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Stranger Things 3×06 – Chapter Six: E Pluribus UnumTEMPO DI LETTURA 5 min

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All’interno di una terza stagione anche aspramente critica, e che ha diviso fortemente gli appassionati di show televisivi, Stranger Things ha mantenuto costantemente alto un lato tecnico che è stato probabilmente troppo trascurato a favore delle sempre discusse e discutibili scelte di sceneggiatura, compiute a tutti gli effetti nel momento della conferma del cast originale.
Il sesto episodio è probabilmente quello più emblematico sotto l’aspetto puramente tecnico capace di mettere in campo l’artiglieria pesante in occasione di un importante momento di svolta.
La show al solito non manca di spunti di scrittura criticabili, pare difficile ad esempio vedere un ragazzo liceale, con il picco fisico più alto raggiunto durante gli allenamenti di basket, mettere KO un militare russo che in teoria dovrebbe essere preparato ad ogni eventualità. Scelte che comunque incontrano la strada intrapresa: la sceneggiatura infatti rispecchia molto quello che si vedeva all’interno dei film anni ’80 prodotti negli USA durante la guerra fredda, e se senza dubbio è difficile aspettarsi che uno show americano (specialmente uno così immerso nella cultura popolare) eviti del tutto la propaganda politica, sembra più sensato guardare a quanto messo in scena fino ad oggi più come una rappresentazione in chiave parodica, riuscita un po’ a tratti a dire il vero, di come i russi venivano messi sullo schermo quarant’anni fa.
Le scene di Hopper e quelle del gruppo impegnato nella lotta coi russi da più vicino, riportano, in occasione del sesto episodio, in vita un altro cliché molto caratteristico della filmografia dell’epoca, specialmente quella dei film con ostaggi, ovvero l’interrogatorio, un tema dominante nella puntata. Hopper è pronto a scommettere che Alexei non fuggirà nel bosco perché, senza avere addosso segni di torture o complicazioni varie, i russi penserebbero immediatamente ad una sua alleanza col nemico. Una semplice intuizione che si rivelerà giusta e che rende particolarmente bene sotto forma di parte comedy, uno degli aspetti forse più sottostimati dello show in generale e della stagione in particolare.
Uno schema che prosegue anche con Steve e Robin che, catturati finalmente dagli antagonisti, si trovano a dover fare i conti con un pestaggio, quello del primo, particolarmente soddisfacente se si considera il passato del personaggio. La disperazione di Robin, enfatizzata dalle urla di una eccellente Maya Hawke, restituisce in maniera eccellente la gravità delle ferite di Steve e l’immediatezza con cui una personalità di spicco, pur senza un background nello show, possa entrare a far parte dell’immaginario dello spettatore in maniera forte e immediata.
Le scene più iconiche della puntata sono però senza dubbio quelle dell’ultimo gruppo coinvolto nell’odissea dei protagonisti. Il viaggio di Eleven all’interno della psiche di Billy rispecchia una diversa idea di interrogatorio, caldeggiato da Max e scoraggiato (in una scena a dire il vero un po’ monotona) dalle parole di Mike. In questa occasione El ripercorre l’infanzia difficile del ragazzo ormai sempre più depredato della propria identità dal parassita che vive al suo interno. Scene empatiche per certi versi in cui la protagonista, che ha vissuto una storia drammatica da bambina rielabora da vicino il dramma di Billy: le difficoltà del divorzio dei genitori, il rapporto con la madre e con il padre violento e manesco. Flashback che continuano a portare sullo schermo uno dei temi più cari allo show ovvero i traumi giovanili. È simbolico a questo proposito come sia proprio il personaggio che ha subito il trauma più feroce e allo stesso tempo formativo a ripercorrere i passi di chi deve ritrovare la propria identità passando attraverso quei ricordi. La capacità tecnica messa in scena durante questa sequenza è tra l’altro sconvolgente: il montaggio e gli effetti speciali accompagnano una regia che riesce a seguire alla perfezione ogni fase della vita di Billy e ogni passo di Eleven al suo interno, a cominciare dalla calma naturale e dalla spensieratezza delle giornate al mare con la madre, passando per la tempesta delle violenze domestiche, fino ad arrivare al confronto in cui il dolore si manifesta come realtà concreta per la ragazza (eccellente in questa occasione la recitazione di Millie Bobby Brown) e la personalità di Billy perde l’essenza, ormai distrutta completamente dalla presenza del parassita.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il comparto tecnico dell’episodio
  • Le scene di Eleven all’interno della psiche di Billy
  • La scelta di un’infanzia difficile con possibilità di empatizzare
  • Il personaggio di Robin
  • Le parti comedy dell’episodio
  • La scommessa di Hopper
  • Ogni gruppo ha in un certo qual modo a che fare con un interrogatorio, cliché anni ’80 al centro dell’episodio
  • Recitazione di Maya Hawke
  • Recitazione di Millie Bobby Brown
  • Enorme quantità di cultura pop
  • La politica, seppur in maniera parodistica all’interno dello show
  • Il cliché anni ’80 dei russi scemi 
  • Tratti di scrittura non eccezionali
  • Finn Wolfhard rivedibile

 

Il livello tecnico dell’episodio è stato veramente eccezionale, specialmente per quanto riguarda il percorso di El all’interno della vita di Billy. Stranger Things ha vissuto gli ultimi due anni e mezzo in una complicata situazione, per certi versi dettata dalle scelte degli sceneggiatori e dei produttori di confermare il cast e le tematiche della prima stagione, dall’insoddisfazione del pubblico per aver visto forse con troppa costanza gli stessi elementi all’interno della narrativa e da alcuni passi falsi come l’inserimento della politica, seppur in chiave parodistica (?) all’interno della trama. Pur con dei difetti “Champter Six: E Pluribus Unum” scioglie alcuni nodi importanti riportando più vicino le parabole dei vari gruppi e indirizza il tutto verso lo scontro dell’ormai prossimo finale di stagione.

 

Chapter Five: The Flayed 3×05 ND milioni – ND rating
Chapter Six: E Pluribus Unum 3×06 ND milioni – ND rating

 

Dead Recensore

Un tempo recensore di successo e ora passato a miglior vita per scelte discutibili, eccesso di binge-watching ed una certa insubordinazione.

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