Nel contesto televisivo supereroistico odierno, dove la spettacolarità tende a prevalere sulla riflessione, Peacemaker ha sempre rappresentato un esperimento anomalo, una commistione di ironia, violenza e introspezione che ha saputo umanizzare l’antieroe senza mai renderlo inoffensivo. Con “Full Nelson”, atto finale di questa seconda stagione, James Gunn chiude un capitolo carico di promesse, ferite e ripartenze, lasciando un senso di incompiutezza che trasforma la conclusione in una soglia aperta verso un futuro ancora incerto.
L’episodio, costruito come un epilogo più interiore che esplosivo, sceglie di sacrificare l’azione a favore di un approfondimento emotivo che mette al centro la redenzione e la liberazione dal passato. La figura di Chris Smith, alias Peacemaker, emerge qui in tutta la sua dimensione tragica, sospesa tra colpa e desiderio di rinascita, in un racconto che parla di perdono e identità più che di battaglie o poteri straordinari.
LA FAMIGLIA È QUELLA CHE TI SCEGLI
“Full Nelson” si apre sulle conseguenze emotive degli eventi traumatici dell’episodio precedente, in cui Chris ha assistito nuovamente alla morte del padre, una visione simbolica e devastante che riaccende il suo senso di condanna. Convinto di essere un portatore di morte, un “angelo della distruzione” destinato a perdere ogni legame, il protagonista attraversa una spirale di autoisolamento e rifiuto. Tuttavia, la stagione – e questo episodio in particolare – lavora a demolire tale convinzione, facendo emergere il valore della comunità come strumento di guarigione. Il gruppo degli 11th Street Kids, nucleo morale della serie, diventa qui il vero motore dell’evoluzione del personaggio: amici e alleati che, al di là delle loro eccentricità, incarnano il concetto di famiglia scelta, contrapposta a quella biologica e corrotta che ha segnato la vita di Chris.
L’intervento di Leota Adebayo, che in questa stagione ha trovato spazio per un percorso personale più autonomo, si rivela determinante. La sua dichiarazione d’affetto e di riconoscenza verso Peacemaker non è solo un momento di commozione, ma la chiave per la catarsi collettiva che il racconto costruisce. Adebayo riconosce in Chris non il carnefice, ma l’uomo che ha lottato contro i propri demoni, restituendogli la dignità del cambiamento. Parallelamente, la storyline di Leota trova una conclusione nel confronto con l’ex moglie Keeya, un addio che assume la forma di accettazione reciproca: la consapevolezza che la vita di agente e quella domestica non possono coesistere senza snaturare l’essenza dell’una o dell’altra. È un gesto di maturità che sancisce la trasformazione del personaggio da figura secondaria a vera erede spirituale della filosofia di Peacemaker.
SALVATION
Sul piano narrativo, Gunn intreccia queste evoluzioni individuali con la costruzione di nuovi scenari per il futuro del DC Universe. La fondazione di Checkmate, la squadra indipendente nata dall’unione degli 11th Street Kids con nuove reclute, segna il passaggio dalla marginalità all’autonomia, con un gruppo di vigilanti non più subordinati alle logiche governative di ARGUS, ma spinti da una visione etica più personale. Tale passaggio, seppur affascinante, risente tuttavia di una certa rapidità espositiva. Il concetto appare più come un “seme” per futuri spin-off che come un compimento organico di ciò che la serie ha costruito, lasciando la sensazione di assistere a un ponte più che a una chiusura.
Al centro dell’intreccio si colloca anche la figura di Rick Flag Sr., interpretato da Frank Grillo, la cui evoluzione verso una dimensione da villain risulta piuttosto problematica. Dopo essere stato ritratto in Creature Commandos e Superman come un leader pragmatico ma idealista, la sua improvvisa adesione a una visione del tutto autoritaria appare un po’ incoerente. La decisione di utilizzare l’universo alternativo chiamato Salvation come prigione interdimensionale per metaumani e criminali introduce un dilemma morale dal grande potenziale, ma il modo in cui viene presentata la trasformazione di Flag manca della necessaria gradualità. Il suo piano, che culmina con l’invio forzato di Peacemaker in quel mondo remoto, avrebbe potuto costituire un momento di grande tensione drammatica, ma invece la sceneggiatura sceglie di relegarlo a un atto conclusivo, quasi sbrigativo, che lascia più interrogativi che vere emozioni.
“CHRIS, IT’S A HUNGRY WORLD…”
“Full Nelson”, però, funziona nei momenti più intimi, e infatti il culmine del rapporto tra Chris e Emilia Harcourt rappresenta l’anima più sincera dell’episodio. Dopo una stagione di esitazioni, conflitti e non detti, il flashback della notte sulla barca riesce nell’intento di restituire una dimensione umana di due personaggi da sempre temprati dalla violenza. Gunn orchestra il ricordo con la consueta maestria nel dosare musica e sentimento, e il concerto dei Nelson, una breve evasione dalle loro vite ricolme di odio e violenza, diventa il sottofondo per una rivelazione emotiva che sostituisce l’azione con la connessione. È come se Peacemaker volesse chiudere il cerchio non con un’esplosione, ma con un sospiro, con la resa di un uomo che finalmente smette di combattere contro se stesso.
Non mancano, comunque, difetti strutturali. La sceneggiatura lascia in sospeso diversi spunti narrativi, e la gestione del tempo e la concentrazione su un numero ristretto di personaggi compromettono l’equilibrio corale che era stato uno dei punti di forza della prima stagione. Inoltre, il tono satirico e dissacrante che aveva reso Peacemaker un unicum nel panorama supereroistico risulta qui attenuato e spesso sostituito da un sentimentalismo che, seppur sincero, rischia talvolta di scivolare nel didascalico.
Eppure, “Full Nelson” trova la sua raison d’être proprio in questa imperfezione. È un episodio che accetta la frammentarietà come specchio della condizione del suo protagonista, un uomo in cerca di pace in un mondo che non conosce equilibrio, e l’assenza di un finale vero e proprio diventa così coerente con la filosofia del personaggio, condannato a vivere nel perenne tentativo di definire se stesso tra violenza e redenzione.
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James Gunn costruisce un commiato intimo e malinconico, dove la pace che Chris Smith cerca non è più quella imposta con la forza, ma quella conquistata attraverso la consapevolezza e la perdita. È un episodio che parla d’identità, di amore e di libertà, ma anche di ciò che resta sospeso quando la redenzione non basta a guarire tutte le ferite.
