Arrow 6×14 – Collision CourseTEMPO DI LETTURA 5 min

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Margaret Carter was known to most as the founder of SHIELD, but I just know her as Aunt Peggy. She had a photograph in her office: Aunt Peggy standing next to JFK. As a kid that was pretty cool, but it was a lot to live up to, which is why I never told anyone we were related. I asked her once how she managed to master diplomacy and espionage at a time when no one wanted to see a woman succeed at either. And she said, “Compromise where you can. Where you can’t, don’t. Even if everyone is telling you that something wrong is something right. Even if the whole world is telling you to move, it is your duty to plant yourself like a tree, look them in the eye, and say, ‘No, you move’.

 

Chi avrà riconosciuto questa citazione, a sua volta ripresa dall’indimenticata miniserie a fumetti di Mark Miller, sicuramente potrà trovarla fuori luogo nella recensione di una puntata di Arrow. È indubbio, però, che gli autori della serie abbiano deciso di rispolverare un grande topos dei fumetti, un classico che è arrivato a dominare l’annata cinecomic del 2016, ossia quello degli scontri corali tra gli eroi protagonisti, del “tutti contro tutti”, siano essi targati Warner/DC (Batman VS Superman), o Fox (X-Men: Apocalypse) oppure, come da citazione, Marvel. “Collision Course” è infatti il punto di arrivo di un arco preparato fin dall’inizio della stagione, con la divisione tra il Team Arrow originale e i “nuovi” poi registratasi nel mid-season. Un arco che ha quindi raggiunto il suo apice, il suo punto di rottura, consegnando ad Arrow la sua personale Civil War.
La “rotta di collisione”, come da titolo, sedimentata pezzo dopo pezzo, episodio dopo episodio, si è infatti consumata inevitabilmente nei quaranta minuti di questa puntata, tra brusche invasioni dei quartier generale altrui e ignobili colpi mancini, come quello di Curtis a Diggle, onestamente inaspettati, vista la retorica buonista che ha spesso regnato in questi lidi. E va bene se quello tra Quentin Lance e Dinah per la vita di Black Siren non varrà certo la lotta fratricida tra Captain America e Ironman per quella del Soldato d’Inverno, quello che importa è che gli autori abbiano deciso di mettere in scena scelte piuttosto forti per i loro standard, scelte da “non si torna più indietro” (all’apparenza, ovviamente, sappiamo bene che la riconciliazione sarà auspicabilmente il piatto forte del finale di stagione), scelte che arrivano ad un confronto finale intriso di rancore infinito tra le due parti.
Le lacrime della cagna maledetta di Felicity da un lato, la durezza del cane maledetto di Curtis dall’altro, vogliono essere la più efficace rappresentazione di una rottura ormai insanabile (sempre all’apparenza), perfino più di quella tra Tony Stark e Steve Rogers alla fine del film dei fratelli Russo. Una rottura portata avanti, come detto, con grande pazienza e con non pochi scivoloni, ma che trova qui il proprio potente ed efficace climax.
Quello che infatti fa più gioire guardando l’ultimo “course” di Arrow, praticamente dal mid-season in poi, è proprio il ritrovato gusto per la “trama”, per gli indizi disseminati nel corso della narrazione, per le storyline secondarie lasciate sottotraccia e ritirate fuori al momento giusto. Un gusto che da tempo sembrava del tutto perso nei meandri di svolte narrative buttate a caso, con scialbe ed improvvisate sceneggiature dal carattere fortemente verticale. La visione, di conseguenza, s’impreziosisce a tal punto che si potrebbe addirittura sorvolare, un attimo, sulla fantapolitica spicciola e oltremodo semplicistica, sulle svolte “out of character” di gran parte dei protagonista, finanche alla pessima recitazione del cast tutto (ora, come ricordato nella scorsa recensione, colpevolmente orfano pure di un mostro sacro come Michael Emerson) .
Adesso, perlomeno, tutto sembra avere un suo preciso senso nello sviluppo della narrazione. La stucchevole storia d’amore tra Dinah e Vince ha portato all’odio profondo di lei nei confronti dell’assassina di lui, ovvero Black Siren, e quindi all’accesso scontro con Oliver e Quentin in quest’episodio. Così come l’inspiegabilmente lungo infortunio di Diggle ha portato all’impianto di Curtis, ora utilizzato per una delle azioni più meschine da parte degli ormai ex-amici. Sono solo due degli esempi di come gli autori stiano dimostrando, inaspettatamente, una certa visione d’insieme. E allora ecco che quella che sembrava esser solo una storyline imperdonabilmente trash, virata poi improvvisamente sul creepy più spinto (ossia quella della crociata di Quentin Lance per la salvezza di Black Siren) diventata presto una grottesca versione di  Misery non deve morire, finisce con l’assumere un ruolo chiave all’interno della trama principale, dal recupero dei soldi (poi fallito) al Team Arrow vs ribattezzato TeamNonArrow. Tutti aspetti che sembreranno riduttivi, normali nella nuova Golden Age della serialità televisiva americana, e magari lo sono, ma non se si è fedeli spettatori dei prodotti The CW.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La Civil War by Arrow 
  • Team Arrow e NonArrow che decisamente non si risparmiano 
  • Ritmo comunque sempre alto, senza una sosta
  • La visione d’insieme degli autori
  • Il finale che non lascia spazio per ripensamenti (all’apparenza)
  • La rovina di Quentin Lance, sempre più  creepy
  • La cura dei dettagli degli autori
  • La rabbia, molto credibile, di Juliana Harkavy aka Black Canary

 

Arrow, di colpo, trova con gli ultimi episodi una sua orizzontalità, vedi Black Siren sul finale che sembra credersi Laurel o i poliziotti corrotti da Diaz che progettano nuove azioni ai danni di Oliver (se ce ne fosse bisogno, poi, per un sindaco che ha dilapidato l’intero patrimonio cittadino). La qualità resterà pure quel che è, ma almeno gli sceneggiatori sembrano aver ritrovato la voglia di “scrivere”, meritandosi comunque un sentito “grazie” per l’impegno dimostrato. Visto, bastava applicarsi, no?

 

The Devil’s Greatest Trick 6×13 1.30 milioni – 0.4 rating
Collision Course 6×14 1.11 milioni – 0.4 rating

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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