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Lawmen: Bass Reeves 1×07 – Part VIITEMPO DI LETTURA 3 min

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Lawmen Bass Reeves 1x07 RecensionePenultimo appuntamento prima del gran finale per uno dei primi difensori della legge appartenenti alla black culture. Uno dei più grandi simboli per una fetta importante della popolazione statunitense del post-liberazione dalla schiavitù. In questa “Part VII” tutto viene sistemato per lo scontro finale, o forse non proprio tutto è come sembra.

L’ORO DEGLI SCIOCCHI


Inutile girarci intorno. Il sapore che rimane dopo la visione di un episodio di Lawmen: Bass Reeves è sempre quello di trovarsi di fronte a una storia molto importante, a cui tuttavia la sua stessa natura ibrida gli gioca a sfavore. Alla trama orizzontale impegnata nella presa di consapevolezza del protagonista sulle sue reali motivazioni rispetto alla giustizia si sommano infatti svariate storylines verticali, composte da casi umani da arrestare e portare a processo, il tutto intervallato dalle scene che vedono protagoniste la figlia e la moglie del protagonista.
Il risultato è senza dubbio quello di ottenere una carica drammatica di tutto rispetto. Le motivazioni di ogni personaggio escono infatti fuori più e più volte, mentre il tema di fondo sui neri finalmente liberi, che faticano ad inserirsi in un mondo che non è stato costruito anche per loro, rimane sempre al centro dell’attenzione.

… EPPURE


Si vuole sempre un gran bene alle creature di Sheridan, anche quelle minori. La sua poetica (se ancora ha senso usare questo termine) emerge ovunque e coinvolge lo spettatore anche e soprattutto quando lo blocca all’interno di meccanismi narrativi insistiti fino a diventare ridondanti.
Per esempio in questo episodio, la linea narrativa più “famigliare”, che vede le prime avvisaglie di ritorsioni razziste nei riguardi della famiglia Reeves, risulta ripetitiva, senza un concreto sviluppo degli eventi. Risulta evidente che tutto deve essere preparato per il finale di stagione. Come accaduto soprattutto nella seconda stagione di Mayor of Kingstown, l’impressione di girare a vuoto, in attesa dell’esplosione narrativa, è palpabile. Eppure i pensieri “rivelatori” di Bass riguardo al suo nemico Pierce (interpretato da Barry Pepper), sembrano tutto eccetto che narrativamente coinvolgenti.
Il primo vero lutto subito da Reeves risulta essere anche colpa sua, e ciò sembra segnarlo più di molte altre cose. Tuttavia è lecito chiedersi perché il protagonista esploda così, richiamando la crisi morale che attraversa il protagonista, esplicitata nel dialogo col giudice/boia Parker (Donald Sutherland). Tutti momenti topici, ad alto tasso di dialoghi sferzanti. Forse ridurne il numero e aumentarne l’efficacia narrativa poteva giovare al ritmo dello show.

RIFLESSIONI


Il fascino che comunque permane anche in questa narrazione sta nell’utilizzo del paesaggio come fonte narrativa per suggestionare chi guarda. In questo episodio a brillare non sono tanto gli esterni, sempre degni di nota, ma soprattutto gli ambienti interni scelti, attraverso inquadrature che rivelano una profondità di campo che aiuta nel discorso a strati che si sta tentando di fare.
Molti dei dialoghi di questo episodio ottengono molto più valore grazie a questi artifici narrativi, rispetto a dialoghi fin troppo inconcludenti. Poc’anzi si parlava dell’amore verso le opere di Sheridan. Questa può essere certamente una caratteristica che rende l’esperienza comunque meritevole di essere fatta, agendo di più su un piano inconscio che conscio. Assolutamente non da sottovalutare.
Lasciando spazio per una riflessione finale, la visione manichea sulla morale umana che traspare in quest’episodio, mischiata al tema del razzismo, potrebbe essere la causa del giudizio finale posto a fine recensione. È come se il risultato fosse un gran “mischione” di cose, fatto per includere tutto, ma col risultato di dare un’idea fumosa su cosa si voglia narrare. È un vero peccato che il risultato sia mediamente sufficiente.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Gli ambienti che valorizzano la narrazione (e l’aiutano molto più del dovuto)
  • Il cast è sempre di livello apprezzabile
  • Un generale senso di ripetizione e di attesa che impatta sul godimento degli sviluppi narrativi
  • Una fastidiosa impressione di versione manichea (troppa?) sulla morale

 

Manca un episodio al termine della stagione e, arrivati a questo punto, non si vede l’ora di vedere come lo scontro finale verrà risolto dagli autori. Anche se onestamente il viaggio poteva essere molto, molto meglio.

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Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive solo per assecondare le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un'illusione. Sogna un giorno di produrre, o magari scrivere, qualche serie, per qualche disperata tv via cavo o canale streaming. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley ma, per non essere troppo snob, non si nega qualche guilty pleasure ogni tanto.

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