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The Comey Rule 1×01 – Night OneTEMPO DI LETTURA 10 min

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Nella storia dell’intrattenimento – sia cinematografico che televisivo – statunitense, le opere dedicate a fatti politici hanno spesso ricoperto un ruolo di primo piano. Pensando ad un esempio, si potrebbe citare All the President’s Men, film che racconta l’inchiesta condotta da due giornalisti del Washington Post che hanno ricostruito lo scandalo Watergate e hanno portato alle dimissioni dell’allora Presidente Richard Nixon. Oltre al Watergate, un tema spesso in voga è quello dell’11 settembre. Recentemente la serie tv The Looming Tower ha mostrato gli eventi dal punto di vista delle due agenzie federali più note e ha evidenziato tutti gli errori commessi dai funzionari appartenenti ad entrambe. Oltre alla narrazione di specifici eventi, molto spazio è sempre stato dato al biopic, ossia ad un’opera che racconta la biografia di un determinato personaggio. Un capolavoro assoluto è senza dubbio Lincoln, il film del 2012 diretto da Steven Spielberg e con protagonista Daniel Day Lewis. Spostandosi sul versante televisivo, si può citare All the Way, un film per la televisione di HBO (con protagonista Bryan Cranston) che racconta gli eventi della presidenza di Lyndon Johnson, il quale ha governato dal 1963 al 1968.
Questo settore, sempre più vivo e pieno di opere significative, ha recentemente visto una nuova aggiunta: si tratta di The Comey Rule, la miniserie in due puntate di Showtime che racconta i 4 anni da direttore dell’FBI di James B. Comey Jr., con un focus particolare sul periodo che va dal 2015 al 2017.

Un cast molto profondo, ma scelte non sempre indovinate


Come accade spesso con prodotti di questo tipo, si verifica sin da subito un turbinio piuttosto vorticoso di facce, nomi e posizioni di potere occupate. Ciò, seppur necessario, può generare confusione nello spettatore, soprattutto quello non esperto delle tematiche che si stanno trattando. The Comey Rule, infatti, assume che il pubblico abbia già una certa familiarità con i personaggi che vengono mostrati, dato che essi non sono introdotti in alcun modo. Ovviamente, in questo luogo non è possibile citarli tutti, ma è comunque necessario fare menzione dei character più importanti all’interno della miniserie e – soprattutto – degli eventi che sono avvenuti negli scorsi anni. Il protagonista, James Comey, è interpretato da Jeff Daniels (The Newsroom; The Looming Tower; Gettysburg). L’allora vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe è interpretato da Michael Kelly (House of Cards), l’allora direttore della CIA James Clapper è interpretato da Jonathan Banks (Breaking Bad; Better Call Saul), mentre i ruoli degli ex agenti speciali dell’FBI Peter Strzok e Lisa Page sono stati affidati rispettivamente a Steven Pasquale (Six Feet Under) e Oona Chaplin (Taboo). In questa puntata viene mostrato solo marginalmente, ma Donald Trump – che sarà centrale nel secondo episodio – è interpretato da Brendan Gleeson (Gangs of New York; In Bruges).
The Comey Rule è la trasposizione televisiva del libro An Higher Loyalty, scritto proprio da James Comey. La sceneggiatura è stata scritta invece da Billy Ray, noto soprattutto per essere stato lo sceneggiatore dei film Captain Phillips (2013) e Richard Jewell (2019). Ray si è occupato anche della regia. Il comparto tecnico, in questa prima puntata, è stato sicuramente sufficiente, anche se Ray ha preferito andare sul sicuro e ha deciso di seguire un filone piuttosto consolidato. Quello che non ha convinto, invece, è stato il cast. Il problema sono le scelte di casting. Il caso più evidente, da questo punto di vista, è rappresentato dall’interprete di Barack Obama, ossia Kingsley Ben-Adir (The OA), il quale ha 25 anni in meno rispetto all’ex Presidente. Altri esempi di scelte sbagliate riguardano personaggi come l’ex generale Michael Flynn, Donald Trump Jr. e gli ex consiglieri per la campagna elettorale di Trump Paul Manafort e George Papadopoulos.

Una figura mitizzata


La prima puntata è piuttosto lunga, dato che dura circa 135 minuti. Tuttavia, la lunghezza è assolutamente giustificata, dato che gli eventi da narrare sono moltissimi. Sin da subito, lo show ha lo scopo di definire il carattere e la personalità di James Comey. Dato che la fonte originale è rappresentata dal suo stesso libro, l’immagine fornita è probabilmente troppo mitizzata. Sebbene, infatti, si sottolinei sin da subito la natura piuttosto esibizionista di Comey, tutto il resto del racconto dipinge l’ex direttore dell’FBI come una figura assolutamente retta e ligia al dovere, la quale ha avuto come unico difetto quello di avere troppo rispetto per le istituzioni e di non aver compreso appieno la polarizzazione della politica statunitense contemporanea. Questo rischio era assolutamente preventivabile, essendo un tratto tipico delle opere in cui il protagonista racconta se stesso (lo stesso problema, peraltro, si è presentato anche per uno show di tutt’altro tipo come The Last Dance). In questo senso, anche la scelta di casting di Jeff Daniels è funzionale allo scopo, dato che restituisce una figura bonaria, competente e umana, vittima di un mondo spietato e crudele. La realtà delle cose è più complessa, e questa discrepanza non può che rappresentare un difetto. Allo stesso tempo, anche la rappresentazione degli eventi sembra un po’ troppo straightforward. Nel corso di questa puntata, sostanzialmente, si sostiene come Comey avesse a disposizione solo scelte pessime, e che abbia dovuto perseguire la strategia che – seppur carica di conseguenze devastanti – era in coerenza con la sua coscienza e con il suo senso del dovere (il quale spesso assume toni moralistici). Comey ha avuto un compito molto difficile, ma ha anche commesso degli errori. In particolare, non è stato sottolineato a sufficienza come la decisione di riaprire l’indagine a pochi giorni delle elezioni abbia rappresentato una scelta senza precedenti, la quale ha influito sull’esito elettorale. Dunque, Comey ha fallito nel suo tentativo di lasciare l’FBI fuori dall’arena politica. Questi fatti, seppur accennati, avrebbero meritato una trattazione più approfondita.

“I am not a politician”


Parlando della trama nel suo complesso, il punto di inizio è rappresentato dalla nomina di Comey a direttore dell’FBI da parte di Obama. Già in questa scelta, due elementi emergono. Il primo è che Comey è un convinto sostenitore del Partito Repubblicano. Ciò sarà importante soprattutto nella prossima puntata, quando verranno mostrati i ripetuti attacchi compiuti contro di lui da parte dell’amministrazione Repubblicana di Donald Trump. Comey è stato accusato di aver perseguitato l’attuale Presidente degli USA. Aver ribadito la sua fede politica, però, serve a sottolineare la sua imparzialità. Il secondo elemento, invece, riguarda la capacità di Obama di scegliere anche funzionari con visioni politiche diverse (oltre a Comey, Obama nominò anche altri repubblicani, dal direttore della CIA James Clapper al Segretario della Difesa Robert Gates). Obama, dunque, è mostrato come un Presidente in grado di gestire il dissenso.
In questa puntata il focus è sugli eventi che arrivano fino alla notte delle elezioni del 2016. Comey, dopo un iniziale periodo di grande successo, vede la sua vita cambiare nel 2015. La candidata democratica Hillary Clinton, infatti, è stata accusata di aver inviato email – mentre era Segretario di Stato (2009-2013) – tramite un indirizzo email personale, e non tramite quelli forniti dal governo americano. Seppur all’apparenza marginale e irrilevante, si tratta di una questione estremamente seria: un indirizzo email personale usa server non sicuri, ed è dunque soggetto a molti attacchi da parte di hacker e governi stranieri. Già in questa indagine sono mostrate le interferenze della politica, che culminano nell’incontro tra la superiore di Comey e l’ex presidente Bill Clinton, marito di Hillary.
Anche in questo caso, il messaggio che viene veicolato è quello evidenziato in precedenza: Comey è una figura imparziale e fedele alle istituzioni, la quale è dovuta ricorrere a delle soluzioni straordinarie e dannose a causa della classe politica. A differenza dei politici, polarizzati e irrispettosi delle regole, l’FBI è mostrato come un’istituzione in cui le persone agiscono con correttezza e senza guardare al colore politico. Parlando della task force che indaga sulla Clinton, ad esempio, Comey e il vicedirettore McCabe sono repubblicani, mentre gli agenti speciali Strzok e Page sono democratici. Nonostante ciò, tutti lavorano per cercare la verità. Questi piccoli messaggi lanciati nella prima puntata saranno utili alla narrazione nella seconda: McCabe, Strzok e Page sono infatti finiti nell’occhio del ciclone e sono stati licenziati. Nel caso di Strzok e Page, il punto saliente è rappresentato dalla discussione in cui Page chiede se Trump vincerà davvero, e Strzok gli risponde che loro li fermeranno. A questo proposito, vanno evidenziati due aspetti: il primo è che, nella realtà, lo scambio di battute è avvenuto via telefono, non di persona. Il secondo è che, nella realtà, all’epoca Strzok non spiegò ulteriormente il significato del suo messaggio, il che ha dato adito a ipotesi riguardanti un presunto complotto dell’FBI per ostacolare la campagna elettorale di Donald Trump.

La Russia


Come mostrato in questo episodio, la condotta di Hillary Clinton è stata negligente, ma non illegale. Per questo, i repubblicani hanno attaccato Comey per non aver suggerito un procedimento penale, mentre i democratici lo hanno accusato soprattutto per aver riaperto le indagini a pochi giorni dalle elezioni. In quel periodo non poteva saperlo nessuno, ma l’FBI stava indagando anche sull’altro candidato, Donald Trump. In particolare, il focus riguardava i presunti legami finanziari tra Trump e oligarchi russi strettamente collegati al Cremlino e sulle presunte ingerenze operate dal governo russo per favorire l’elezione del tycoon.
Le vicende Trump-Russia sono state ampiamente dibattute negli ultimi anni. Per non allungare ulteriormente la recensione, è importante dire essenzialmente una cosa: è stato nominato un Procuratore Speciale, Robert Müller III, il quale ha condotto un’indagine lunga più di un anno. Al termine dell’indagine, Muller ha deciso di non raccomandare un procedimento giudiziario ma ha anche chiarito di non aver scagionato il Presidente. In questa puntata, si è posto l’accento su alcune delle figure più controverse del team elettorale di Trump: l’ex generale Michael Flynn nel 2017 si è dichiarato colpevole per aver fornito dichiarazioni false riguardanti un suo incontro con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak (nel 2020 il Dipartimento di Giustizia ha fatto cadere le accuse, creando un nuovo scandalo politico). Paul Manafort aveva forti legami finanziari (e debiti) con l’oligarca russo Oleg Deripaska. Inoltre, anche il suo legame con l’ex presidente ucraino Yanukovitch è stato un elemento molto dibattuto. George Papadopoulos, invece, nel 2017 si è dichiarato colpevole per aver mentito all’FBI sui legami che ha avuto con esponenti del regime russo durante la campagna elettorale nel 2016. Nel corso della puntata, inoltre, è stato anche mostrato un incontro in cui un’agente russa ha fornito al Team Trump informazioni sulle email di Hillary Clinton, Democratic National Committee. Questo evento è stato confermato, così come è stato confermato l’oggetto dello stesso, vale a dire Hillary Clinton.
Lo show, dunque, sembra confermare la visione sostenuta da Strzok e Page: Trump ha vinto le elezioni grazie alla Russia, e Muller semplicemente non ha trovato abbastanza prove per dimostrarlo; dunque, l’indagine dovrebbe andare avanti. Questa visione, naturalmente, allo stato attuale non è stata confermata, dato che nuove indagini non ci sono state. Esattamente come nel caso della descrizione di Comey, si tratta di una scelta di campo piuttosto prevedibile.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Una ricostruzione molto dettagliata e minuziosa degli eventi
  • I personaggi sono moltissimi, ma non sono mostrati in modo confusionario
  • Ottime performance del cast
  • Finale di grande effetto
  • Attesa per il Donald Trump di Brendan Gleeson
  • La rappresentazione di Comey tende ad assolverlo troppo facilmente da ogni responsabilità
  • Scelte di casting rivedibili in alcuni casi, totalmente sbagliate in altri
  • Non si tratta di un difetto vero e proprio, ma va sottolineato come la narrazione riguardante la Russia vada – sotto alcuni aspetti – oltre quanto affermato da Robert Muller al termine della sua indagine. Al tempo stesso, Muller ha detto di non aver trovato tutte le prove esistenti, e questa serie si basa sui ricordi diretti di Comey, i quali possono contenere elementi non confermati da un’inchiesta

 

The Comey Rule è una serie sicuramente ambiziosa e discretamente realizzata. Tuttavia, la rappresentazione del suo protagonista è un difetto piuttosto difficile da dimenticare. Nell’attesa di Donald Trump, la miniserie di Showtime ottiene solo una sufficienza.

 

 

stefano p

Romano, studente di scienze politiche, appassionato di serie tv crime. Più il mistero è intricato, meglio è. Cerco di dimenticare di essere anche tifoso della Roma.

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