
Un pilot solido e ben interpretato che costruisce bene il trauma del protagonista, ma che resta fin troppo trasparente e prevedibile nel modo in cui avvia la sua missione.
Man On Fire è un titolo che dice già molto su quello che si andrà a vedere. Non si può non pensare ad esempio al film del 2004 con protagonista Denzel Washington. Ma sia il film del 2004 che questo nuovo prodotto televisivo sono in realtà nati da una fonte comune, ovvero l’omonimo romanzo dello scrittore A. J. Quinnell.
Una storia che ben si adatta ai formati audiovisivi di genere in quanto si basa interamente sulla rivalsa e sulla vendetta del protagonista di turno nei confronti della vita. Una rivalsa che ovviamente si deve realizzare rigorosamente a suon di botte e sparatorie, come nella migliore delle tradizioni per quanto riguarda le serie action made in USA.
UN THRILLER-ACTION INTROSPETTIVO
Fatta questa premessa, però, va detto che lo show in questione, almeno in questo episodio pilota, se non altro si sforza di apparire il più originale possibile. Il che è un po’ difficile considerando che si tratta, in definitiva, di un copione già abbastanza noto e che si basa su cliché ampiamente visti e rivisti in altrettanti prodotti simili.
John Creasy è un ex Navy Seal reduce da una depressione da stress post-traumatico dopo che tutti gli uomini della sua squadra sono morti durante una missione a Città del Messico. Dal punto di vista della scrittura del personaggio protagonista e del suo trauma, lo show di Netflix si dimostra comunque ottimo e non da meno del film con Denzel Washington. La regia e l’interpretazione di Yahya Abdul-Mateen II rendono molto bene la sofferenza del protagonista e fanno sì che lo spettatore empatizzi con lui. La costruzione psicologica di tale personaggio, al momento, è l’aspetto più positivo e ciò che caratterizza di più lo show a differenza degli altri prodotti derivanti da A. J. Quinnell. In questo senso il paragone con un’altra serie Netflix fortemente autoriale come Baby Reindeer serve soprattutto a misurare la diversa profondità con cui il trauma viene messo al centro del racconto.
TUTTO MOLTO PREVEDIBILE
E tuttavia, al momento, è anche l’unico aspetto davvero positivo. Perché comunque si tratta di un prodotto anche abbastanza prevedibile, con plot twist stra-telefonati e un inevitabile cliffhanger che dà il via alla nuova missione del protagonista. In questo episodio infatti John viene reclutato dal suo amico Paul Rayburn per una missione estera in Brasile. Questa sequenza è utile sostanzialmente per introdurre il personaggio interpretato da Bobby Cannavale e presentare la sua famiglia, in particolare la figlia di quest’ultimo, Poe. La quale, dopo l’inevitabile morte del padre, diventa l’oggetto di protezione e la vera ragione che spinge John a rimettersi in gioco.
Da questo nuovo trauma comincia dunque effettivamente la trama orizzontale della serie. Il problema è che tutto appare troppo leggibile in anticipo. Non tanto per il fatto che la struttura sia classica, cosa che di per sé non sarebbe affatto un difetto, quanto perché il pilot sembra quasi voler dichiarare ogni snodo prima ancora di viverlo davvero. E così, invece di lasciare addosso il peso della sorpresa, lascia soprattutto quello della conferma. Anche per chi ama il genere più puro e artigianale, e magari ha già trovato un buon guilty pleasure in titoli come Tyler Rake 2, qui manca ancora quel guizzo capace di far uscire davvero la serie dal mucchio.
UNA SERIE PREVEDIBILE
La puntata in sé si comporta da buon episodio introduttivo. Il protagonista, le sue relazioni personali e il contesto in generale vengono minuziosamente presentati a dovere. La regia fa il suo lavoro senza strafare più di tanto, mantenendo il tutto dentro il range dell’action-thriller classico. Ma forse è proprio tutta questa trasparenza a limitarlo pesantemente. La troppa prevedibilità alla lunga stanca o quantomeno non è abbastanza per lasciare un segno davvero forte, soprattutto se lo spettatore è già abituato a mille altri prodotti simili.
Rimane comunque un buon prodotto d’artigianato di genere che può fare comodamente da guilty pleasure per gli amanti del genere, o per riempire una serata quando non c’è altro da guardare. Però, almeno per ora, la sensazione è che Man On Fire debba ancora dimostrare di avere qualcosa di davvero suo oltre alla buona mano con cui presenta il suo protagonista.
THUMBS UP 👍
- Buon episodio introduttivo con background del protagonista spiegato bene
- Yahya Abdul-Mateen II regge molto bene il peso emotivo del pilot
- La sofferenza di John Creasy è il vero elemento distintivo dell’episodio
THUMBS DOWN 👎
- Forse il background viene spiegato anche un po’ troppo e manca qualche guizzo in più
- Trama semplicemente molto prevedibile






