Ironheart 1×02 – Will The Real Natalie Please Stand Up?TEMPO DI LETTURA 6 min

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Recensione Ironheart 1x02In questo secondo episodio di Ironheart, il racconto delle origini di Riri Williams cerca di articolarsi lungo una traiettoria ibrida che mescola il linguaggio del tech-drama, l’estetica urbana da crime metropolitano e l’ombra latente del sovrannaturale, ma lo fa senza ancora trovare un’identità stilistica e tematica compiuta.
Se l’esordio aveva gettato le basi di una protagonista in fuga dal rigore accademico per necessità più che per scelta, questa seconda puntata tenta di svilupparne l’integrazione all’interno di un nuovo sistema – criminale, instabile e oscuro – che avrebbe potuto offrire ampi margini di conflitto etico e tensione narrativa. Invece, ciò che si registra è una preoccupante tendenza alla semplificazione drammatica, alla risoluzione meccanica degli ostacoli e, più in generale, a una scrittura che rinuncia a scandagliare davvero la presunta complessità delle sue premesse.

YOU SON OF A BITCH, I’M IN!


L’episodio si apre riprendendo l’ultima inquadratura del pilot, con Riri incredula di fronte alla manifestazione olografica della sua migliore amica Natalie, generata a partire dalla mappatura cerebrale con cui aveva tentato di sincronizzarsi con l’armatura. Il tema dell’intelligenza artificiale affettiva, che richiama inevitabilmente modelli come J.A.R.V.I.S. e F.R.I.D.A.Y. nella legacy di Tony Stark, viene qui declinato in chiave più personale: Natalie non è un’assistente, ma una memoria vivente, un fantasma digitale che rappresenta tanto un potenziale alleato quanto una minaccia alla stabilità emotiva di Riri. Tuttavia, la scrittura sceglie di non approfondire sin da subito le implicazioni etiche e psicologiche di questa “resurrezione”, preferendo integrarla rapidamente nella dinamica narrativa come gadget narrativo piuttosto che come detonatore drammatico.
La trama centrale dell’episodio ruota attorno alla prima vera missione affidata a Riri da Parker Robbins, leader del gruppo di criminali meno plausibile della storia della televisione a cui la ragazza si unisce per prendere il posto di Stuart “Rampage” Clarke (interpretato da Eric Andre), IT-guy che in teoria dovrebbe essere esperto in ciò che fa, ma che in realtà è un pirla. In questa occasione vengono presentati i restanti membri della squadra:

  • Slug, hacker del dark web specializzato in truffe sportive;
  • i fratelli Blood, ex atleti ora impiegati in combattimenti clandestini;
  • Clown, artificiera dal temperamento instabile;
  • John, cugino e braccio operativo dello stesso Robbins.

Questo ensemble introduce un ventaglio di personalità che sembrano ricalcare alcuni archetipi classici da heist movie, ma che faticano a distinguersi per originalità o approfondimento. La loro introduzione sembra più dettata da necessità di plot che da una reale volontà di delineare dinamiche interne o frizioni credibili, e il modo in cui Riri viene accolta con eccessiva facilità – senza diffidenza o alcun tipo di tensione reciproci – da un gruppo di cui non conosce nulla, guidato da un leader la cui aura sinistra dovrebbe quantomeno generare sospetti o resistenze, risulta drammaticamente poco plausibile.

SONO FUORI DAL TNNL DELLA POLITICA URBANISTICA


La missione consiste nell’interferire con la presentazione pubblica del progetto TNNL, infrastruttura voluta dalla CEO Sheila Zarate per trasformare i tunnel sotterranei di Chicago in una rete autostradale secondaria. L’idea, potenzialmente carica di implicazioni politiche e urbanistiche, viene trattata come pretesto logistico per l’azione e non trova spazio per alcuna riflessione sulla natura del potere economico che Parker mira a corrompere. Il piano, nella sua esecuzione, appare lineare e privo di ostacoli reali: Riri ha bisogno di riparare la sua armatura e per farlo rintraccia Joe, un tecnico che viene costretto con una minaccia improvvisata a fornirle ciò che serve.
Il tutto si sviluppa con una fluidità quasi eccessiva, priva di veri ostacoli o interferenze, e una delle sequenze più emblematiche in tal senso è quella in cui Riri trasporta la sua armatura all’interno di un carretto di plastica: un espediente visivo che, per quanto volutamente naïf, finisce per apparire poco credibile nel contesto urbano in cui è inserito, sollevando dubbi sulla coerenza visiva e sull’attenzione al dettaglio nella messa in scena.
Parallelamente, si espande il ruolo di Natalie: l’intelligenza artificiale riesce a “uscire” dal computer su cui era stata caricata, finendo per essere scoperta dalla madre di Riri. Si tratta di un momento che avrebbe potuto offrire spunti interessanti, sia in termini di confronto emotivo che di inquietudine domestica, ma che viene trattato con una leggerezza che ne smorza l’impatto potenziale. Anche il contributo successivo di Natalie, che elabora un piano alternativo dopo la perdita accidentale della chiavetta USB contenente il virus per il sabotaggio, viene gestito in maniera funzionale ma piuttosto sbrigativa, senza generare una reale tensione. La missione si conclude con successo, con Robbins che riesce a ottenere dalla CEO di TNNL la firma di un contratto segreto che garantirà l’accesso alle risorse della sua azienda: un esito narrativo potenzialmente rilevante, ma indebolito dalla rapidità con cui si sviluppano e si risolvono i conflitti, lasciando la sensazione che l’elevata posta in gioco non venga mai davvero avvertita come tale.

PARKER ANDIAMO ALLA CA’ DEL DIAUL


Solo nel finale, Ironheart riesce a ritrovare un minimo di inquietudine visiva e narrativa: Parker Robbins, a petto nudo, mostra una schiena invasa da una sorta di formazione oscura simile a un intreccio di radici nere, che si espandono lentamente verso la parte bassa del corpo. L’immagine, disturbante e affascinante, è accompagnata da un’affermazione enigmatica: “È il prezzo da pagare per ciò che Lui mi ha fatto”. È la prima volta che il personaggio allude esplicitamente a una forza superiore, probabilmente demoniaca, a cui deve la sua condizione. La scena, pur suggestiva, è l’unico momento in cui la serie sembra ricordarsi che Robbins non è un semplice boss di quartiere, ma il tramite verso qualcosa di più grande, oscuro e, si spera, narrativamente più ricco.
Tuttavia, una singola sequenza ben riuscita non basta a salvare un episodio che, nel suo insieme, appare afflitto da una fretta nello sviluppo che impedisce qualsiasi sedimentazione drammatica. La velocità con cui Riri si integra nel gruppo, la facilità con cui supera gli ostacoli tecnici e morali, e l’assenza di veri momenti di crisi interiore rendono difficile empatizzare con il suo percorso. Le potenzialità del personaggio – intelligenza, trauma, desiderio di riscatto – restano per ora sulla superficie, mentre le dinamiche narrative sembrano più interessate ad accumulare eventi che a costruire significato.

 

THUMBS UP 👍 THUMBS DOWN 👎
  • Suggestiva rappresentazione visiva della condizione di Parker nel finale, che apre prospettive sovrannaturali interessanti
  • Introduzione del team e della CEO Zarate utile ad ampliare il contesto narrativo e le implicazioni future…
  • Presenza di Natalie come IA affettiva con potenziale di sviluppo ancora tutto da esplorare
  • Sviluppo narrativo troppo accelerato, che sacrifica ogni forma di verosimiglianza emotiva e logica
  • … ma è la squadra di criminali meno plausibile nella storia della televisione
  • Reazioni emotive dei protagonisti non coerenti con la gravità degli eventi mostrati
  • Gestione frettolosa dei momenti ad alto potenziale drammatico

 

Pur proseguendo sulla scia degli elementi introdotti nella première, il secondo episodio di Ironheart soffre di una narrazione poco calibrata, in cui le dinamiche interne al gruppo criminale e il potenziale drammatico legato al rapporto tra Riri e l’IA di Natalie vengono appena abbozzati. La messa in scena si accontenta spesso di soluzioni semplicistiche, mentre la scrittura si affida a una progressione narrativa troppo veloce per generare vero coinvolgimento. In un contesto che avrebbe potuto esplorare con maggiore profondità temi legati all’identità, alla moralità e al lutto, la serie sembra invece privilegiare l’avanzamento meccanico della trama a discapito della coerenza e dell’efficacia emotiva.

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Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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