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The OA 2×08 – OverviewTEMPO DI LETTURA 4 min

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“L’animaccia vostra, che avete fatto?” (Il recensore dopo la visione di “Overview”)

C’era una volta un film carino e simpatico, pieno di attori famosi, che parlava di una rapina. Si chiamava “Ocean’s Eleven”. C’erano George Clooney, Julia Roberts, Brad Pitt e Matt Damon. Poi hanno fatto il seguito: “Ocean’s Twelve”. Succede ad un certo punto del film che i personaggi vanno a Roma e, per camuffarsi, la protagonista femminile (interpretata da Julia Roberts), fa credere ai gestori dell’hotel di essere Julia Roberts. Chi scrive non ricorda perfettamente i dettagli della trama, semplicemente perché non ha voluto mai più vedere quel film, né il sequel.
La rottura della quarta parete così esplicita e netta è un qualcosa con cui giocare con molta cautela. Nel cinema dell’assurdo di Mel Brooks (e derivati) è un qualcosa di perfettamente tollerabile, in “Ocean’s Twelve” era una cagata, semplicemente perché il film viaggiava su un sottile binario tra l’opera di intrattenimento dignitosamente concepita e la vaccata utile solo a sbancare i botteghini. Inutile specificare, in quel caso, da che lato ha deragliato quel treno.
Ma ora sono passati diversi anni e questa è la recensione del finale di stagione di una delle serie più visionarie mai realizzate. Con lo scorrere delle due stagioni, The OA ha piano piano consolidato la sua tematica cardine: la teoria del multiverso. Da che si era partiti con le esperienze post-mortem, in una travolgente narrazione a più strati, si è arrivati con questa seconda stagione ad un passaggio che forse già con Fringe era stato compiuto. Lo stile visionario, suggestivo e nettamente spirituale però pone The OA in quell’insieme di serie in cui tutto è possibile, in cui qualsiasi scelta narrativa, se esposta con eleganza, viene ben accettata dallo spettatore. Per citare uno scomodo paragone: il finale di Lost non a tutti è piaciuto, ma l’impatto emotivo di certe scene del finale travolgono e colpiscono lo spettatore. I giardini che fuoriescono dai corpi immersi nelle vasche, come mappe di multiversi interni al cervello, determinati dalle scelte che compiamo ogni giorno, è un’immagine così suggestiva da passare sopra la “banalità” della tematica principale: dimensioni parallele sì, ma rappresentate in maniera mai vista prima.
Allo stesso modo il momento in cui Homer si ricorda della sua altra vita e riconosce OA, all’interno di un’ascensore circondato dal vetro (a richiamare le gabbie in cui si trovavano), richiama a gran voce proprio i già citati momenti “lostiani”.
Anche Karim alla fine trova la sua funzione, come storyline convergente e parallela di tutta la stagione. Resta da capire perché fosse proprio lui il “prescelto” per entrare in quella casa e guardare dal rosone e vedere ciò che vede.
Ciò che tutti abbiamo visto.
Perché è inutile prendersi in giro, parlando di tutti i carini elementi di trama sopra citati: è il momento di tornare a parlare di “Ocean’s Twelve”. The OA ha probabilmente compiuto una delle mosse di rottura maggiori di sempre. Non tanto per la scelta in sé di creare una dimensione che di fatto è la nostra, quanto per aver fatto ciò alla seconda stagione. Che Prairie/Nina diventi Brit Marling, che l’eco dei personaggi in quel caso fosse l’effettivo set in cui viene girato The OA, sono scelte di trama talmente forti e coraggiose che nel solo momento in cui siano passate per la testa dell’ultimo sceneggiatore, è giusto che non siano state trascurate. The OA offre un ampliamento della percezione dello spettatore, non ci devono essere ostacoli nel possibile di quell’universo narrativo. Anche varcare la soglia dell’irreale per piombare nel reale è un qualcosa di altamente percorribile. L’impatto del finale è innegabile, sentire l’accento british di Jason Isaacs (attore effettivamente inglese) è quella chicca che conferma allo spettatore di non aver capito male.
Ma tutto ciò è gestibile? Si è iniziato il ciclo di recensioni di questa seconda stagione riprendendo il profetico finale dell’ultima recensione di fine 2016. A questo punto non si può non chiudere con una serie di interrogativi. Un eventuale terzo ciclo di episodi ignorerà questo virtuosismo stilistico, dirottando il tutto verso nuove dimensioni? La si butterà in caciara come in “Ocean’s Twelve”? No perché, nel momento in cui si getta uno sguardo nel set di The OA, è inevitabile che i personaggi di finzione perdano qualsiasi tipo di credibilità.
The OA, sin dal suo primo episodio, ha scelto di voler stupire ogni qual volta lo spettatore crede di aver capito come funziona il tutto. Stavolta è stato fatto il passo più lungo della gamba? Sono dei geni? Sono dei coglioni? Hanno rovinato tutto? E’ stata rivoluzionata la serialità? Che voto si deve dare a questo episodio? Perché recensire questo episodio?

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il coraggio
  • La faccia come il culo

 

Il voto è totalmente random. Si potrebbe aver assistito alla genialata del secolo o ad una “cagata pazzesca“. Noi non sappiamo decidere.

 

Nina Azarova 2×07 ND milioni – ND rating
Overview 2×08 ND milioni – ND rating

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Approda in RecenSerie nel tardo 2013 per giustificare la visione di uno spropositato numero di (inutili) serie iniziate a seguire senza criterio. Alla fine il motivo per cui recensisce è solo una sorta di mania del controllo. Continua a chiedersi se quando avrà una famiglia continuerà a occuparsi di questa pratica. Continua a chiedersi se avrà mai una famiglia occupandosi di questa pratica. Gli piace Doctor Who.

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