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Too Old To Die Young 1×10 – Volume Ten: The WorldTEMPO DI LETTURA 4 min

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Fin dalla visione del pilot, è stato subito evidente che l’obiettivo di NIcolas Winding Refn non fosse raccontare una storia sulla criminalità di Los Angeles, bensì sulle modalità attraverso le quali tale storia potesse essere raccontata.
La presentazione dei primi due episodi in anteprima al Festival Di Cannes potevano essere un indizio e, in effetti, si nota come la serie strizza continuamente l’occhio ad un determinato tipo di cinema, nel pieno stile dei film diretti dal regista danese.
L’estremizzazione dell’estetica diventa tale che, puntata dopo puntata, non si può più parlare di forma più importante della sostanza, ma di come la forma, portata ai suoi estremi sotto ogni aspetto, diventi un’unica cosa con la sostanza stessa della serie e cioè la narrazione.
Una narrazione terribilmente lenta, soprattutto in “The Devil” e “The Lovers”, sacrificata sull’altare di un’estetica imperante, caratterizzata da una moltitudine di personaggi, la maggior parte bidimensionali e poco approfonditi, rappresentando sin dall’inizio il più grande problema di questo prodotto seriale, capace di estasiare a livello visivo quanto di far dormire a livello narrativo, come non accadeva a diversi recensori dai tempi di Maniac.
Il minutaggio eccessivo dei diversi episodi, tutti della durata compresa tra i 70 e i 90 minuti (finale escluso), non ha certo giovato a tale situazione critica, per un trama che, visto il poco mordente e la poca originalità dimostrata, poteva essere conclusa tranquillamente in 10 ore rispetto alle 13 a cui gli spettatori hanno assistito.
I diversi sottoboschi criminali che animano Los Angeles non vengono mai approfonditi a pieno, in linea con i personaggi maschili come Martin, Theo, Jesus,Viggo e Damian, poiché l’intento di Refn è quello di raccontare una storia di violenza e redenzione, sangue e significati ultraterreni, senza concentrarsi troppo sui suoi interpreti. Non è un caso allora che i characters più convincenti della storia risultino essere Yaritza e Diana, splendidamente interpretate rispettivamente da Cristina Rodlo e Jena Malone, personaggi a cui questo episodio finale è interamente dedicato.
La prima è la Gran Sacerdotessa della Morte, che compie il proprio destino attraverso stragi sanguinarie e rappresenta l’aspetto iconografico dei cartelli messicani, tanto studiato nell’antropologia odierna. Non è da meno Diana, una sorta di mente veggente il cui obiettivo è ripulire il mondo dai suoi elementi peggiori e, attraverso visioni ed elementi mistici, ha guidato Viggo e Martin in tale impresa. Questo decimo appuntamento, dall’insolita durata di 30 minuti, si chiude con la morte di Jaime, sicario interpretato da Gino Vento e già visto nello stesso ruolo in Mayans, nell’ennesima carneficina di Yaritza, dopo un monologo di Diana sullo stato del mondo e della società che racchiude tutto ciò che è avvenuto nelle puntate precedenti.
“The World” rappresenta al meglio sia gli elementi positivi che negativi dello show di Prime Video: se da una parte ancora una volta spicca l’intero comparto tecnico, con una regia e una fotografia pazzesche, impreziosite da un uso peculiare della luce e dei colori con tonalità ricorrenti che vengono associate ai rispettivi personaggi, rendendo ogni inquadratura perfetta nemmeno fosse un film d’autore, dall’altra è ancora la narrazione a stentare.
Complessivamente, allora, non è una casualità se gli episodi migliori della serie sono stati “The Hermit“, “The Magician” e “The Hanged Man” conditi sì da morti eccellenti, ma soprattutto caratterizzati da una maggior celerità narrativa rispetto alla generale narrazione pachidermica, un elemento che, unito al forte impatto visivo, poteva rendere Too Old To Die Young la serie rivelazione dell’anno, ma purtroppo così non è stato.
Infatti, l’estremizzazione dell’elemento estetico può, a seconda delle interpretazioni, essere giudicato positivamente o meno ma la sua resa complessiva ha eccessivamente penalizzato lo sviluppo della trama orizzontale, vera colonna portante di ogni prodotto seriale, la quale dopo la morte di Martin e Janey si è obiettivamente persa nelle numerose sottrotrame sviluppate in precedenza.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’utilizzo della musica elettronica
  • Un comparto tecnico pazzesco: regia, fotografia, l’uso della luce e i colori, qualitativamente tra le serie migliori dell’anno
  • L’estremizzazione dell’estetica
  • Yaritza, la Sacerdotessa della morte
  • Diana, sensitiva che vuole ripulire il mondo dai criminali
  • Le prove attoriali di Cristina Rodlo e Jena Malone
  • Narrazione terribilmente lenta
  • La narrazione viene sacrificata sull’altare dell’estetismo imperante e non è poco per un prodotto seriale visto che ne rappresenta la linfa vitale
  • Molti personaggi bidimensionali e poco approfonditi, soprattutto quelli maschili
  • L’estremizzazione dell’estetica
  • Trama poco originale e coinvolgente
  • L’eccessivo minutaggio complessivo, 10 ore erano più che sufficienti

 

Esprimere un giudizio sulla nuova serie di casa Amazon risulta essere veramente un’impresa ardua vista l’eccellenza tecnica che la contraddistingue, accompagnata però da un enorme problema a livello narrativo. Prendendo atto che le modalità di fruizione della storia sono più importanti della storia stessa, non si possono comunque ignorare i tanti problemi rivelati nelle diverse puntate, motivo per cui, anche apprezzando l’originalità e il forte sperimentalismo dell’opera di Refn, non si può andare oltre una sufficienza piena.

 

Volume Nine: The Empress 1×09 ND milioni – ND rating
Volume Ten: The World 1×10 ND milioni – ND rating

 

Barbuto e tatuato, si vocifera che fra la movida tipica dello studente fuorisede a Bologna e la sua dipendenza da serie tv, sia riuscito anche a laurearsi in storia. Noto per essere un lostiano intransigente, lo si vede aggirarsi nella serate più disparate, dove stordito dall'alcol pensa di essere tra Kattegat e Winterfell. Animale notturno, non si hanno sue notizie durante il giorno, salvo magicamente riapparire al calar del sole.

5 Comments

  1. Ci vuole un seconda stagione, non si può non chiudere l’arco narrativo di Jesus, si deve scontrare con Yariza, Diana e Vigo. Comunque Martin se doveva morire lo doveva fare nell’ultimo episodio. Alla fine ha di gran lunga più minutaggio di tutti quindi per molti risulta il protagonista.

  2. Per me l’episodio migliore e il quinto. Un film a parte simile ad hardcore(1978) e 8 mm delitto a luci rosse. E l’unico episodio veloce e pieno di azione. Infatti lo ha fatto vedere a Cannes.

  3. Non credo ci sarà una seconda stagione, salvo ripensamenti la serie è stata creata per un unico ciclo narrativo. Lo vedo improbabile uno scontro Yaritza- Jesus in quanto, anche se ci fosse un’altra stagione, lei rappresenta sia la madre biologica che antropologicamente la morte e Jesus ne sarebbe comunque sottomesso.

  4. Ma se Jesun viene a sapere quello che gli fa Yaritza dietro le spalle dite che non la vorrebbe morta? O Yaritza stessa alla prima occasione lo vuole uccidere e magari prendere il suo posto? Se non altro Vigo e Diana devono vendicare Martin. La storia non è proprio finita. Non è un finale aperto alla solo dio perdona.(Sogno? realtà? Julian e morto o è stato perdonato?)

  5. Non credo, Yaritza rappresenta la Sacerdotessa della Morte ed è al di sopra della classica gerarchia di potere all’interno del Cartello. Martin è morto si, ma per Diana credo rappresentasse solo una pedina per i proprio scopi, come Viggo d’altronde. Il finale può avere diverse interpretazioni, ma non vedo spazio per una seconda stagione per come Refn ha impostato la serie.

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