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Better Call Saul 6×12 – WaterworksTEMPO DI LETTURA 4 min

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Better Call Saul 6x12 recensioneAd un episodio dalla fine di tutto, sua maestà Vince Gilligan si scomoda per scrivere e dirigere un episodio che la stragrande maggioranza dei fan della serie attendevano di vedere con ansia. Una puntata che risponde a diverse domande rimaste in sospeso, soprattutto a quelle relative al futuro di Kim Wexler che, a posteriori, hanno molto più senso rispetto alle diverse teorie del complotto che la vedevano morta o al servizio del cartello messicano.
Gilligan aveva già diretto due episodi in questa stagione, “Carrot And Stick” e la midseason premiere “Point And Shoot”, ma non aveva ancora firmato alcun tipo di sceneggiatura, il che rende già sulla carta questa penultima “Waterworks” estremamente speciale. Se poi ci si abbina anche una qualità visiva e recitativa praticamente impeccabile, allora non si potrà negare di essere davanti ad un episodio che soddisfa pienamente tutte le aspettative.

Gene: My mind was wandering this morning. I was just… Not thinking anything in particular. Just random thoughts. And, bam, it suddenly occurred to me it’s been six years. I mean, Jesus. I couldn’t believe it. I thought you might wanna know I’m still alive.
Kim: “[…] I’m glad you are alive.

SEI ANNI DOPO


Come si diceva, questa è la puntata in cui vengono (gentilmente) concesse diverse risposte e una di queste è sicuramente relativa alla timeline. Finalmente viene esplicitato un riferimento temporale, quel “it’s been six years” che mette tutto in prospettiva (è il 2010) e dilata ulteriormente una diaspora tra marito e moglie per un tempo nettamente superiore a quello del loro effettivo matrimonio.
Dopo gli eventi di “Point And Shoot” e “Fun And Games“, la presa il risveglio di coscienza di Kim era parso obbligatorio e, come tale, anche necessario per dare quel colpo di coda alla serie. Un colpo di coda che qui arriva sia per scelta di Kim, sia per una scelta del destino che si manifesta sotto la sorprendente forma di Marion.
In entrambi i casi, però, bisogna constatare come la vera causa di tutto sia una ed una sola: l’hybris Jimmy/Saul/Gene. Un atteggiamento di superbia che pone questa nuova evoluzione del character di Bob Odenkirk nettamente più distante rispetto a quello lasciato in “Fun And Games” ma anche più simile a Gene. Un Gene che, di fatto, è causa del suo stesso male perché crea una reazione a catena con Kim, sottovaluta pesantemente Marion e soprattutto pretende di essere superiore a qualsiasi stato d’animo. Jimmy/Saul/Gene mente a sé stesso e agli altri perché è ciò che sa fare meglio ma non è felice ed in cuor suo lo sa bene.

KIM 2010


Il vero scopo di “Waterworks”, però, è quello di mostrare la nuova Kim. La Kim che fa sesso con un tizio piuttosto monotono che continua a ripetere “yep“, la Kim che fa un puzzle monocolore, la Kim che scrive eccitanti descrizioni dei prodotti da giardino nell’azienda per cui lavora, la Kim che parla con le colleghe/amiche della maionese o del tipo di gelato da comprare.
La sensazione è di essere davanti ad una donna che ha soffocato e sta continuando a soffocare una parte di sé stessa per vivere una vita monotona e grigia (non è un caso il colore scelto per questo futuro) in Florida, con un lavoro che è palesemente noioso e con un fidanzato che è talmente prevedibile e poco interessante che non può riservare alcun tipo di sorpresa, positiva o negativa. Non è la Kim che si vorrebbe ma è la Kim più realistica, quella con la bussola morale ormai rotta; quella che, di fatto, non riesce ad andare avanti. Poi, però, una telefonata cambia tutto e la presa di coscienza che una vita passata nel purgatorio in Florida non può essere la soluzione, soprattutto dopo che il senso di colpa non è ancora sparito.
Lo sviluppo del personaggio è ovviamente mastodontico soprattutto perché viene fatto attraverso silenzi, sguardi persi nel vuoto e frasi superficiali, improvvisamente sopperite da sguardi gelidi, ammissioni di colpevolezza e un pianto impossibile da soffocare. È la fine del purgatorio.

NICE TO HAVE MA ANCHE NO


Dulcis in fundo bisogna anche brevemente commentare il primo incontro tra Jesse Pinkman e Kim Wexler. Un incontro durato poco ma rivelatosi piuttosto intenso per il momento particolare in cui è stato posizionato da Gilligan: dopo la firma del divorzio. A livello emotivo, sia lo spettatore che Kim sono vittime di un evento che non arriva come un fulmine a ciel sereno ma che comunque ha un suo impatto, sia per la freddezza del tutto, sia per l’atteggiamento spocchioso di Saul di cui si è già parlato sopra.
La vera differenza, nonché il motivo per cui si apprezza la comparsata di Aaron Paul in questo episodio rispetto all’inutile flashback dello scorso, è che questo incontro ha uno scopo più grande ed è finalizzato a far esternare a Kim il suo pensiero su Saul (“Is this guy any good?” / “When I knew him, he was.“). Certamente è fan-service ma un fan-service intelligente, il che è sempre apprezzabile.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il riflesso “colorato” della pubblicità di Saul Goodman sugli occhiali di Gene
  • Regia impeccabile di Vince Gilligan
  • Ultimi 5 minuti di recitazione di Bob Odenkirk
  • Il pianto in autobus
  • La telefonata con Gene vista dalla prospettiva di Kim
  • Incontro tra Kim e Jesse
  • Yep
  • Niente da segnalare

 

Nell’insieme, “Waterworks” è un ottimo episodio che si pone serenamente almeno un paio di spanne sopra ai precedenti “Nippy” e “Breaking Bad“, entrambi rei di aver disatteso parzialmente le aspettative. Qui si è su tutt’altro livello.

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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