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Dahmer – Mostro: La Storia Di Jeffrey Dahmer 1×01 – Episodio 1TEMPO DI LETTURA 5 min

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Dahmer - Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer 1x01 recensioneCon la premessa di essere una miniserie evento di una sola stagione, Dahmer – Mostro: La Storia Di Jeffrey Dahmer si prefigge l’obiettivo di raccontare in 10 episodi i dettagli di una vicenda macabra e violenta che negli anni 90 sconvolse l’America e il mondo intero.
Secondo le dichiarazioni rilasciate da Netflix all’annuncio della serie, il punto di vista adottato nel raccontare i crimini compiuti da Dahmer tra il 1978 e il 1991 è quello delle sue vittime e delle persone che lo hanno conosciuto o incrociato. Il tutto con un’attenzione particolare alla negligenza della polizia, che per oltre un decennio ha lasciato agire indisturbato un assassino psicopatico.
Per chi non lo sapesse, infatti, il protagonista della serie è uno dei più feroci e disturbanti serial killer della storia contemporanea, chiamato confidenzialmente “il Cannibale di Milwaukee”. Dahmer ha compiuto degli omicidi -17 le vittime accertate- così efferati e truci e ha oltraggiato i corpi delle sue vittime così voracemente che, al confronto, le accuse di cannibalismo fatte ad Armie Hammer sembrano una barzelletta.

“I want to hear your heart, cause I am gonna eat it.”

I AM A WEIRDO


Ryan Murphy (Nip/Tuck, American Horror Story, Glee) e Ian Brennan (The Politician, Scream Queen) sono i due creatori della serie, mentre la sceneggiatura è firmata da David McMillan e Janet Mock, quest’ultima impegnata anche nella regia insieme a Carl Franklin.
Jefrrey Dahmer è interpretato da Evan Peters, attore feticcio di Ryan Murphy che ha interpretato molti dei personaggi inquietanti nati dalla penna dell’autore e che, con questa sua ultima interpretazione, conferma nuovamente il suo talento evidenziando una sintonia con Murphy tale da oltrepassare lo schermo.
Il pilot della serie mette subito in chiaro che non sarà quello di Jeffrey il punto di vista della narrazione, bensì quello della sua vicina o di uno dei ragazzi che ha adescato in un club. Il racconto infatti sembra essere corale, come se attraverso questa storia si volesse mettere in luce un periodo – purtroppo in alcuni casi ancora vivo- in cui gli USA combattevano con un alone di forte razzismo. Non è un caso infatti che il protagonista della storia abiti in un quartiere di black people, o che adeschi quasi sempre ragazzi neri o, ancora, che la sua vicina che sente un cattivo odore provenire dall’appartamento di Jeffrey e spesso anche delle urla strazianti, non venga mai presa sul serio dalla polizia.
Nella loro rappresentazione, Murphy e Brennan hanno deciso di iniziare dalla fine, ovvero dagli eventi che hanno portato all’arresto di Dahmer nel 1991, con lo spettatore che – in caso non conoscesse la storia – alla fine del pilot sa chi è e cosa ha fatto il protagonista. Dahmer si descrive come un ragazzo strano, mentre cerca di rimorchiare qualche mal capitato al club, ma la polizia trova nel suo appartamento dei cimeli che vanno ben oltre la stranezza. Il pilot dunque non fa mistero di quale sarà il livello di morbosità della serie.

LA QUALITÀ


Imperfezioni della pelle, sudore, capelli unti, la texture di tessuti e indumenti sporchi e sudici, la fanno da padrone insieme ad una fotografia che si concentra sui toni del giallo e dell’ocra e che si ritrovano anche sulla locandina della serie. Non è un caso, quindi, che secondo la psicologia dei colori, una scienza che studia quanto un colore possa influire sull’umore di chi guarda e che spesso viene usata nel cinema per descrivere emozioni e coinvolgere maggiormente lo spettatore, il giallo rimandi a sensazioni di follia, insicurezza e ossessività. Questo colore racchiude meglio di qualsiasi parola le caratteristiche del pilot.
La regia non ha nulla da invidiare ad altre serie crime di altissimo livello, in certi punti, però, anche se la serie è tratta da una storia realmente accaduta e quindi è complesso creare della suspense, viene banalizzata la caratterizzazione del personaggio principale. Lo spettatore capisce subito che Jeffrey è disturbato e che vuole fare dal male al ragazzo che ha adescato al bar, tuttavia, durante la scena in cui i due sono nel suo appartamento la tensione potrebbe essere più alta. Una tensione che invece viene abbassata da alcuni elementi troppo espliciti, come un trapano pieno di sangue lasciato in cucina o il letto macchiato, o ancora il VHS dell’Esorcista 3 che va in loop.
Ci sono ancora nove episodi per conoscere meglio Jeffrey Dahmer, il contesto in cui è cresciuto, la natura dei suoi disturbi mentali e, soprattutto, come è riuscito a non farsi scoprire per così tanti anni. In definitiva, però, se non fosse per la morbosità di alcuni dettagli e per l’indiscutibile appeal della storia e del suo protagonista fuori e dentro lo schermo, alcuni degli elementi del pilot non porterebbero con loro molta curiosità nel continuare la visione.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’interpretazione di Evan Peters
  • Alcune scelte di regia
  • Il contesto socio-culturale ben descritto
  • La fotografia
  • Caratterizzazione del protagonista banalizzata
  • Tensione troppo bassa per una serie crime

 

Ryan Murphy è un regista e un autore che ha sfornato serie iconiche, ossessionato dai casi di true crime americani, si cimenta in questa sua ultima fatica con un caso di cronaca tanto oscuro che ci si può perdere in quell’abisso. La sensazione è quella che l’idea sia buona, la regia e gli attori anche (da menzionare infatti anche il bravissimo Richard Jenkins che interpreta il padre di Dahmer), ma rendere catchy una storia così macabra risulta un’impresa davvero complessa. Lo spettatore, infatti, si trova davanti al racconto di fatti troppo atroci se si pensa che sono realmente accaduti e il rischio è quello di allontanare piuttosto che avvicinare il pubblico. Apprezzabile l’intento di raccontare la storia sotto un punto di vista più ampio e di toccare così anche altri temi caldi, anche se questo nel pilot risulta a tratti forzato.

Vivo a Milano, ma sono una romana doc, guardo tante serie tv e film e nel mio tempo libero lavoro, faccio sport e viaggio tanto.
Mi piacciono molto i cani e amo le mezze stagioni, anche se non ci sono più.

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