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American Gods 3×05 – Sister RisingTEMPO DI LETTURA 3 min

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American Gods 3x05 recensioneCon “Sister Rising” American Gods taglia il traguardo di metà stagione ed il pubblico, giustamente, comincia a porsi un certo numero di domande a cui, per ora, il buon Charles Hamilton Eglee non ha alcuna intenzione di rispondere. E questo è fondamentalmente il tratto comune di questi primi cinque episodi: imprevedibilità e attendismo. Cosa sta esattamente cercando di creare Eglee? Per ora non si era capita molto bene la direzione intrapresa dal terzo showrunner in tre stagioni della serie, tuttavia proprio nel finale “Sister Rising” ha mostrato una flebile luce.
Da quanto si scrive sembra quasi che questa puntata sia l’ennesima perdita di tempo estremamente curata graficamente (la regia è una cosa encomiabile), ed invece no, perché la visione di questo quinto episodio piace, si rende scorrevole e comincia finalmente a far incrociare le trame. Sottolineando il “comincia”. Rimangono comunque vivi alcuni difetti ma va anche detto che la produzione dello show continua a soffrire perdite importanti a livello di casting e stavolta, viste le accuse a Marilyn Manson, ad abbandonare il set e venire censurato dalle prossime puntate è proprio lui.

Bilquis:The journey to spiritual awakening is better with french fries.

UN FLASHBACK “TECNICO”


Come ormai da classica struttura di American Gods e ancora di più di questa 3° stagione, “Sister Rising” si apre con un flashback inerente una delle tante divinità della serie. La sorpresa però è che questa volta il protagonista è Technical Boy, o una versione molto immatura dell’attuale Technical Boy, alle prese con la presentazione della sua creatura alla World’s Columbian Exposition di Chicago del 1893.
È un flashback molto lungo (dura circa una decina di minuti), il più lungo che si è visto finora ma ha un suo perché che si capisce sia durante la puntata, sia alla fine. Dopo l’incontro con Bilquis, Tec-Boy è in uno stato molto compromesso, uno stato in cui non si è abituati a vederlo, vista la sua costante sfacciataggine ma che, a quanto pare, lo riporta esattamente al fallimento di Chicago 1893. Chiaramente il nuovo Dio della tecnologia non aveva molto seguito, era immaturo, non considerato e privo di carisma, cosa che invece allo stato attuale non si può dire. Il flashback nel passato è quindi utilissimo sia per capire il presente, sia per continuare quel processo di empatizzazione iniziato nella scorsa “The Unseen“. E funziona molto bene, segno che forse si è in presenza anche di un cambio di schieramento per la novella divinità.

OCEAN’S 37 E LE TRAME CHE SI INCROCIANO


Tra i vari pregi della puntata c’è sicuramente la realizzazione della famigerata “Number 37”.
I richiami a Ocean’s Eleven e a tutti i film del genere si sprecano ma questa non è nemmeno una critica, quanto piuttosto una piacevole constatazione per uno dei momenti più divertenti di questa stagione. La chimica tra Cordelia e Shadow c’è, si vede, si respira e ha tutto un suo fascino (anche se sembra prevedibile invece una liaison con Marguerite) e tutto American Gods ne risente positivamente. Motivo per il quale l’arrivo di Laura Moon sembra essere un’ottima scintilla per qualcosa di più grande.
E proprio parlando di quest’ultima, la scelta di coniugare più storyline nella stessa direzione è una scelta che ripaga anche la fiducia accordata alla stagione, oltre che promettere qualcosa di molto succoso nelle prossime puntate.

THUMBS UPTHUMBS DOWN
  • Regia come al solito sopra le righe ed un piacere per gli occhi
  • Rinascita di Bilquis
  • Si comincia finalmente a delineare una sorta di trama
  • Ian McShane sempre e comunque
  • Inquadrature multiple e split screen per la “Number 37”
  • Plot twist finale con Laura e Shadow che si ritrovano
  • Continuano a non essere presenti i New Gods che invece imperversavano nelle scorse stagioni

 

American Gods sembra aver finalmente scaldato il motore ed essere pronto per qualche trama un po’ più complicata. Il tutto ovviamente in attesa del vero scontro tra divinità vecchie e nuove.

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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