Recensione Sick Of Myself
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Sick Of Myself

Un film chiaramente non per tutti che colpisce come un coltello che penetra la carne, tra scene ripugnanti, un politically incorrect che critica tutto e tutti e una regia che è degna di nota. Non adatto a stomaci deboli ma adatto a chi vuole rimanere impressionato positivamente.

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Signe e Thomas sono, all’apparenza, una normale coppia di fidanzati che vive e lavora a Oslo. Ma quando Thomas, sedicente artista, verrà raggiunto da una inspiegabile fama, Signe farà di tutto per riportare l’attenzione su di sé, sacrificando il proprio corpo e la propria salute assumendo, deliberatamente, un farmaco pericoloso ritirato dal mercato.

Pochi registi hanno avuto la faccia tosta il coraggio di realizzare, a inizio carriera, lungometraggi disturbanti come Kristoffer Borgli con Sick Of Myself (Syk Pike, in originale norvegese). Ci sono riusciti Yorgos Lanthimos e Ari Aster rispettivamente con Dogtooth del 2009 e Hereditary – Le Radici Del Male del 2018. Su questa scia di implacabili horror autoriali, il giovane Borgli cala un asso di picche e, se proprio non và all-in, porta a casa una bella fetta di interesse da parte di quel pubblico che non ama i brividi preconfezionati.
Sick Of Myself riesce prima ad attirare il pubblico presentando una coppia strampalata per la quale in prima battuta si prova tenerezza, poi avvinghia lo stesso pubblico e lo trasporta con sé in una spirale di delirio narcisistico che sfocia nel body horror.
Quando ormai è troppo tardi per ritirarsi da questa visione grottesca dalla quale ci si sente ipnotizzati, il regista calca ulteriormente la mano con un paio di scene politically incorrect prendendosi gioco di questi strani tempi dediti all’inclusività a tutti i costi.

NARCISSISTIC PERSONALITY DISORDER


Presentato al Festival de Cannes 2022 nella sezione Un Certain Regard (sezione del Festival che riunisce le pellicole fuori concorso degne, appunto, di “un certo sguardo”) Sick Of Myself si apre con l’immagine di una bottiglia di Richebourg Grand Cru Domaine Leroy del valore di 2.500 euro con cui Thomas (Eirik Saether) e Signe (Kristine Kujath Thorp) intendono festeggiare, in un elegante ristorante, il compleanno della ragazza.
Curioso scoprire, sulla pagina Wikipedia dedicata al Richeborg, come la stessa proprietaria della casa vinicola, l’imprenditrice francese Lalou Bize-Leroy descriva questo pregiato rosso di Borgogna come un vino con “più opulenza che finezza” termini che ben si adattano anche a rappresentare la coppia tossica Thomas-Signe e le loro abitudini cafone.
L’apertura della pellicola di Borgli ricorda anche la dinner date scene del più famoso Triangle Of Sadness di Ruben Ostlund, Palma d’Oro al Festival di Cannes nello stesso anno in qui Sick Of Myself è stato presentato (e di cui si è dedicato anche un mini-episodio degli Oscar nel podcast). In Triangle Of Sadness i due protagonisti Carl e Yara, rispettivamente modello e influencer, consumano una cena in un ricco ristorante in cui Carl esprimerà tutto il proprio disappunto per non essere economicamente all’altezza della fidanzata. Un plot di partenza simile dunque a tutte e due le pellicole: l’invidia per la realizzazione del partner.
Le due opere hanno in comune la stessa satira sociale e fanno parte del filone di film scandinavi in grado di sorprendere il pubblico con trame originali e sviluppi grotteschi. Ma se il punto di partenza è il medesimo, una giovane coppia pronta a fare di tutto per la visibilità, l’opera di Ostlund rivolge la smania di potere contro gli altri, mentre nella pellicola di Borgli la bramosia di autorealizzazione diventerà un’arma rivolta verso Signe stessa, accecata dall’invidia per la notorietà di Thomas.
Fin da subito la regia non indulge in primi piani della donna, ritraendola spesso in campo medio, seduta in un bar o in disparte durante le occasioni mondane durante le quali il fidanzato viene invitato a presentare le proprie discutibili opere.
Questa scelta stilistica permette, anzi obbliga, un allontanamento continuo dello spettatore da Signe che da corpo-soggetto diventa corpo-oggetto. Ridisegnando il protagonista come corpo estraneo alla pellicola ed alla sua stessa identità, Borgli crea nello spettatore un’empatia al contrario, una distanza che è la stessa che Signe sente nei confronti degli altri.

HISTRIONIC DISORDER


Non avendo uno sbocco artistico per rivaleggiare con Thomas, tantomeno trovando con lui una certa identità di coppia, la protagonista, nel tentativo disperato di essere visibile, sceglie la strada della compassione. Prima inscenando un shock anafilattico, poi rivolgendosi al dark web nel tentativo, ben riuscito, di auto avvelenarsi con un farmaco russo ritirato dal mercato per i suoi effetti collaterali: il Lidexol.
Il farmaco nella realtà non esiste ma l’ufficio marketing fa un gran bel lavoro e, per sponsorizzare il film, crea per il Lidexol un finto sito sulla cui homepage scrive: “Perchè un film intitolato Sick Of Myself travisa completamente il nostro marchio?”.
Dopo il primo ricovero di Signe, lo spettatore potrebbe pensare di poter assistere a un veloce rinsavimento della ragazza e ad un happy ending, ma è a questo punto che cambia tutto. Le palette di colori chiari si scuriscono per diventare bianco titanio nel finale. Thomas passa dal delirio di onnipotenza delle prime scene ad un atteggiamento da narcisista, sottomesso all’ormai famosa freak fidanzata sempre più richiesta da tv e giornali.
Chiuso nelle bende o sfigurato dalle cicatrici, per lo spettatore il volto di Signe non c’è più e la lodevole recitazione di Kristine Thorpe passa per più di metà pellicola esclusivamente attraverso il movimento degli occhi. La protagonista sente invece, finalmente di esistere, anzi rinasce, in una delle scene più crude e folli della pellicola in cui, durante un macabro amplesso.

SOCIAL MEDIA ADDICTION


La pellicola ha il pregio di criticare i social media senza mai nominarli. Servono infatti ad un progetto più ampio, arrivare ai giornali e alla tv del dolore dell’orrore.
La critica è feroce soprattutto quando Signe viene scelta per girare uno spot per Regardless, un sedicente brand inclusivo che promuove la diversity culture ma che in realtà permette al regista di mettere a nudo i meccanismi perversi, ed esclusivi, della società dello spettacolo.
Borgli si prende gioco di tutti accusando buoni, cattivi e anche se stesso. Il regista norvegese, che in una recente intervista si dichiara essere a sua volta narcisista (ma qualsiasi psicoterapeuta chiarirebbe che nessun narcisista si definirebbe tale), si ritaglia un cameo come director dello spot Regardless per rimanere emotivamente distaccato durante un’overdose da farmaci.
L’umorismo Il sarcasmo della scena potrà divertire alcuni e fare infuriare altri, come del resto tutta l’opera. I momenti di dark humor so strong sono così tanti che a volte lo spettatore potrebbe chiedersi se sia necessario darsi il permesso o meno di ridere.


Sick Of Myself possiede un livello satirico altissimo e terrificante. Le scene ripugnanti e una sceneggiatura che scende con estrema eleganza visiva verso l’ossessione ne fanno un titolo non per tutti. Una pellicola che prende un plot insolito esplorandolo in modo originale da un giovane regista che potrebbe regalare in futuro nuove raccapriccianti emozioni. Il voto molto alto premia il coraggio di questo esordio alla regia.

TITOLO ORIGINALE: Sick Pike
REGIA: Kristoffer Borgli
SCENEGGIATURA: Kristoffer Borgli
INTERPRETI: Kristine Kujath Thorp, Eirik Saether, Fanny Vaager
DISTRIBUZIONE: Wanted Cinema
DURATA: 97′
ORIGINE: Norvegia, Svezia
DATA DI USCITA: 05/10/2023

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Membro Onorario della Generazione X. Dal 1994 si aggira nei corridoi dell'archivio degli X-Files senza trovare l'uscita. Da piccola fingeva di avere la febbre per rimanere a casa da scuola a guardare gli episodi di Hazzard. Capisce poco di Cinema ma ci prova.

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