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The Last Docuseries – Unsolved MysteriesTEMPO DI LETTURA 5 min

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La punta di diamante di molti palinsesti televisivi sono i prodotti di genere mystery, thriller e horror che si riversano ad ogni ora, tanto che negli ultimi anni sono nati molti canali (sul digitale terrestre c’è Giallo e Top Crime) dedicati solo a questo tipo di serie tv e film. Ma c’è un’altra tipologia di format che tiene incollati gli spettatori, soprattutto quelli appassionati di fatti di cronaca realmente accaduti invece dei classici sceneggiati: i documentari, le cui docuseries sono la logica conseguenza che si è creata da quando gli spettatori hanno iniziato a scoprire il magico mondo seriale.
Tra queste in America, dagli anni ’80, ha riscosso molto successo Unsolved Mysteries che, come si può chiaramente presumere, era incentrata su eventi di cronaca avvolti dal mistero. Dalla nascita delle piattaforme streaming, questo format si è ritagliato una sezione in pianta stabile e Netflix in questo è al primo posto. Da quando la piattaforma è arrivata in Italia, la sezione docuseries dedicata ai serial killer già era prolifica e con il tempo si è andata ad ampliare includendo anche storie caratterizzate da un taglio diverso.
Unsolved Mysteries è la docuseries che i fruitori stavano aspettando: sei puntate da più o meno un’ora ciascuna che ripercorrono dei casi di sparizione e di omicidio ancora irrisolti. Ad alimentare l’hype sono bastate poche informazioni: i creatori sono gli stessi della serie originale e, ciliegina sulla torta, i produttori sono gli stessi di Stranger Things.

IL FORMAT


Il format non differisce molto dalla serie originale se non per l’assenza dei conduttori e la riduzione al minimo di attori che ricreano le vicende. L’intenzione è chiara: si vuole avvicinare il più possibile lo spettatore alle storie eliminando qualsiasi fattore che possa dare l’impressione di uno sceneggiato. L’elemento emozionale ed umano sono alla base di questa nuova serie di Netflix. Ogni puntata si prende il suo tempo non solo per arrivare al nocciolo della questione, ma anche per raccontare della sparizione.
I primi minuti sono dedicati unicamente alla vittima, al suo carattere, a come si relazionava con gli altri, quali fossero i suoi interessi ed una panoramica sulla sua vita: tutti elementi che tornano più volte durante l’arco della puntata. Per far questo, non volendo utilizzare un narratore esterno, gli avvenimenti sono completamente affidati a delle interviste fatte agli amici della vittima, alla sua famiglia e, in forma minore, a chi si è occupato del caso come poliziotti, detective e giornalisti. Questo modo di narrare la vicenda crea un avvicinamento bilaterale: permette di conoscere la vittima prima che diventi tale e di creare un legame d’empatia con i suoi affetti.
Se questa peculiarità è apprezzabile soprattutto nel modo di comunicare odierno di alcuni delitti dove la vittima passa in secondo piano mentre l’assassino o la vicenda ricoprono tutta l’attenzione, in questo caso il tempo dedicato alle interviste di taglio personale risultano ricoprire troppo dei quarantacinque minuti standard della puntata, distogliendo paradossalmente l’attenzione dall’omicidio.

IL PUNTO DI VISTA DEL NARRATORE INVISIBILE


La narrazione è costruita come un puzzle dove gli elementi si vanno ad incastrare poco alla volta tra loro dando, alla fine, una panoramica completa non soltanto dei fatti, ma anche di quello che potrebbe essere realmente accaduto e dei sospettati. Sebbene non ci siano i commenti esterni di esperti o di conduttori, la docuserie si schiera apertamente puntando il riflettore su delle dichiarazioni incongruenti tra di loro.
Nel secondo episodio, “13 Minutes”, le dichiarazioni di Rob sono completamente differenti rispetto a quelle rilasciate dal figlio di Patrice, Pistol, e delle clienti abituali della donna. Mentre Rob afferma che il loro matrimonio fosse perfetto, che non avessero mai litigi e che l’unico attrito tra di loro fosse Pistol; le altre interviste svelano che Patrice volesse divorziare a causa dei continui litigi con il marito scaturiti dalla gelosia e possessività che Rob aveva nei suoi confronti, anche verso il rapporto tra Patrice e Pistol.
Un altro episodio che dichiara una forte presa di posizione è “House of Terror”, l’unico tra i casi analizzati che non avviene in America, ma in Francia. Qui le sparizioni sono addirittura sei: cinque brutalmente assassinate mentre il padre di famiglia è scomparso. La teoria più gettonata durante la ricerca dell’uomo era che avesse intenzione di suicidarsi, ma che prima di farlo avesse ripercorso le tappe importanti della sua vita lungo il sud della Francia; mentre la serie si schiera con la seconda ipotesi avanzata dalla polizia ossia che volesse far credere di volersi togliere la vita, ma che in realtà sia scappato.

CI SONO GLI UFO, MA NON È UNA PUNTATA DI X FILES


Cinque dei sei episodi raccontano un fatto di cronaca nera mentre il penultimo, “Berkshires UFO”, è l’unico a trattare un fatto paranormale. Nella serie originale, questa tipologia di episodi era comune, ma nel reboot da sole sei puntate questo cambio di rotta appare fuori posto. La puntata si concentra su un’apparizione di UFO in una contea americana, Berkshire per l’appunto, nel 1969. Tutte le altre puntate, invece, si focalizzano su degli avvenimenti accaduti da inizi anni 2000 in poi.
Tra le dichiarazioni di alcuni testimoni oculari, spicca il racconto di Tom che afferma di essere stato rapito dagli alieni quella sera e alcune delle sue dichiarazioni sono condite da delle pantomime del rapimento. Se la tecnica narrativa cerca un collegamento diretto con lo spettatore per creare delle emozioni forti, quali la tristezza e la rabbia per i familiari delle vittime che non hanno ancora ricevuto giustizia, qui c’è un forte distaccamento e alcune delle interviste – come appunto quelle di Tom – hanno un aspetto parodico. Insomma: qualcosa che si poteva evitare.

… THEM ALL!


Mystery On The Rooftop 1×01
13 Minutes 1×02
House Of Terror 1×03
No Ride Home 1×04
Berkshires UFO 1×05
Missing Witness 1×06

 

Unsolved Mysteries riesce a tenere alta la tensione e racconta gli avvenimenti in maniera chiara, sebbene decida di non seguire un tempo lineare per collocare gli avvenimenti. Una serie che risponde alle esigenze sia per lo spettatore che si avvicina per la prima volta ad un prodotto di questo tipo sia per gli appassionati di thriller e di casi irrisolti.

Diana Durante

Ha studiato cinema alla Sapienza. Innamorata dell'horror e della fantascienza, la rende felice un buon adattamento di un libro di Stephen King o un film sui viaggi nel tempo. Non parlatele del politically correct se non volete iniziare un litigio infinito. Crede fermamente che Fox Mulder sia il suo spirito guida.

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