Narcos: Mexico 3×03 – Los JuniorsTEMPO DI LETTURA 4 min

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Narcos Mexico 3x03 recensioneQuiero sus cabezas.

Dopo una premiere molto introduttiva e un secondo episodio sulla stessa falsa riga, la macchina narrativa di Narcos: Mexico comincia finalmente ad entrare in azione, portando ai primi regolamenti di conti e sviluppando sullo sfondo le restanti trame secondarie. Un episodio che senza dubbio mostra ancora molti elementi di carattere introduttivo ma che viene elevato rispetto ai suoi predecessori grazie alla sequenza della sparatoria, ansiogena e frenetica al punto giusto, messa in scena negli ultimi dieci minuti di puntata.

LI VOGLIO GIOVANI, VIZIATI E BORGHESI


Their parents were the city’s elite. So it made sense for the Arellanos to get friendly with the kids they met in Tijuana’s nightclubs. Even cut them in on the business. For bored private school boys it was a front row seat to the action. A chance to play gangster. We called them ‘Narcojuniors’, and they basically did whatever they wanted.

Dopo quanto avvenuto alla fine della precedente stagione, gli equilibri necessitano di una rapida riassestata: gli Arellanos hanno il controllo di Tijuana, Amado Carrillo del cartello di Juarez cerca di espandere i suoi affari grazie a delle intuizioni che finiranno per cambiare la storia del narcotraffico e il gruppo di El Chapo Guzmán, del cartello di Sinaloa, tenta disperatamente di ritagliarsi la propria fetta di mercato mirando al controllo della Valle Imperial, sul confine messicano.
Il cuore dell’episodio, com’era forse già chiaro dal titolo, è rappresentato dai cosiddetti Narcojuniors, i giovani, viziati e borghesi (per dirla alla René Ferretti) che in cerca di una scossa nelle loro vite agiate hanno deciso di immischiarsi in questioni molto più grandi di loro.
Come altre opere di genere insegnano (per restare in Italia, basti citare Gomorra, a qualche giorno dalla sua quinta ed ultima stagione), sebbene ci sia sempre posto per nuovi criminali, le vecchie leve faranno sempre di tutto pur di non perdere la propria quota di mercato. Non tarda quindi ad arrivare il primo bagno di sangue della stagione, certamente il primo di molti altri viste tutte le fazioni attualmente in gioco per assicurarsi un posto di rilievo all’interno del panorama del narcotraffico messicano degli anni Novanta .
L’uscita di scena di Felix Gallardo poteva suscitare non poche preoccupazioni nello spettatore, già forte dell’esperienza relativa a Narcos, decisamente meno intrigante senza il Pablo Ascobar di Wagner Moura, eppure, nonostante l’opera madre rimanga superiore al suo “spin-off” messicano, in questa terza stagione la trama sembra offrire al suo pubblico degli spunti molto interessanti. Sebbene in molti (soprattutto quelli che seguono molte serie) non ricordino granché di quanto avvenuto nelle precedenti stagioni, quantomeno non ogni singolo dettaglio, si può certo premiare la capacità degli autori di aver portato con successo sullo schermo un momento storico relativamente vicino in maniera impeccabile, offrendo allo spettatore una visione stratificata e da diversi punti di vista del narcotraffico messicano di quegli anni.
Il tutto con la giusta dose di sangue e violenza indiscriminata, che per gli amanti del genere non è certo male.

NEL FRATTEMPO SULLO SFONDO…


Los ricos siempre quieren hacer más dinero, por eso son ricos!

La serie creata dal trio Bernard-Brancato-Miro ha quindi il pregio di creare una rappresentazione a più sfaccettature della realtà politica, sociale e culturale del Messico degli anni Novanta, raccontando inoltre il mondo dei narcos da punti di vista diametralmente opposti. Un lavoro che naturalmente non potrebbe essere completo senza una buona gestione delle trame secondarie. Nell’ombra dei narcotrafficanti e dei loro loschi affari si inserisce infatti la storia di giornalismo investigativo portata avanti dalla brillante Andrea Nunez, una sottotrama (almeno per ora) che nel poco minutaggio a disposizione riesce a ritagliarsi un posto di rilievo all’interno della puntata in termini di interesse e coinvolgimento.
La crociata di una giornalista in cerca della verità, inserita in un contesto del genere, violento e spietato, non può far altro che promettere bene sia dal punto di vista della pura e semplice progressione narrativa, sia da quello della rappresentazione della violenza senza distinzioni tipica dei cartelli sudamericani. Una lotta per la libertà di stampa che porta con sé la volontà di sbarazzarsi di un’organizzazione criminale vastissima i cui membri vengono spesso idolatrati da giovani ragazzi cresciuti in povertà oppure in ambienti socialmente tossici, e che condividono con i suddetti criminali anche il loro triste destino.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Molte cose bollono in pentola e a giudicare dal finale di puntata, i regolamenti di conti sono soltanto all’inizio
  • La trama relativa alla giornalista Andrea Nunez
  • La sequenza della sparatoria finale
  • Occorrerebbe un “previously on…” ad inizio stagione per evitare di far confusione tra trame e personaggi
  • Episodio che deve il suo voto in zona verde quasi unicamente grazie alla sparatoria finale

 

Come già detto in precedenza, un episodio che guadagna molti punti sul finale, grazie ad una sequenza d’azione al cardiopalma durante la quale lo spettatore trattiene quasi il respiro, merito soprattutto di una regia capace di miscelare tensione e frenesia (grazie a Wagner “Pablito” Moura, l’uomo dietro la macchina da presa), coinvolgendo lo spettatore nonostante la ben poca empatia creatasi nei confronti di questo branco di bambinetti viziati e annoiati dalla loro vita apparentemente perfetta.

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Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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