensione 6x13 Better Call Saul Series FinaleCosì finisce Better Call Saul.
Un viaggio durato sette anni – senza contare i cinque di Breaking Bad – e che termina nel miglior modo possibile, senza la minima sbavatura e portandosi con sé un carico emotivo che pochi altri finali di serie hanno avuto la capacità di offrire ai propri spettatori. Un episodio di oltre un’ora che (purtroppo) vola via al pari della classica puntata da venti minuti di una qualsiasi comedy e che, grazie all’ormai conclamata bravura di Peter Gould, regala al suo pubblico una conclusione dal gusto dolceamaro, pregna di malinconia per la sorte abbastanza prevedibile del protagonista, ma anche di sincero sollievo nel vedere finalmente Jimmy (e non più Saul) giungere alla sua personale redenzione. Un percorso molto diverso rispetto a quello di Walter White, e infatti Gilligan e Gould ci tengono a spiegare al pubblico questa enorme differenza utilizzando l’ultimo flashback a tema Breaking Bad, ma non per questo meno intenso o coinvolgente.
Si chiude qui un’era. Questa volta, se si sceglie di credere alle parole di Gilligan (“I think there’s a certain point, and it’s hard to define, where you’ve done too much in the same universe. Just leave it alone.“), non ci sono altre storie in arrivo. Nessun El Camino in cantiere. Soltanto la malinconia pensando che non ci sarà un prossimo episodio. Ma va bene così. Perché “Saul Gone” non è soltanto una conclusione perfetta sotto ogni punto di vista. È anche, e soprattutto, una lettera d’amore da parte del suo creatore ad uno dei suoi personaggi più iconici e al pubblico che ha reso possibile tutto questo. Oltre che uno dei finali di serie oggettivamente più belli di sempre.

“WHAT WOULD YOU DO IF YOU HAD A TIME MACHINE?”


Vince Gilligan, già dai tempi di Breaking Bad, ha sempre amato viziare il suo pubblico regalando loro continui parallelismi tra personaggi apparentemente molto diversi tra loro e nascondendo il simbolismo anche nel più piccolo dettaglio. Questo finale di serie ovviamente non è da meno nonostante ci sia la doppia mano alla sceneggiatura e alla regia di Peter Gould.
La scelta forse più intelligente dell’intero episodio è stata quella di mettere in scena tre diverse sequenze flashback con alcune delle persone che hanno condizionato maggiormente la vita di Jimmy/Saul, incentrate tutte sul concetto di rimpianto. Queste tre conversazioni, rispettivamente con Mike, Walter e Chuck, aiutano lo spettatore a chiarire definitivamente chi sia Jimmy McGill e perché Kim Wexler abbia avuto un ruolo così significativo nel suo processo di redenzione.
È anche un’ottima occasione per dare un ultimo sguardo a tre personaggi chiave dell’universo narrativo creato da Gilligan e Gould, messi appositamente al centro di sequenze “leggere” durante le quali il loro mondo caotico e insidioso si ferma per qualche minuto consentendogli così di riprendere fiato ed aprirsi ad un livello più umano con Jimmy e lo spettatore.

Mike:That’s it. Money?

Il primo flashback non poteva che essere dedicato a Mike, co-protagonista a tutti gli effetti nelle prime stagioni di Better Call Saul e, sebbene “trascurato” rispetto alle origini, uno dei character più iconici dell’intero universo narrativo creato da Gilligan.
La premessa del flashback, e collegamento con le altre due sequenze che seguiranno, ruota attorno alla domanda di Jimmy: “Cosa faresti se avessi una macchina del tempo?“. Com’era lecito aspettarsi, ciò che emerge dalla risposta di Mike è tutto l’attaccamento nei confronti delle poche persone a lui realmente care: inizialmente l’uomo suggerisce di tornare nel 2001 per fermare l’omicidio di suo figlio, dopodiché cambia idea tornando indietro al momento della prima bustarella, bloccando sul nascere la catena di eventi che porteranno alla sua uccisione, e infine andando avanti nel futuro per controllare che la sua famiglia se la passi bene.
Ben diversa è la risposta di Saul, che in pratica suggerisce una soluzione alla “almanacco sportivo di Ritorno Al Futuro” per diventare milionario, davanti allo sguardo incredulo di Mike che, con un sottile “non cambieresti nulla?”, sbatte in faccia allo spettatore, ancora una volta, la molteplicità di ragioni dietro all’adesione ad una vita criminale e la lampante distanza esistente tra i due character dal punto di vista della consapevolezza di ciò che sono effettivamente diventati: pericolosi criminali.

Walter:So you were always like this.

Quando invece la stessa domanda viene posta a Walter, durante la sequenza flashback da “Granite State“, l’uomo punta il dito contro l’assurdità scientifica che costituisce l’idea di macchina del tempo, mostrando la consueta prepotenza che spesso il personaggio sfogava sul povero Jesse, ma anche mostrando saggezza andando direttamente al centro della questione: il rimpianto.
Anche in questo caso la risposta dell’interlocutore di Saul verte sul cambiare scelte di vita che, direttamente o indirettamente, hanno portato come decisione finale l’ingresso nel mondo della criminalità – in questo caso specifico l’abbandono della Gray Matter Technology da parte di Walt – mentre la sua scade nuovamente nel puerile rimarcando nuovamente la sua superficialità e la sua pochezza morale agli occhi dello spettatore.

Chuck: We always end up having the same conversation, don’t we?

Superficialità che comunque verrà poi contestualizzata nell’ultimo flashback, quello forse più importante, nel quale tra l’altro viene mostrato il libro The Time Machine di H.G. Wells, che quindi sembrerebbe aver ispirato le domande poste a Mike e Walter.
In questo ultimo flashback appare evidente quanto Jimmy abbia pagato personalmente nel corso della sua battaglia per guadagnare il rispetto di Chuck. Un uomo che non cambia mai direzione e che vive senza alcun rimpianto solo perché forte del suo impenetrabile scudo d’arroganza e risentimento. Un esempio da seguire forse a livello professionale, ma decisamente non così tanto lodevole dal punto di vista morale e soprattutto nel suo importante ruolo di guida e fratello maggiore. Probabilmente l’unico vero fallimento collezionato da Chuck nel corso della sua vita da “uomo per bene”.

SAUL GONE


Le emozioni più grandi però, com’era lecito aspettarsi, sono riservate alla timeline nel presente in bianco e nero di Gene Takavic. Anche qui Gould non perde occasione di regalare al suo pubblico ancora qualche assaggio del passato, con il ritorno di Marie Schrader e del fantasma di Heisenberg che ancora aleggia sopra il cielo di Albuquerque.
Jimmy riesce ad ottenere un assurdo patteggiamento passando da una condanna a vita ad una di sette anni, divertendosi come un matto nel prendere in giro i suoi interlocutori sfoggiando la maschera di Slippin’ Jimmy per tutta la durata del colloquio. Maschera che cade soltanto nel momento in cui il nome Kim Wexler viene menzionato dall’Assistant US Attorney Castellano.
In quel momento il fragile castello di menzogne, raccontate prima di tutto a se stesso, crolla inesorabile. Saul Goodman mette in scena il suo atto finale, rivelando sul più bello, davanti agli occhi di Kim, la sua vera identità: quella di Jimmy McGill. Ecco infine arrivare l’inaspettata confessione, resa ancor più incredibile dal patteggiamento miracolosamente agguantato e rifiutato in cambio di una condanna praticamente a vita da scontare in carcere.
Come già avvenuto in altre occasioni, Gilligan e Gould mostrano al pubblico la scritta EXIT, utilizzata per l’ultima volta esattamente nel momento in cui Jimmy decide di cambiare versione, e trovando finalmente l’unica via d’uscita dall’insostenibile peso delle proprie azioni. In “Wiedersehen“, l’unica luce EXIT a spegnersi è quella che accompagna Jimmy al termine della sua valutazione, quasi a dire che non esiste via d’uscita per chi è sempre in fuga.
In questo “Saul Gone“, invece, la luce è accesa (anche se la sequenza è in bianco e nero, infatti, si può sentire il ronzio del neon in sottofondo), come fu per Chuck, Nacho e tutti quei personaggi che, ad un certo punto della storia, hanno avuto la possibilità, anche momentanea, di “uscire” dalla propria condizione.
Gli ultimi minuti dell’episodio sono stupendi. Tanta nostalgia dei bei tempi che furono, in un incontro, quello tra Jimmy e Kim, che vuole rievocare le oramai iconiche pause sigaretta viste nel corso delle prime stagioni (sempre menzionate nella recensione di “Wiedersehen“) e che per un attimo ricordano allo spettatore la ragione alla base del change of heart di Jimmy. L’amore e il rispetto per Kim sono state le uniche due cose a permettergli di superare il dolore infertogli da suo fratello Chuck, e Kim è sempre stata l’unica persona in grado di allentare la presa psicologica che il fratello, direttamente o indirettamente, aveva su Jimmy. Ma soprattutto è sempre stata l’unica a farlo sentire davvero dispiaciuto per qualcosa.
Alla fine del viaggio, Jimmy McGill decide volontariamente di ottenere ciò che si merita: il carcere a vita ma il rispetto dell’unica persona a lui cara. E così, almeno per una volta, di vivere senza alcun rimpianto.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ogni singolo frame di questo series finale
  • Nessun nuovo episodio settimana prossima

 

Non rimane molto altro da aggiungere. Alla fine dei giochi, Better Call Saul è riuscito ad eclissare Breaking Bad. Lungi dal voler esprimere un giudizio di valore lapidario nei confronti di uno dei telefilm che ha obiettivamente fatto la storia della televisione contemporanea, appare ormai evidente come questo spin-off abbia giovato in primis della maggiore maturità artistica dei suoi creatori, ed in secondo luogo proprio della forte presenza, alla base, di un prodotto come Breaking Bad, portatore non solo di elevati standard qualitativi, ma anche di folli aspettative spettatoriali che sicuramente hanno dato a Gilligan e Gould il giusto stimolo per non rovinare – e anzi migliorare – quanto di buono fatto nella serie madre.
Better Call Saul non è uno show che parla soltanto di un uomo caduto vittima delle sue stesse scelte sbagliate e della parabola discendente che lo ha portato alla rovina. Better Call Saul è uno show che prende in esame la natura simultaneamente stimolante e corrosiva dell’influenza familiare, che illustra le difficoltà dell’essere umano di affrontare un determinato cambiamento, specialmente quando radicale, e che infine mette in bella mostra quanto possa essere autodistruttivo eludere se stessi trascurando le proprie (reali) necessità in virtù di una felicità soltanto illusoria conferita da denaro, successo e potere.

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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