Chi scrive queste righe adora fare considerazioni circa la performance di una serie a metà stagione. Sarà per la bella similitudine del “giro di boa” che descrive perfettamente la fatica di creare una stagione sapendo chiaramente quanti episodi dovranno esserci; sarà perché è un buon momento per tirare le somme e riflettere sia sulla scelta intrapresa come spettatore (è valsa la pena iniziare la serie?) che sulla direzione della rimanente metà che, teoricamente, si aspetterà con ansia. Anche ansia in senso negativo del termine.
Ecco, Lucky Hank arriva a questo appuntamento non proprio in perfetta forma, nonostante la scorsa puntata avesse alzato di pari passo sia l’asticella che le aspettative. E il motivo è presto detto: la riproposizione della situazione vista in “Escape” dal punto di vista femminile e uno scontro di pugilato con un’oca fatta malissimo in CGI non sono abbastanza a questo punto. Soprattutto considerando dove risiedono le qualità della serie.
Hank: “In this corner, William Henry Devereaux of the English department, Railton College, and opposite me, a goose!
We are here at a groundbreaking for a building that is being paid for by cutting faculty! I heard that directly from the mouth of the reliable, honorable other Jeffrey Epstein.
[…[ I will box a goose a day until I get my budget fully funded!“
OCHE, BACI RUBATI E POCO ALTRO
Se si guarda al DNA di Lucky Hank, il fulcro centrale è l’insoddisfazione cronica del protagonista che non è felice ma non fa nemmeno qualcosa per uscire da questo suo stato. Una delle cause principali della sua infelicità: il padre, la sua assenza e la sua ombra onnipresente.
A questo giro nella stanza degli sceneggiatori si sono “dimenticati” di questo tipo di problematiche ed è stato deciso di spostare il focus sul mondo esterno, sia quello universitario di Hank che in quello lavorativo di Lily. Scelta a posteriori molto discutibile anche se valida sulla carta perché, come appena detto, non viene affrontato il punto principale dello show ed è come messo improvvisamente in pausa dopo che è stato annunciato il trasferimento del padre nella cittadina. E, a tal proposito, anche la madre di Hank non è più stata menzionata, praticamente buttata nel dimenticatoio visto il “tradimento epistolare” perpetrato negli anni. Il problema è che lo stuolo di docenti sono (volutamente) uno più insopportabile dell’altro e quindi è difficile far funzionare molte scene se chi vi recita non è d’interesse per lo spettatore che, invece, vorrebbe vedere qualcos’altro.
Il qualcos’altro che non ci si aspetta è ambientato invece a New York e la protagonista è Lily. Come accaduto nella scorsa puntata ad Hank, ora tocca a sua moglie Lily affrontare le avance di un suo “amico”, avance più fisiche che comunque ricevono la stessa risposta negativa ma che, a differenza della trasparenza di Hank, non vengono condivise subito da Lily che (peraltro anche con un po’ di tatto) non lo dice telefonicamente. A confondere lo spettatore è però quella smorfia finale in uscita dal bar che non lascia chiarezza circa le intenzioni della donna che con quel sorriso sembra aver ripensato la sua scelta.
Chi scrive queste parole non ritiene il tradimento possibile (ai posteri l’ardua sentenza) ma vede piuttosto un risveglio dei sensi da parte della donna, chiaramente soddisfatta di essere ancora considerata come appetibile, però il dubbio è volutamente instillato nello spettatore che viene lasciato senza risposta.
Ma la domanda principale è un’altra: al pubblico interessa veramente saperlo?
| THUMBS UP | THUMBS DOWN |
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“The Goose Boxer” è un piccolo passo falso che, nonostante alcune chicche (Jeffrey Epstein in primis), non convince e, anzi, sperpera parte di ciò che aveva guadagnato dimenticandosi del misterioso personaggio che potrebbe dare la svolta a tutto: William Henry Devereaux, Sr.


