In questo secondo atto di Pluribus, dal titolo “Pirate Lady”, l’universo di Vince Gilligan continua a espandersi, fondendo l’introspezione filosofica alla The Leftovers con la satira lucidamente demenziale di serie come BrainDead. Ne risulta un mosaico televisivo in cui la meditazione sull’identità collettiva e la perdita dell’individualità si intrecciano con un’ironia corrosiva, disegnando un mondo dove la perfezione aliena si rivela maschera di una vera e propria catastrofe morale.
L’episodio, profondamente coeso nella sua architettura simbolica, spinge la narrazione oltre i confini di Albuquerque, proiettando lo spettatore in un affresco globale che conserva tuttavia un centro umano pulsante: la resistenza solitaria e testarda di Carol Struka, figura tragicomica, erede spirituale della tradizione gilliganiana del “piccolo contro il sistema”.
BREAKING CAROL
La sequenza d’apertura, dove la potenza visiva folgorante di Vince Gilligan risulta immediatamente riconoscibile all’occhio del fan di lunga data del lavoro del regista, mira subito ad allargare l’universo narrativo di Pluribus al di fuori dei confini della sola Albuquerque. In un paesaggio mediorientale devastato, una donna misteriosa avanza tra rovine e cadaveri, estraendo un corpo carbonizzato da un’auto e trascinandolo verso un autobus colmo di morti. Poi, con la naturalezza dell’abitudine, monta su un motorino, raggiunge un aeroporto e pilota un aereo diretto ad Albuquerque. Tale prologo, tanto criptico quanto rivelatore, non solo segnala la dimensione globale dell’invasione “aliena”, ma istituisce un confronto implicito con le aperture spiazzanti di Better Call Saul e Breaking Bad, dipingendo un’umanità che agisce meccanicamente in un mondo ormai svuotato di qualsivoglia senso. Qui, tuttavia, il mistero assume un tono metafisico, suggerendo che la catastrofe non è più morale o economica, ma spirituale, e che il vero centro del disastro risiede nell’uniformità perfetta dei nuovi abitanti della Terra.
Quando la narrazione ritorna su Carol, il tono si fa improvvisamente domestico, intimo, quasi grottesco. La donna, risvegliandosi accanto al cadavere della compagna Helen, affronta con rabbia e dolore un lutto che è al tempo stesso privato e cosmico. Il mondo è diventato un’unica coscienza, e la sua solitudine rappresenta l’ultimo residuo d’individualità in un pianeta del tutto collettivizzato dal virus, che governa ogni essere con l’imperativo silenzioso di propagarsi senza sosta.
PIRATE LADY
Il tentativo di scavare una tomba nel terreno roccioso del New Mexico diventa un gesto disperato e laborioso, che condensa in sé la poetica gilliganiana della resistenza, l’impossibilità di piegarsi anche di fronte all’ineluttabile e la determinazione di mantenere un frammento di libertà personale. È qui che fa la sua comparsa Zosia, figura del virus resa manifesta che, nel suo volto e nei suoi tratti, riproduce in maniera inquietante l’eroina pirata immaginata da Carol nei suoi romanzi, Raban. Gli alieni non solo invadono il corpo umano, ma anche la memoria, il linguaggio, la fantasia, appropriandosi delle immagini con cui gli uomini hanno cercato di dare senso al mondo, e annullando gradualmente la distinzione tra ciò che è creato e ciò che è vissuto.
Il dialogo fra Carol e Zosia, inizialmente teso e ironico, evolve in un duello filosofico in cui la libertà dell’individuo si scontra con la pace artificiale del collettivo. L’episodio trova la sua prima grande esplosione narrativa nel momento in cui Carol, urlando di rabbia, provoca un improvviso collasso di Zosia, che si ripercuote su tutti gli esseri “uniti” del pianeta, causando milioni di morti. La portata metaforica di tale evento è travolgente, poiché l’emozione umana, imperfetta e distruttiva, si manifesta come una forza cosmica capace di destabilizzare l’ordine perfetto dell’universo, facendo emergere Carol, suo malgrado, come assassina e salvatrice e simbolo di un’umanità che, pur colpevole, continua a esistere.
BRAINDEAD
Nella seconda parte, “Pirate Lady” amplia ulteriormente il panorama narrativo trasportando Carol a Bilbao per incontrare gli altri cinque “non uniti”, un gruppo eterogeneo di esseri umani ancora immuni, almeno per il momento, al controllo del virus. L’incontro si svolge in un aeroporto trasformato in un limbo kafkiano, dove la rigidità del dibattito etico si mescola a situazioni surreali e grottesche, creando l’effetto di una farsa filosofica dai contorni stranamente comici. I sopravvissuti incarnano reazioni divergenti alla nuova utopia globale: alcuni la abbracciano con entusiasmo, altri la rifiutano con ostinazione, mentre altri ancora tentano di piegarla ai propri interessi, sfruttando la situazione a proprio favore. Tra tutti, il confronto tra Carol e Koumba emerge come uno dei momenti più significativi dell’episodio, poiché la retorica della perfezione, con la promessa che nessuno ruba, nessuno uccide e i colori della pelle non contano più, viene smontata dal cinismo lucido della protagonista, capace di riconoscere nella fine del conflitto la morte del pensiero critico.
L’incontro si chiude infine con un nuovo cortocircuito emotivo e un’esplosione di rabbia di Carol provoca un secondo blackout globale, che diventa simbolo dell’incompatibilità ontologica tra la purezza assoluta del virus e la fragile imperfezione umana. Ma l’episodio non si ferma alla semplice condanna. Zosia, la figura più enigmatica del racconto, comincia a manifestare dubbi, esitazioni, forse addirittura emozioni, e il suo sguardo finale, incrociato con quello di Carol, racchiude l’essenza di Pluribus: il contagio reciproco tra umanità e alterità, nonché la possibilità che anche l’essere perfetto impari cosa significhi desiderare.
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“Pirate Lady” consolida così l’identità di Pluribus come opera che trascende i confini del racconto fantascientifico per assumere il tono di una parabola etica e spirituale sul destino dell’umanità. È un episodio che diverte e inquieta, che unisce il paradosso di BrainDead – l’idea di un’epidemia mentale che anestetizza la coscienza – alla struggente tensione metafisica di The Leftovers, dove la perdita dell’altro coincide con la possibilità di riscoprire se stessi. La commedia dell’assurdo e la tragedia si fondono perfettamente in un linguaggio unico, riconoscibile, e Pluribus svela qui la sua ambizione universale: non più la storia di un’invasione, ma una riflessione sul significato stesso dell’essere umano in un mondo privo di conflitto. Il contrasto tra la serenità innaturale dei contagiati e l’ostinata imperfezione di Carol definisce così il nucleo morale della serie, invitando lo spettatore a interrogarsi su quale prezzo valga la pace.
