Pluribus è apparentemente una serie di cui forse non ci sarebbe tanto bisogno di questi tempi. Invasione aliena, tematica mystery/survival, figura protagonista carismatica che tiene lo show sulle sue spalle. Cose già viste.
Ma la verità è che c’è sempre bisogno di uno show di Vince Gilligan. Con i suoi dettagli, con i suoi dialoghi e soprattutto con trovate narrative così irriverenti e così brillanti, spesso anche perse in una meravigliosa (quasi) banalità. A testimonianza che spesso e volentieri l’abito fa il monaco e che la forma è determinante nei confronti della sostanza.
“Hello Carol, we are John Cena.”
PRECEDENTI QUASI ILLUSTRI
Durante la vista dell’episodio, ma anche degli episodi precedenti, tornano in mente due sfortunati show del decennio scorso. Titoli persi all’interno della sovrabbondanza televisiva esplosa negli anni ’10.
Una è The Last Man On Earth. La comedy con protagonista Will Forte, cancellata e quindi conclusasi nel 2018 dopo quattro stagioni, raccontava in maniera totalmente e volutamente vaga un’apocalisse dovuta ad un particolare virus (soluzione che poi si è rivelata quasi profetica). La particolarità però non era l’apocalisse in sé, quanto piuttosto i pochi personaggi rimasti, intorno ai quali ruotava l’intera narrazione. Centro focale della chimica dello show era il protagonista, inviso e disprezzato dai pochi sopravvissuti con cui aveva a che fare.
Ancora più sfortunata la brillantissima BrainDead (2016), show di una sola stagione (forse già prevista). Lì la tematica apocalittica lasciava spazio a quella dell’invasione aliena quasi invisibile, dove al centro di tutto vi è la modifica dell’umanità così come la si conosceva. Non omini verdi (come non ci sono omini verdi in Pluribus) ma minuscoli insetti che portavano i personaggi a diventare estremisti. Che poi andando a vedere è l’esatto contrario di quello che accade qui dove tutti diventano estremamente disponibili, buoni e soprattutto “neutri”, incapaci di intervenire in qualsivoglia modo nell’ambiente circostante.
“MINIMALISMO” SCENICO
E la bravura di Gilligan va individuata nel fatto che tutto sto casino avviene in pochi ambienti, per lo più vuoti e impersonali. Persino l’intera sequenza nell’albergo di Las Vegas con la finta partita a poker, piena di gente, colori e personaggi, altro non è che un gioco a due tra Diabatè e quell’entità plurima che popola la quasi totalità dell’umanità.
L’episodio si divide drasticamente in tre differenti ambienti. All’inizio Albuquerque chiude il cliffhanger della precedente puntata, con la macabra rivelazione che poi si rivela una tecnica anti-spreco.
Salto improvviso nello sfarzoso hotel di Las Vegas dove Diabatè se la spassa e dove poi avvengono le vere e determinanti rivelazioni.
Infine una deserta cittadina paraguaiana, con un flashback di qualche giorno che sembra voler preannunciare un’importante unione tra personaggi. Anche se il viaggio in macchina dal Paraguay agli Stati Uniti è impossibile visto che non esistono strade percorribili, per esempio, dalla Colombia a Panama.
Non sono presenti alternanze di luoghi o situazioni, bensì una tripartizione tagliata con l’accetta. Una fase 1, una fase 2 e una fase 3 dell’episodio. A rendere il tutto più asciutto e ancora più efficace.
MINIMALISMO (O QUASI) NARRATIVO
Minimalismo effettivamente è un termine un po’ forte. Ma la sensazione di questa “HDP” (Human-Derived-Protein, per gli amici bevitori) è quasi quella di assistere ad un episodio di transizione, semplicemente per il modo in cui vengono trasmesse le informazioni. In realtà è quasi ‘episodio di svolta: Carol scopre i resti umani; John Cena le spiega il perché, problema quasi rientrato quindi, però in realtà subentra un grande rischio carestia; ma poi colpo di scena ulteriore, ovvero serve il consenso dei superstiti per farsi convertire; infine, come se non fosse abbastanza, il tizio paraguaiano decide di mangiare e di partire perché vede uno dei video. Non è poco.
Ma tutto questo viene raccontato con la dimensione quasi (quasi!) del bottle episode, non tanto per la struttura dell’episodio in sé, quanto piuttosto per i toni e le ambientazioni, spesso chiuse e/o parzialmente deserte.
Nota a margine per la sequenza della colazione. Da notare come Gilligan abbatte completamente lo stereotipo che mostra di solito gli attori di fronte a del cibo senza mai toccarlo. E lo fa grazie all’accurata ripresa di un avocado toast composto e addentato con smania dalla protagonista, seguita a ruota da un ammirato Diabatè. E per situazioni come queste c’è sempre bisogno di Vince Gilligan.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
|
|
Sicuramente si procederà in crescendo, per le svolte di trama e soprattutto per le trovate narrative. Intanto prendiamo e portiamo a casa un episodio di straordinaria fattura.
