The Flash 4×12 – 4×13 – Honey, I Shrunk Team Flash – True ColorsTEMPO DI LETTURA 7 min

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Quando una serie evolve verso una precisa direzione, non lo fa mai da un episodio all’altro, ma sempre puntata dopo puntata, quasi in modo che lo spettatore possa rendersene conto solo a risultato compiuto. Perciò, dopo la visione di “Honey, I Shrunk Team Flash”, si rimane un attimo interdetti a domandarsi: quando esattamente The Flash è diventata una serie così spiccatamente comedy?
Sia ben chiaro, per toni e atmosfere The Flash si è diversificato dal ben più “dark” e serioso Arrow (ma anche lì, adesso, si è lontani anni luce dagli esordi) fin da subito. Ma un conto era la leggerezza, il fantastico sense of wonder impresso nel sorriso di Grant Justin e nell’esaltazione dell’amico nerd e simpatico Cisco Ramon, un conto è vedere Cecile (ripetiamo, Cecile) che tenta di strappare una risata (a volte, va detto, persino riuscendoci) per mezzo episodio.
Tesoro, mi sono ristretti i ragazzi, film cult del 1898 con protagonista Rick Moranis. Se una volta, infatti, i  riferimenti erano pellicole come Ritorno al Futuro, adesso si è passati, appunto, alla commedia di fantascienza, meno d’avventura e più grottesca, meno per ragazzi e più per famiglie. Il che non è per forza un male, ma lo diventa quando si usa tale scelta come pretesto per giustificare buchi narrativi, momenti eccessivamente dilatati, villain fantocci; il tutto, naturalmente, non tenendo minimamente in considerazione la scadente CGI, marchio di fabbrica degli episodi dai budget inferiori (quindi, la maggior parte).
Prime avvisaglie della deriva comica, in fin dei conti, sono presenti fin dall’introduzione del personaggio di Ralph, probabilmente vero punto spartiacque stagionale, almeno in questo senso. Il Mister Fantastic de’ noantri (con cattiva, complicata e per questo inspiegabile CGI annessa) ha infatti contribuito, più di tutti, a sigillare quell’impronta di inaspettato nonsense che ha caratterizzato tutti gli episodi successivi, in maniera sempre più massiccia. Da lì praticamente non si è più smesso, tanto da arrivare all’Harrison Wells “comico” già mestamente mostrato in piccole dosi nelle passate stagioni, e che si credeva (giustamente) accantonato per sempre. Ritorna  proprio nell’episodio in cui, in realtà, recita un ruolo centrale all’interno della storia e delle dinamiche interne tra i protagonisti. Ma proprio la leggerezza che condiziona le sue battute e soprattutto i suoi gesti (vedi provare il funzionamento del raggio che dovrebbe re-ingrandire Cisco e Ralph, senza provarlo prima su qualcos’altro; da vero scienziato insomma) finiscono con lo smorzare qualsiasi pretesa drammatica da parte degli autori.
Il villain, naturalmente, non può che rimanere invischiato in questo calderone di trovate improvvisate e oltremodo instabili. Sylbert Rundine, una sorta di anti-Ant-Man della DC, si perdoni il gioco di parole (non a caso è stato citato nell’episodio lo stesso Ray Palmer), per una volta poteva infatti finalmente mostrare una certa dignità all’interno della puntata, invece finisce col limitarsi ad avere un potere sì figo, ma dalla resa discutibile e soprattutto dall’intelligenza decisamente rivedibile.
Se di Cecile che acquisisce improvvisamente la telepatia, col solo risultato di apparire simpatica all’inizio, ma insopportabile già alla seconda scena (Joe, ti capiamo), si è già parlato, va anche fatto notare che sembra non stare tanto in piedi neanche la motivazione dietro ai suoi nuovi poteri. Ed è un aspetto che si ripercuote anche in “True Colors”, con la nuova capacità di Ralph di poter assumere le sembianze di altre persone (e addirittura cambiare “colore” della propria pelle, in barba a Phil Collins). Se nella “scienza” della serie il nuovo potere può anche trovare una ragione valida, per quanto stiracchiata, assume connotati oltremodo forzati dal punto di vista narrativo. Vista la sua applicazione immediata, per ben due volte, all’interno dell’episodio, Dibny-mutaforma appare infatti come il primo importante deus ex machina di “True Colors”, che demolisce un colpo di scena sulla carta, invece, quantomeno inaspettato.
L’aspetto negativo, allora, di questo “nuovo corso” è proprio come tutto stia diventando sempre più sciatto e buttato lì, per doveri di trama e minutaggio da riempire. Per fortuna si è ancora ben lontani dal fondo toccato dalla “stagione della fuga di gas” (cit. by Community) di Arrow, ossia la quarta, quando a dominare era il ridicolo involontario di ogni svolta narrativa; però rimane il fatto che  il “dramma”, quando è presente, risulta puntualmente smorzato da quanto accade in precedenza.
Se in “Honey, I Shrunk Team Flash” succedeva alla sottotrama di Wells, in “True Colors” è Ralph, vero protagonista “drammatico” della puntata, ad incontrare le stesse sorti. Il suo dilemma interiore, infatti, risulta poco convincente, tanto da portare il “ridicolo involontario” a colpire anche uno dei personaggi che fino ad oggi ne era ancora scampato, ovvero Killer Frost, oggi rinominata “Frosty Oprah”. Vederla fare un discorso serio e motivazionale, con la doppia voce-maligna a rovinare ogni parola, non si può definire propriamente una “scena madre”. E allora la svolta finale che vede finalmente protagonista Dibny, ossia quello di far assolvere Barry dalle accuse di omicidio, come detto, viene del tutto ridimensionato da quanto successo prima (ma alla fine anche dopo: prove del DNA? Una ricostruzione un po’ più accurata degli eventi? Facciamo finire tutto così, come se non fosse successo niente?).
Vittima di questa sciatteria, allora, tutta la storyline in solitaria di Barry, in entrambi gli episodi. In “Honey, I Shrunk Team Flash” presenta spunti potenzialmente interessanti, ma finisce poi col toccare i soliti cliché da prigione sullo schermo (immancabile, guarda caso, la citazione a Le ali della libertà), scontatissimi turning point (il finale si poteva prevedere già appena Big Sir parla della meta che vorrebbe raggiungere, una volta libero), nonché forzate coincidenze (naturalmente, come fatto notare dagli stessi protagonisti, apparizione di Sylbert/reale colpevole del crimini per cui Big Sir è accusato). Sì, perché rispondere ogni volta: “è tutto un piano del mastermind DeVoe” è un escamotage narrativo che potrà pure rivelarsi assolutamente coerente alla fine, ma nell’immediato può cominciare davvero a stancare. Specie quando in “True Colors” si vede lo stesso DeVoe ammettere, alla propria moglie, di non sapere che fare, salvo poi intervenire all’ultimo eliminando in un colpo tutti i problemi di Barry (e della trama). Ed ecco il secondo, cruciale, deus ex machina.
Peccato, perché far ritrovare Barry faccia a faccia con coloro che aveva fatto rinchiudere, per quanto classico cliché da supereroe, non era affatto una cattiva idea. In “True Colors”, poi, non è neanche male l’intuizione di liberarli tutti, momentaneamente, dai poteri, riportandoli uguali e uniti nella cattiva sorte. Peccato davvero, visto che l’intervento di DeVoe avviene palesemente solo ed esclusivamente per sbrogliare la situazione, che vedeva mezzo mondo criminale conoscere l’identità di The Flash (Wolfe compreso). E quindi ancora, la preoccupazione nei confronti delle sorti di Ralph non può toccare lo spettatore più di tanto, visto che al massimo può rendere il personaggio l’ennesima new-entry stagionale che troverà una morte eroica nel finale. Dopotutto: “Uccidere Wolfe non era nei piani”, dice alla fine la moglie di DeVoe; beh, scommettiamo che non lo fosse neanche in quello degli sceneggiatori, fino a una settimana fa?
 
THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Cisco e i Pokemon 
  • Barry che usa la super velocità per vincere a poker 
  • Colpo di scena finale, più che altro è il meno telefonato dell’episodio 
  • Le ironie sui nomi dei villain, scatenati da “Sylbert Rundine” 
  • I poteri di Sylbert 
  • Orange is the new… anything” 
  • Barry e la gita coi meta-criminali 
  • Barry fuori di prigione, perché davvero la sua colpevolezza non aveva alcun senso 
  • Ralph alla riscossa, finalmente lui ha un senso
  • “True Colors” e il gioco di parole con la nuova capacità di Dibny, anche se probabilmente non era voluto 
  • La gestione di Harrison Well, dalla frase-tormentone all’uso del raggio senza prima averlo provato altrove, fino al momento (poco) strappalacrime 
  • La gestione di Sylbert 
  • L’origine a caso dei poteri di Cecile
  • Momento Cecile/Joe: forse era meglio quando la prima tentava di far ridere 
  • La storyline di Barry: prevedibile in ogni suo sviluppo
  • Frosty Oprah” 
  • Barry fuori di prigione, perché probabilmente si tratta dell’ennesima occasione sprecata 
  • deus ex machina: le nuove capacità di Ralph, che spuntano fuori all’occorrenza; l’arrivo di Devoe ad Iron Heights, ovviamente, tutto programmato, vi pare…

 

Da un po’ di tempo a questa parte, The Flash ricorda quasi Boris, quando i dirigenti televisivi impongono la linea comica per Occhi del Cuore. Ormai, insomma, manca solo la chiamata di Martellone. “True Colors” perlomeno riesce a rimettere un po’ di cose a posto, ma sul piano della mera scrittura non basta affatto, è ancora tutto “troppo italiano”(cit.).

 

The Elongated Knight Rises 4×11 2.12 milioni – 0.7 rating
Honey, I Shrunk Team Flash 4×12 2.60 milioni – 0.9 rating
True Colors 4×13 2.28 milioni – 0.8 rating

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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