
La terza stagione riparte bruciando le attese: la guerra è ormai irreversibile e il prezzo più alto lo pagano ancora una volta i figli.
LA GUERRA È QUI
Dopo quasi due anni di attesa, House Of The Dragon torna con un compito tutt’altro che semplice: non soltanto riprendere il filo della Danza dei Draghi, ma anche ricordare allo spettatore perché quel filo si fosse aggrovigliato così tanto. Il problema, del resto, non è mai stato solo capire “chi combatte contro chi”, bensì riuscire a orientarsi dentro una mappa di nomi quasi identici, parentele incrociate, titoli nobiliari, cariche politiche, alleanze fragilissime e rancori stratificati. Tra Rhaenyra, Rhaena, Rhaenys, Aegon, Aemond, Daemon, Jacaerys e tutto il corredo di casate, draghi e consiglieri, la serie HBO ha sempre richiesto allo spettatore uno sforzo di memoria superiore alla media. Questo ritorno, proprio per tale ragione, non può essere trattato come una normale première.
La seconda stagione aveva più volte promesso l’esplosione definitiva del conflitto, scegliendo però di chiudersi ancora sulla soglia della guerra totale. La terza stagione riparte invece da un punto in cui la guerra civile Targaryen non è più una minaccia, ma una realtà ormai irreversibile. Le schermaglie politiche, i lutti personali e le incomprensioni familiari delle prime due stagioni hanno lasciato spazio a una guerra aperta, dove ogni esitazione può trasformarsi in una condanna e ogni drago, più che un simbolo dinastico, diventa un’arma di distruzione di massa.
NELLE PUNTATE PRECEDENTI DI HOUSE OF THE DRAGON…
Per rimettere ordine, occorre ripartire dalla frattura fondamentale: da un lato ci sono i Neri di Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy), cioè la fazione che sostiene la pretesa al trono della figlia primogenita di Viserys I; dall’altro i Verdi di Aegon II Targaryen (TomGlynn-Carney), il fronte che difende l’incoronazione del figlio maschio nato dal matrimonio tra Viserys e Alicent Hightower. Tutta House Of The Dragon nasce da qui: dalla promessa fatta da un re alla propria figlia e dalla successiva incapacità del regno, della corte e della stessa famiglia Targaryen di accettare davvero quella promessa.
La prima stagione aveva costruito questa frattura attraverso il logoramento del rapporto tra Rhaenyra e Alicent, inizialmente amiche e poi trasformate in madri rivali, pedine e infine agenti consapevoli di un conflitto più grande di loro. La morte di Viserys (Paddy Considine) aveva aperto la strada all’usurpazione del trono da parte dei Verdi, mentre l’incoronazione separata di Rhaenyra a Roccia del Drago aveva sancito l’esistenza di due sovrani e quindi di nessun compromesso possibile. Il finale della prima stagione aveva poi spezzato ogni illusione con la morte di Lucerys Velaryon, figlio di Rhaenyra, ucciso durante l’inseguimento tra Arrax e Vhagar, il gigantesco drago cavalcato da Aemond Targaryen (Ewan Mitchell). Da quel momento, la guerra non poteva più essere soltanto politica.
La seconda stagione ha infatti mostrato una lenta, dolorosa trasformazione del conflitto dinastico in faida familiare. L’assassinio del piccolo Jaehaerys, figlio di Aegon e Helaena Targaryen, ha sporcato la causa di Rhaenyra agli occhi del regno; la Battaglia di Riposo del Corvo ha tolto di scena Rhaenys Targaryen (Eve Best) e il suo drago Meleys; Aegon ne è uscito vivo ma devastato, bruciato e politicamente indebolito; Aemond, già responsabile della morte di Lucerys, ha finito per apparire sempre più come il vero centro di potere dei Verdi. Intanto Daemon Targaryen (Matt Smith) ha attraversato ad Harrenhal una stagione di visioni, crisi e ambizioni personali, prima di tornare almeno formalmente allineato alla causa di Rhaenyra.
Alla fine della seconda stagione, dunque, la situazione era apparentemente favorevole ai Neri, ma in realtà molto più fragile di quanto sembrasse. Rhaenyra disponeva dell’appoggio dei Velaryon, della flotta di Corlys Velaryon (Steve Toussaint) e di nuovi cavalieri di draghi come Hugh Hammer (Kieran Bew) e Ulf il Bianco (Tom Bennett), introdotti con forza nel corso della Semina Rossa. Aveva inoltre dalla propria parte Jacaerys Velaryon (Harry Collett), figlio maggiore ed erede, figura sempre più matura e politicamente consapevole. Tuttavia Approdo del Re restava in mano ai Verdi, Alicent Hightower (Olivia Cooke) aveva tentato un ultimo contatto segreto con Rhaenyra, e l’assenza di una pace reale rendeva ogni trattativa soltanto un preludio a una nuova catastrofe.
FIGLI DEL FUOCO
È su questo terreno che si apre “Salt and Sea, Fire and Blood”, una première che sembra voler rispondere direttamente alle critiche mosse alla chiusura della stagione precedente. Se il finale della seconda stagione era stato accusato di trattenere troppo, rinviando l’esplosione del conflitto, questa ripartenza sceglie invece di bruciare le attese e di portare subito la serie dentro uno dei momenti più attesi della Danza dei Draghi: la Battaglia del Gullet. Non lo fa però dimenticando la natura più profonda dello show. House Of The Dragon non è mai stato solo uno spettacolo di draghi e campi di battaglia, ma una tragedia dinastica dove ogni vittoria pubblica corrisponde quasi sempre a una perdita privata.
Il primo elemento interessante dell’episodio è la gestione di Rhaenyra. La regina dei Neri si trova in una posizione paradossale: sulla carta è più forte, ma emotivamente è ancora prigioniera dell’idea che una parte di ciò che è stato rotto possa essere ricomposta. Il precedente incontro con Alicent pesa sulle sue decisioni, così come pesa la tentazione di credere che la presa di Approdo del Re possa avvenire con meno sangue del previsto. È una fragilità politica, ma anche umana. Rhaenyra non è Daenerys Targaryen, e la serie sembra ricordarlo proprio giocando con la memoria della serie madre: dove Game Of Thrones raccontava la progressiva trasformazione messianica di Daenerys in sovrana del fuoco, House Of The Dragon insiste su una donna che vorrebbe ancora governare prima di distruggere, ma viene continuamente spinta dagli eventi verso la seconda opzione.
In questo senso, Jacaerys assume un ruolo centrale. Jace è stato finora uno dei personaggi più lucidi della fazione nera: giovane, certo, ma più disciplinato di molti adulti, consapevole del proprio ruolo e del bisogno di dare credibilità alla causa della madre. L’episodio gli concede però un passaggio decisivo, facendolo agire non soltanto da erede, ma da figlio terrorizzato. Quando la flotta Velaryon viene attaccata e Rhaenyra decide di intervenire personalmente, Jace comprende il rischio politico prima ancora di quello militare: se Rhaenyra muore, la causa dei Neri collassa. La sua decisione di farla chiudere nelle stanze per impedirle di volare in battaglia è un gesto quasi sacrilego, ma coerente con la logica disperata del personaggio. Proteggere la regina significa tradire la madre. Proteggere la madre significa disobbedire alla regina.
LA BATTAGLIA DEL GULLET
La Battaglia del Gullet diventa così il cuore spettacolare e morale della puntata. Da una parte ci sono Corlys Velaryon e Alyn di Hull, impegnati a difendere la flotta e il blocco navale dei Neri; dall’altra la Triarchia, guidata da Sharako Lohar, alleata dei Verdi ma mossa anche da una vendetta personale contro il Serpente di Mare. Lo scontro non è quindi una semplice collisione tra due eserciti. È il risultato di rancori antichi, conti mai chiusi, interessi politici e ferite individuali. Come spesso accade nell’universo di George R.R. Martin, la guerra non nasce mai da una sola causa: è un accumulo di umiliazioni, paure e ambizioni che a un certo punto trova finalmente il proprio incendio.
Dal punto di vista visivo, l’episodio restituisce a House Of The Dragon una scala che alla serie era talvolta mancata nella seconda stagione. La battaglia è caotica, leggibile quanto basta, ma mai ordinata al punto da sembrare una dimostrazione tattica. Navi in fiamme, frecce, abbordaggi, draghi, mare e sangue compongono una sequenza che richiama la tradizione bellica della saga senza limitarsi a imitarla. Non ha la cupezza notturna della Battaglia delle Acque Nere, né la geometria brutale della Battaglia dei Bastardi, ma possiede una sua identità: quella di uno scontro navale in cui il cielo e il mare diventano due piani dello stesso massacro. La guerra qui non è eroica, non è pulita, non è nemmeno pienamente controllabile.
Proprio il ritorno in primo piano di Corlys è uno degli elementi più riusciti. Dopo essere stato spesso confinato al ruolo di alleato ferito, padre manchevole e marito in lutto, il Serpente di Mare torna a essere ciò che il suo nome promette: uno stratega navale, un uomo che capisce la battaglia sull’acqua meglio dei suoi avversari. La dinamica con Alyn aggiunge poi uno strato emotivo importante. Il rapporto tra i due, segnato dal mancato riconoscimento e da una paternità rimasta troppo a lungo ai margini, consente alla puntata di non smarrire la dimensione privata anche nel mezzo del grande spettacolo. È uno dei meriti dell’episodio: ricordare che, dentro la Storia con la maiuscola, continuano a esistere figli non riconosciuti, padri incapaci, eredità negate e affetti deformati dal potere.
La variabile più imprevedibile è invece Rhaena Targaryen, che dopo aver inseguito il drago selvatico Sheepstealer riesce finalmente a instaurare un legame con lui. Per Rhaena è una conquista personale enorme: dopo essere rimasta a lungo ai margini della mitologia familiare dei Targaryen, priva di un drago e quindi priva di un riconoscimento pieno dentro la propria stessa stirpe, il legame con Sheepstealer rappresenta una forma di nascita simbolica. Ma House Of The Dragon non concede mai una conquista senza presentarne il costo. L’arrivo di Rhaena sul campo di battaglia, invece di risolvere lo scontro, introduce ulteriore caos. Sheepstealer non è una macchina da guerra addestrata, il rapporto con la sua nuova cavaliera è ancora acerbo e il fuoco che avrebbe dovuto salvare finisce anche per colpire gli alleati.
È in questa confusione che l’episodio trova la propria tragedia più forte: la morte di Jacaerys. Jace vola su Vermax insieme a Baela Targaryen e prova a fare ciò che gli uomini della sua casa sono sempre stati educati a fare: trasformare il drago in autorità, l’autorità in azione, l’azione in vittoria. Ma la Danza dei Draghi è proprio la storia del fallimento di questa illusione. I draghi non garantiscono ordine: lo distruggono. Vermax viene abbattuto, Jace precipita, sopravvive per un istante alla caduta e poi viene trafitto dalle frecce. È una morte costruita con un’efficacia crudele, perché concede allo spettatore un barlume di speranza prima di negarlo. Una dinamica che appartiene da sempre al DNA di Game Of Thrones: dalla morte di Ned Stark alle Nozze Rosse, la saga ha spesso ricordato che la sopravvivenza morale di un personaggio non coincide mai con la sua sopravvivenza narrativa.
IL DOLORE INFINITO DI UNA MADRE
Per Rhaenyra, la perdita è devastante. Dopo Lucerys, anche Jacaerys viene inghiottito dalla guerra. Non muore soltanto un figlio: muore l’erede, il volto più presentabile della sua causa, forse l’unica figura capace di immaginare un futuro meno dominato dalla vendetta. La serie insiste molto, giustamente, su questo punto. Rhaenyra può vincere una battaglia, può guadagnare draghi, può stringere alleanze, ma ogni passo verso il trono la priva di qualcosa che rendeva quel trono ancora desiderabile. È qui che House Of The Dragon ritrova la propria forza tragica: non nel mostrare chi abbia ragione in termini dinastici, ma nel raccontare quanto poco conti avere ragione quando il prezzo della rivendicazione è la distruzione della propria famiglia.
Sul fronte dei Verdi, l’episodio lavora invece sulla decomposizione del potere. Aegon II è fisicamente e psicologicamente distrutto, Larys Strong continua a muoversi secondo una logica opportunistica e opaca, mentre Aemond appare sempre più come un sovrano di fatto, anche quando la legittimità formale resta altrove. Alicent, nel frattempo, è una figura quasi spettrale: madre, vedova politica, ex amica, donna che ha contribuito a costruire un incendio e ora sembra terrorizzata dalla sua estensione. Il rapporto con Aemond si carica di una tensione disturbante, a conferma di quanto la famiglia Targaryen-Hightower sia ormai un luogo emotivamente irrespirabile prima ancora che politicamente instabile.
La puntata non è priva di difetti. Alcuni snodi risultano accelerati, alcune linee secondarie restano inevitabilmente sacrificate dalla centralità della battaglia, e il confronto con Fire & Blood continuerà a far discutere i lettori più attenti, soprattutto per alcune scelte di adattamento legate ai dragonrider e a Sheepstealer. Tuttavia, nel bilancio complessivo, la première centra l’obiettivo più importante: restituire urgenza alla serie. Dopo una stagione spesso costruita sull’attesa, House Of The Dragon sceglie finalmente la conseguenza. Non promette più soltanto la guerra: la mostra e la rende irreversibile.
THUMBS UP 👍
- La Battaglia del Gullet: mastodontica
- La morte di Jacaerys funziona come svolta tragica e narrativa
- Rhaenyra, Corlys e Rhaena aggiungono peso emotivo al conflitto
THUMBS DOWN 👎
- La Battaglia del Gullet: confusionaria in diversi snodi
- Alcune linee secondarie restano sacrificate dalla centralità della battaglia






