
American Hostage trasforma il caso Kiritsis in una riflessione sul potere di chi racconta una storia e sul momento in cui il cronista ne diventa parte.
Gli anni Venti del XXI secolo sembrano aver riportato Tony Kiritsis al centro dell’attenzione dell’industria dell’intrattenimento statunitense. Nato nel 1932 a Indianapolis da una famiglia di immigrati greci, Anthony George Kiritsis salì agli onori delle cronache l’8 febbraio 1977, quando rapì Richard “Dick” Hall, dirigente della Meridian Mortgage Company, dando inizio a uno dei casi di sequestro più surreali della storia americana.
Molti spettatori avranno visto, o quantomeno sentito parlare, di Dead Man’s Wire, il film di Gus Van Sant presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025 che ha portato la vicenda sul grande schermo. Prima ancora, però, il caso era già tornato sotto i riflettori grazie al podcast scripted American Hostage del 2022, interpretato da Jon Hamm, Joseph Perrino e Carla Gugino e arrivato fino alla settima posizione della classifica statunitense di Apple Podcasts.
Quattro anni dopo, American Hostage è diventata una serie antologica MGM+ di otto episodi. I primi due, “My Town Indy” e “McMahon, Martinis & Madness”, chiariscono subito la principale differenza rispetto a Dead Man’s Wire: il punto di vista. Pur disponendo di un minutaggio considerevole, Tony Kiritsis, interpretato da Giovanni Ribisi, non è infatti il vero protagonista. Questo ruolo spetta a Fred Heckman, interpretato da Jon Hamm, direttore delle news e giornalista radiofonico di WIBC che durante il sequestro diventa uno dei principali interlocutori di Kiritsis.
Ed è proprio da questa prospettiva che American Hostage trova la propria identità: non raccontare soltanto un rapimento, ma raccontare cosa succede quando chi dovrebbe limitarsi a descrivere una storia finisce per diventarne parte.
L’INTERVISTA PIÙ IMPORTANTE DELLA CARRIERA
La trasposizione televisiva del podcast è stata sviluppata da Shawn Ryan ed Eileen Myers, co-creatori e co-showrunner della serie. Ryan è una firma che Recenserie conosce molto bene grazie a The Shield e al più recente The Night Agent. Il pilot è scritto proprio da Ryan e Myers, mentre la regia dei primi due episodi è affidata ad Adam Arkin, volto e regista dalla lunga esperienza televisiva.
Come anticipato, il protagonista è Fred Heckman, rispettato giornalista e news director di WIBC a Indianapolis. Da tempo in cerca di nuovi stimoli e in trattativa con CBS per un possibile trasferimento a New York, Heckman viene contattato direttamente da Kiritsis, che lo sceglie come mezzo attraverso il quale raccontare all’America la propria versione dei fatti e le ragioni che lo hanno spinto al rapimento.
Il casting di Jon Hamm rende ancora più interessante questa prospettiva. L’attore, già indissolubilmente legato a Mad Men e recentemente protagonista di Your Friends & Neighbors, deve interpretare un uomo la cui autorevolezza deriva precisamente dalla capacità di mantenere il controllo della propria voce e della narrazione.
Sin da subito, quindi, il focus della storia non è il rapimento in sé, bensì il complicato intreccio tra un fatto di cronaca, l’uomo che lo compie, il giornalista che lo racconta e tutti gli altri soggetti che cercano di stabilire quale debba essere il framing pubblico dell’intera vicenda.
QUANDO IL CRONISTA DIVENTA PARTE DELLA STORIA
È proprio questa la realizzazione che colpisce Fred verso la conclusione del secondo episodio. Kiritsis ha scelto Heckman fin dall’inizio come voce ufficiale della propria storia. Il giornalista, quindi, smette progressivamente di essere soltanto il mezzo attraverso cui gli eventi vengono raccontati e diventa parte integrante degli eventi stessi.
Il concetto non è soltanto narrativo. Durante le reali 63 ore del sequestro, Heckman diventò effettivamente uno dei principali punti di contatto di Kiritsis, ricevendo telefonate che venivano poi trasmesse da WIBC. La serie utilizza questa dinamica storica per interrogarsi su qualcosa di molto più ampio: dove finisce il dovere di raccontare e dove comincia la responsabilità per ciò che il racconto stesso provoca?
Questo confine fa sì che l’interesse degli altri media non riguardi più soltanto il rapitore, ma anche l’uomo che per primo gli ha fornito un microfono. Heckman è rappresentato come un giornalista vecchio stile, più interessato ad analizzare una storia da ogni prospettiva e condividerla con il pubblico che a soddisfare le richieste degli inserzionisti, della polizia o della politica.
Man mano che la crisi proseguirà, tuttavia, diventerà sempre più difficile separare quelle due identità. Fred Heckman riuscirà a mantenere la propria reputazione di “most trusted voice in the news” mentre è contemporaneamente reporter, confidente e, di fatto, parte della negoziazione?
Da questo punto di vista, il destino di Heckman diventa legato a doppio filo a quello di Kiritsis. Come gli ricorda il suo braccio destro Ben Hairston, interpretato da William Jackson Harper, se Tony dovesse uccidere Dick Hall in diretta quella non diventerebbe soltanto l’eredità del rapitore. Diventerebbe inevitabilmente anche parte dell’eredità professionale di Fred.
NON SOLO IL RAPIMENTO
“Fred, we absolutely cannot put this man on the air. You heard the mouth on him. The FCC fines alone, you know how much they fucking charge for a ‘fuck’? $300. $300! Per ‘fuck’!”
Senza voler fornire spoiler indesiderati, è possibile anticipare un dato storico fondamentale: il sequestro durò circa 63 ore. Considerando che la prima stagione di American Hostage è composta da otto episodi, la vera domanda dopo la doppia premiere riguarda quindi il modo in cui Ryan e Myers intendono gestire il tempo e, soprattutto, tutto ciò che esiste attorno al sequestro.
Al netto di Heckman e Kiritsis, “My Town Indy” e “McMahon, Martinis & Madness” introducono infatti diverse storyline che richiedono ulteriore approfondimento. La prima riguarda il lavoro della redazione di WIBC, partendo da Ben Hairston e passando per il management della stazione, preoccupato dall’idea di perdere inserzionisti a causa del linguaggio di Kiritsis e del contenuto delle sue dichiarazioni.
Un altro fronte riguarda il background del rapitore e dell’ostaggio. Kiritsis ha già raccontato parecchio della famiglia Hall, seppure attraverso una prospettiva necessariamente personale e tutt’altro che imparziale, mentre su di lui la serie ha per ora fornito molte meno informazioni, fatta eccezione per l’introduzione della sorella Effie.
Infine c’è Heckman stesso. Il giornalista dovrà prima o poi prendere una decisione sul proprio futuro, ora inevitabilmente interrelato alla crisi. Lo scatto d’ira sul finire della seconda puntata apre infatti una prima crepa nella maschera da reporter austero ed equilibrato che Fred ha costruito negli anni.
È qui che American Hostage trova, almeno dopo i primi due episodi, il proprio elemento più promettente. Il vero interrogativo non è soltanto come finirà il rapimento — informazione che la Storia ha già consegnato al pubblico — ma cosa significhi raccontare in diretta un crimine mentre quel racconto continua a modificarne lo svolgimento.
Ed è proprio per questo che l’aspetto più interessante di American Hostage è il fatto che non sia semplicemente la storia di un rapimento.
THUMBS UP 👍
- Un cast di alto livello guidato da Jon Hamm e Giovanni Ribisi
- Il focus della narrazione non è semplicemente il rapimento, ma il ruolo dei media nel raccontarlo
- Il conflitto di Fred Heckman tra dovere giornalistico, polizia, inserzionisti e rapporto con Kiritsis
- Le numerose storyline di contorno permettono di ampliare un evento storico durato soltanto 63 ore
THUMBS DOWN 👎
- Il ritmo del secondo episodio risulta particolarmente compassato
- Non tutte le interpretazioni raggiungono ancora il livello atteso da un cast di questo calibro







