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Ghostbusters: Afterlife
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Ghostbusters: Afterlife

Jason Reitman prende in mano l'eredità del padre e il risultato è un film con ben poca sostanza ma con molto fan service.

Callie (Carrie Coon) è una madre single che si trasferisce da Chicago insieme ai figli Phoebe (Mckenna Grace) e Trevor (Finn Wolfhard) dopo essere stata sfrattata, provando a ripartire da zero nella tranquilla cittadina di Summerville, in Oklahoma, dove il suo defunto padre le ha lasciato in eredità una casa in rovina in mezzo al nulla. Phoebe fa presto amicizia con il compagno di classe Podcast (Logan Kim) e con il signor Grooberson (Paul Rudd), un insegnante di scienze disturbato dai terremoti inspiegabili che si verificano nella zona. Quando Phoebe scoprirà che suo nonno era Egon Spengler, membro dei Ghostbusters, partirà all’avventura insieme a Trevor e Podcast per combattere alcuni fantasmi cattivi pronti a tornare sulla Terra per scatenare l’inferno.

 

Uscito nelle sale il 19 di Novembre, Ghostbusters: Afterlife riprende in mano il filo del primo film senza sconfessare del tutto il secondo (ma nemmeno tenendolo in considerazione più di tanto). Il pubblico viene portato da New York a Summerville, dove insoliti terremoti e oscure presenze scuotono la pace della piccola cittadina nell’Oklahoma.
A prendere in mano la pesante eredità del cult anni ’80 è Jason Reitman, figlio del regista dei primi due Ghostbusters Ivan Reitman, evidentemente legato molto alla pellicola di maggior successo del padre. Naturalmente gli interessi personali vanno a scontrarsi irrimediabilmente con gli aspetti più economici legati al rilancio di un franchise, e il risultato purtroppo non è sempre dei migliori.

Who you gonna call?

Le intenzioni alla base di una pellicola come Ghostbusters: Afterlife, naturalmente, non possono che essere due: da una parte tentare di rilanciare il franchise, dall’altra cercare di far contenti i fan della saga originale spingendo sul fattore malinconia. Nulla di nuovo dunque, l’ennesima operazione nostalgica di rilancio di un brand in un panorama cinematografico sempre più ricco di remake, reboot e live action che, a prescindere dal successo effettivo che potrà avere, fa molta fatica ad uscire dal suo stato di completa anonimia.
Una commedia per famiglie che sicuramente intrattiene grazie alla sua leggerezza, ma anche – e soprattutto – un’operazione di fan service zavorrata da una narrazione banale e a tratti anche un po’ superficiale. Una narrazione che termina scivolando in secondo piano rispetto ai mille riferimenti, camei e citazioni che, in fin dei conti, diventano l’unica buona ragione per andare a vedere il film.
Il genitore cresciuto con la saga originale si ritroverà così ad assistere ad una commedia adolescenziale di genere fantascientifico abbastanza mediocre infarcita di riferimenti ai suoi eroi d’infanzia, mentre il figlio, che il suddetto padre cerca alacremente di indottrinare, assisterà ad una commedia adolescenziale di genere fantascientifico abbastanza mediocre infarcita di riferimenti agli eroi d’infanzia del genitore.
In altre parole, anzi, in una parola: carino.

CARINO


Carino. Il complimento dell’ignavo. Una dichiarata intenzione di non voler prendere posizione che infidamente sottintende un giudizio tendente al negativo. E nel caso specifico di Ghostbusters, un altro modo per dire “puoi aspettare che esca in digitale”, senza però sconfinare nell’inevitabile insulto al “mostro sacro” che qualcun altro, sicuramente, adorerà.
Anni fa si parlò di un possibile Ghostbusters 3, ma poi Harold Ramis venne a mancare lasciando incompleta la squadra. In tal senso, Ghostbusters: Afterlife ha il solo ed unico pregio di trovare un modo molto emozionante per onorare la sua grande eredità, utilizzando una combinazione di CGI e sceneggiatura creativa per riportare in scena il suo personaggio.
Messo da parte questo commovente omaggio, però, ciò che resta è un prodotto creato secondo le modalità predefinite della Hollywood contemporanea: un film nostalgico, svuotato di qualsivoglia personalità e inserito in uno stampo sbiadito, fatto su misura per un fandom più interessato alla citazione che al contenuto. Una caccia all’easter egg che termina col spogliare il film di tutto ciò che aveva reso il suo predecessore un successo, trasformandolo in un prodotto che, in linea con il trend di Stranger Things (nel caso lo spettatore se ne dimenticasse, c’è pure Finn Wolfhard a ricordarcelo), predilige il contenitore al contenuto: tante, tantissime citazioni, pochissima sostanza.
Una strada percorsa sì per ragioni di botteghino, ma anche per evitare un altro flop come quello del remake al femminile di Ghostbusters del 2016 puntando su una più sicura commedia adolescenziale. Finendo poi con l’elevare i veri Acchiappafantasmi a figure quasi epiche, forse tradendo eccessivamente la connotazione più “popolare” ascritta ai quattro storici protagonisti, in fin dei conti soltanto un pugno di sognatori scapestrati, qui invece caricati di un aura quasi divina.

I (POCHI) PUNTI POSITIVI


He was special. He liked science, like me.

Pur non essendo la pellicola del secolo, sarebbe comunque ingiusto non menzionare alcuni aspetti positivi del film. A prescindere dal gusto personale in merito alla decisione di optare per una commedia per ragazzi, il gruppo di giovani attori chiamati a raccogliere la pesante eredità fanno un ottimo lavoro, dimostrando un grande affiatamento e ottime doti individuali, purtroppo talvolta macchiate dalla totale mancanza di umorismo di alcuni dialoghi presunti comici.
Wolfhard non va a sbattere troppo lontano dal Mike di Stranger Things, col rischio di rimanere incatenato (anche un po’ ingiustamente) in un’unica tipologia di ruolo, ma resta comunque convincente; Logan Kim viene subito inquadrato come il Chunk di turno e a lui spettano forse le peggiore freddure del film; mentre a sorprendere davvero è Mckenna Grace, assolutamente perfetta nei panni della nipote ed erede spirituale di Egon, nonchè perfettamente padrona della parte nonostante la giovane età.
Altro punto positivo sono sicuramente gli effetti visivi, in grado di rievocare le vecchie atmosfere nonostante i passi avanti compiuti dalla tecnologia negli ultimi trent’anni, uniti ad un’ottima regia soprattutto nelle scene di azione e inseguimento, sempre frenetiche ma mai confuse nonostante flussi d’energia ed ectoplasmi che spuntano da ogni dove.


C’è sicuramente una forte implicazione emotiva, soprattutto per il fatto che sia proprio Jason Reitman l’uomo dietro alla cinepresa del sequel del più grande successo del padre, ma esattamente come accadde nel 2015 per Star Wars: Il Risveglio Della Forza, l’eccessivo fan service finisce col sminuire costantemente questa concezione romantica della pellicola. Reitman è più interessato a strizzare l’occhio all’opera originale in maniera ossessiva, dimenticandosi di dire qualcosa di maggiormente significativo dal punto di vista prettamente narrativo e limitandosi invece a riciclare le dinamiche del capostipite rielaborandole in chiave contemporanea. Un film non orrendo ma facilmente dimenticabile. Insomma, carino.

 

TITOLO ORIGINALE: Ghostbusters: Afterlife
REGIA: Jason Reitman
SCENEGGIATURA: Gil Kenan, Jason Reitman
INTERPRETI: Carrie Coon, Paul Rudd, Finn Wolfhard, Mckenna Grace, Logan Kim, Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson, Sigourney Weaver, Annie Potts, Bokeem Woodbine, J.K. Simmons, Olivia Wilde, Josh Gad
DISTRIBUZIONE: Sony Pictures Releasing
DURATA: 125′
ORIGINE: USA, 2021
DATA DI USCITA: 19/11/2021

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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