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The Crown 5×04 – Annus HorribilisTEMPO DI LETTURA 3 min

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The Crown 5x04 recensioneLa storia della Corona dopo cinque stagioni arriva nel suo periodo più basso, quel famoso “Annus Horribilis” citato da Elisabetta II nel suo famoso discorso del 24 novembre 1992, giorno dei festeggiamenti del quarantennale del suo regno, dove tutto sembrava vacillare, anzi andare in fiamme, come era appena accaduto al palazzo di Windsor dopo l’incendio del 20 novembre dello stesso anno.

IL SENSO DI (UNA) FAMIGLIA


È evidente come uno dei focus fondamentali della serie sia sempre stato quello sul concetto di famiglia. Una famiglia, in questo caso, altamente disfunzionale a causa dell’ingombrante peso che riveste la corona che dà titolo alla serie.
In questo episodio tutti i nodi vengono al pettine. Le scelte fatte negli anni, con le richieste sempre maggiori di Elisabetta alla sua famiglia, crollano tutte insieme, rendendole evidente, forse per la prima volta, quanto siano state dolorose per chi le abbia seguite. Tre matrimoni dei suoi quattro figli finiscono nel peggior modo possibile, tra scandali e dolori, andando a minare il concetto di sacralità quasi divina che la regina ha sempre ricoperto. Il tutto nel momento più delicato, in cui andava presa una sola decisione, quella “giusta”. Peccato che proprio il concetto di giusto si scopre vuoto di senso a fronte del dolore che quelle decisioni hanno portato, sprecando quei rari momenti di possibile felicità che capitano nella vita di tutti. Forse ancor più rari per chi vive all’ombra di sua maestà.
A nulla serve essere la rappresentante della chiesa anglicana se questo non giova sostanzialmente a nessuno, poiché il regno altro non è che un costrutto sociale privo di senso soprattutto quando piegato alle sole regole di condotta.

MARGARET


A fare da contraltare all’impotenza di Elisabetta di fronte allo scorrere del tempo e ai cambiamenti che la società ha portato soprattutto all’interno della sua famiglia, c’è la sorella Margaret. Un personaggio che in questo episodio dilaga anche grazie all’interpretazione di Lesley Manville, conquistando l’empatia dello spettatore e anche quella della sorella. La sua storia personale è un tributo alle occasioni mancate, potenzialmente portatrici di una felicità a lungo cercata e forse solo idealizzata ma che nell’incontro con Peter Townsend (un altrettanto intenso Timothy Dalton) dopo 35 anni (probabile licenza poetica dell’autore Peter Morgan) permette alla storia di avere quel confronto con Elisabetta da tanto atteso.
A corredo, anche i figli Carlo, Anna e Andrea regalano altrettanti scambi interessanti con la madre anche se perdono d’intensità a causa del poco screen time riservato lungo la serie (ovviamente si sta riferendo agli ultimi due, Carlo escluso). Margaret è lo strumento narrativo usato per mostrare che quel 1992 è stato sì un anno orribile per la regina, ma forse l’anno dove la rottura degli argini legati alla tradizione ha fatto emergere una monarchia più umana. Molto a rischio, va detto, visto quanto era già malvista dal popolo a seguito della biografia “non autorizzata” di Diana Spencer ma comunque logora dei suoi stessi meccanismi.

UN EPISODIO ESEMPLARE


Se i primi tre episodi sembravano non essere ancora ben a fuoco anche per il nuovo cambio di cast, questo non si fatica a definirlo quasi perfetto, un corpo isolato che si reggerebbe anche da solo e che racconta molto anche quando non ci sono dialoghi o parole. Oltre alle sequenze mute dell’incendio o della serata tra Margaret e Peter, va menzionato anche il dialogo sul finale tra Elisabetta, la regina madre e Filippo, che dimostra quanto la maturazione del loro rapporto sia arrivata ad un punto di equilibrio, un unicum nel disastro sentimentale di tutta la famiglia Windsor.
Forse l’unico appiglio, più volte richiamato nella puntata, a cui la regina può aggrapparsi nella sua ora più buia.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Tutto, dagli attori alla sceneggiatori, dalla regia alle musiche
  • Oggettivamente nulla di rilevante

 

Non può che essere da Bless un episodio così intenso e carico di significato. Del resto The Crown è una serie che non smette mai di regalarne.

Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive solo per assecondare le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un'illusione. Sogna un giorno di produrre, o magari scrivere, qualche serie, per qualche disperata tv via cavo o canale streaming. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley ma, per non essere troppo snob, non si nega qualche guilty pleasure ogni tanto.

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