Prima di The Last Of Us, Squid Game e Stranger Things, contemporaneamente a Game Of Thrones, il primo The Walking Dead riusciva a catalizzare costantemente l’attenzione del pubblico mainstream con stagioni di alto livello sotto tutti i punti di vista e con una sceneggiatura capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo grazie a episodi ad alta tensione, carichi di pathos e con personaggi accattivanti. Successivamente, lo standard per la serie è sceso verso una narrazione più piatta, caratterizzata da episodi di transizione scarichi, noiosi e spesso superflui. Tuttavia, anche nelle sua prima fase discendente, lo show riusciva comunque a piazzare qualche capitolo avvincente in grado di creare hype per le prossime puntate. Nell’ultima parte di vita, però, il fan più fedele ha dovuto arrendersi a una qualità scadente, a una scrittura pigra e a storie riciclate prive di mordente.
The Walking Dead: Dead City è, come gli altri spin-off, l’erede naturale di questa fase terminale della serie madre, con l’aggravante non trascurabile di non avere nemmeno un cast corale in grado di reggere 45 minuti di puntata in modo dignitoso. A eccezione di uno solo: Negan.
TEMPO DI RIVOLTE
Lo status quo della seconda stagione di Dead City viene ribaltato in modo radicale, quasi caotico, nel corso degli episodi “The Bird Always Knows” e “Bridge Partners Are Hard to Come by These Days”. In un crescendo grottesco di colpi di scena, Narvaez conquista Central Park, imprigiona Roksana e i suoi, per poi impiccarla pubblicamente. Subito dopo Roksana, zombificata, riesce a mordere e uccidere la stessa Narvaez.
Nel frattempo, sul fronte dei Burazi, la Dama viene eliminata, e il Croato viene esiliato da Negan in persona. Per finire, il gruppo guidato da Bruegel propone una alleanza a New Babylon.
Scossoni narrativi intensi, forse fin troppo audaci, che mirano a risvegliare lo spettatore da un torpore che ormai è lo standard della serie. Ma lo fanno nel modo peggiore possibile: forzatamente, con motivazioni poco credibili, e con cambiamenti che paiono scritti al solo scopo di muovere la trama, senza che vi sia reale coerenza con lo sviluppo dei personaggi.
Tutti questi ribaltamenti narrativi sono infatti la diretta conseguenza di una sceneggiatura debole, frettolosa, priva di idee forti e incapace di generare empatia o coinvolgimento. Non avendo personaggi davvero validi su cui poggiarsi – a parte, ovviamente, Jeffrey Dean Morgan, sempre efficace nei panni di Negan – la serie si perde nel nulla.
MEGLIO FARSI MORDERE CHE ASSISTERE A QUESTO SCEMPIO
Dopo essere stati più che edulcorati fino a questo punto, non si può che entrare nel merito delle critiche trattando questo spin-off come quest’ultimo tratta i propri spettatori.
I ribaltamenti visti negli ultimi episodi, pur nella loro violenza, servono solo a dare l’illusione di vitalità a una narrazione che non ha più nulla da dire. L’impiccagione di Maggie, evento con un discreto potenziale drammatico, si conclude con la distruzione della comunità di Central Park in modo quasi comica con gli erranti attratti dai lamenti in stile Midsommar. La morte di Narvaez è terribile da ogni punto di vista: narrativa, registica, simbolica. Soprattutto a causa del scarso valore attoriale di Dascha Polanco.
Ancora peggio è la gestione della giovane Ginny, che cambia idea su Maggie e Negan con una frequenza tale da far rimpiangere le giravolte emotive del buon vecchio Big Show in WWE. A chiudere in bruttezza ci pensa l’assurdo scontro tra Maggie e un Grizzly nella 2×06: un momento che, forse sulla carta, voleva essere catartico e spettacolare. Nella realtà è solo imbarazzante, mal girato e fuori contesto.
In conclusione, Dead City continua a essere uno show inutile, privo di idee e di identità, che si aggrappa con disperazione al nome di un franchise un tempo glorioso ma oggi irriconoscibile. Una copia sbiadita, che fa rimpiangere ogni minuto passato a seguirla.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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Solo il macchiavellismo di Negan riesce a mantenere un minimo di interesse in questa deriva narrativa, ma persino lui finisce trascinato nella mediocrità da un contesto povero, ripetitivo e inconsistente. Chi può, scappi da questa visione. O che non riesce si faccia almeno mordere.
