Pluribus 1×05 – Got MilkTEMPO DI LETTURA 3 min

02/12/2025
4.3
(12)

Pluribus 1x05Con Pluribus Vince Gilligan ha costruito un mondo che sembra distopico e apocalittico, ma in cui ogni episodio avvicina sempre più lo spettatore all’idea inquietante che non sia poi così lontano dalla realtà. L’universo narrativo è calibrato su un’umanità che precipita verso l’alienazione mentre una minoranza resta, letteralmente, fuori sincrono.
L’arresto cardiaco sfiorato di Zosia è il detonatore emotivo dell’episodio che manda in pezzi il piano di Carol e, parallelamente, la sua fragile illusione di controllo. Sapere che il mondo intero è a conoscenza dell’accaduto (compresi gli immuni) amplifica la solitudine di una protagonista che, pur muovendosi in un deserto popolato, scopre quanto sia difficile sopravvivere quando non c’è più nemmeno la cassa di risonanza imposta.

ESODO COLLETTIVO


Carol arriva finalmente a una comprensione chiave: gli umani infetti non possono dire bugie e, forse, esiste un modo per salvarli. Il prezzo di questa scoperta è qualcosa che non si aspettava: la reazione di quell’umanità. Lontano dalla gentilezza artificiale degli episodi precedenti, la folla improvvisamente la isola e si prende il proprio spazio. Ma Carol questo ancora non lo sa e aspetta nei corridoi dell’ospedale, preoccupata per Zosia. Segue un esodo collettivo glaciale: le persone sgomberano l’edificio e svuotano anche la città. Albuquerque diventa un gigantesco muto rimprovero.
Una donna sola sembra aver fatto arrabbiare l’intero pianeta. Ma c’è qualcosa di più profondo. Carol non è “quella che ha fatto arrabbiare gli altri umani” ma la violazione di un pattern collettivo perfetto, il glitch di sistema da tenere il più lontano possibile, fino a nuove disposizioni. Dopo 8 giorni, 22 ore, 36 minuti e 30 secondi, Carol è sola per davvero. E quella solitudine pesa come un macigno. La temporalità ossessiva diventa una misura della colpa che a questo punto emerge in tutta chiarezza. Rhea Seehorn regge l’episodio con grandissima consapevolezza: nervosa e trattenuta, vulnerabile ma mai vittima.

CIRCONDATA DAI LUPI


La scena dei lupi che hanno avvertito l’odore del corpo della compagna di Carol seppellito in giardino e tentano di scavare è il momento di maggiore pathos dell’episodio. Carol li mette in fuga guidando l’auto della polizia con la sirena accesa perché non riesce ad estrarre l’arma, bloccata da un minuscolo pulsante che non aveva notato. È un momento alto, costruito per mostrare la disperazione che la divora e la frustrazione di un’individualità che non trova più spazio.
E non è solo la collettività “altra”: sono anche i pochi immuni come Carol a non rispondere al suo grido d’aiuto, registrato in formato video. La certezza di dover salvare l’umanità e parallelamente di difendere la propria individualità, però, significa reggere il peso di un silenzio immenso con solo un drone mandatole pur di non incrociare il suo sguardo. È una damnatio memoriae, la cancellazione di un volto, di una presenza che però esiste e non può, al momento, essere cancellata.

LATTE OVUNQUE


La scoperta successiva è quasi grottesca. L’unica cosa che gli abitanti consumano è il “latte”: cartoni senza latte dentro. Al suo posto un liquido ambrato, acqua mescolata con una polvere bianca, una sostanza dal pH neutro e dalla consistenza oleosa. Proviene da Duke City, ma il punto è un altro: questo prodotto artificiale appare l’unico nutriente di una popolazione che sembra aver rinunciato al conflitto, alla scelta, al piacere. Anche l’assenza di odore è significativa: rifiuto del corpo, disinfezione vera e propria. Carol ipotizza che proprio quel liquido possa mantenerli connessi, in una sorta di rete biologica condivisa. È un pensiero inquietante, che apre a domande gigantesche.

 

THUMBS UP 👍 THUMBS DOWN 👎
  • Rhea Seehorn regge l’episodio con precisione.
  • L’immagine della città che si svuota.
  • La gestione degli immuni è ancora troppo opaca.

 

Il cliffhanger finale è un colpo secco: l’immagine dell’umanità ridotta a branco mentre Carol resta sola al centro del quadro è potente e disturbante. Pluribus continua a esplorare la frattura tra il singolo e la massa e, in filigrana, sembra parlare del rapporto con le tecnologie e con i demoni più muti e qui raggiunge il suo punto più inquietante.

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La notte sognivaga passeggia nel cielo ed il gufo, che mai dice il vero, sussurra che sono in me draghi ch'infuocano approdi reali e assassini seriali, vaghi accenti d'odio feroce verso chiunque abbia una voce e un respiro di psicosfera che rende la mia indole quanto mai nera. Però sono simpatica, a volte.

1 Comment

  1. ovviamente l’ha fatta Vince Gilligan quindi non si può non dire ad ogni piè sospinto che non sia un capolavoro, quando in realtà la serie sembra arrancare tra sbadigli e noia mortale assoluta mentre continua a girare in tondo da 5 puntate senza capire se e dove andare… boh!

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