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American Crime Story: Impeachment 3×03 – Not To Be BelievedTEMPO DI LETTURA 3 min

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Arrivati al terzo episodio, la trama inizia a piazzare i suoi primi colpi di scena e i personaggi cominciano a mostrare i loro lati peggiori, senza remore.

LA VENDETTA DI LINDA TRIPP


Come si sottolineava nella scorsa recensione, la vera protagonista della stagione è Linda Tripp, una persona “a cui non si può credere“, come indicato dal titolo dell’episodio che rimanda ad un articolo pubblicato all’epoca, quando cominciava ad uscire fuori sui giornali il nuovo flirt del presidente Clinton.
Dopo l’ennesimo lavoro inutile (il giro turistico di Washington, poi annullato, per il noto attore Gerald McRaney, interprete dalla famosa serie anni ’90 Major Dad, Agli Ordini, Papà in Italia) al Pentagono, Linda continua a muovere le sue pedine e a sferrare le prime bordate contro la Casa Bianca. Il suo personaggio risulta sempre meno empatico, soprattutto quando, nel confronto con la sua ex collega Kathleen Willey, dimostra la sua spregiudicatezza nel cambiare la realtà dei fatti per suo tornaconto. La Willey, meno ingenua di quello che poteva sembrare nel primo episodio, riesce a delineare un quadro chiaro e definitivo sulla personalità di Linda Tripp: una donna che brama per essere al centro dell’attenzione e del potere, senza avere pietà per nessuno.

NON È SOLO L’ENNESIMA SCAPPATELLA


Attualmente, è sempre più facile avere a che fare con teorie cospirazioniste più o meno complesse, alcune delle quali legati anche ai Clinton. Essendo i fatti ambientati negli anni ’90, cioè in un periodo ancora relativamente poco legato alla diffusione delle notizie su internet e, soprattutto, al loro impatto devastante sul sentiment collettivo, risulta interessante vedere (e analizzare) come uno scandalo sessuale sia stato trasformato in uno più grave (cioè politico), diventando quindi l’emblema e il prodromo di quanto accadrà regolarmente per questo tipo di scandali più di venti anni dopo.
Nell’episodio compare forse uno dei primi esempi di pseudogiornalista che, improvvisato nella formazione ma abbastanza furbo da cogliere l’impatto del gossip più triviale sulla politica “seria”, incarna in maniera emblematica il processo di svilimento di questa professione. Già in precedenza il giornalismo aveva mostrato i suoi lati oscuri ma aveva ancora qualche argine dettato dalla competenza minima ricevuta durante una necessaria gavetta (senza contare l’etica professionale e la verifica dei fatti). Oggi chiunque può avere rilevanza mediatica se la “sua” notizia risulta più appetitosa delle altre.

MONICA E BILL


Oltre al piano strettamente politico, da questo episodio si cominciano a vedere i primi scricchiolii nel legame tra Bill e Monica, iniziando un lento processo di consapevolezza della seconda insieme alla perdita dell’ingenuità, almeno nei riguardi del presidente.
L’abuso di potere, base di partenza di quello che sarà in futuro il Me Too, esplode qui nella sua potenza deflagrante. Al di là del giudizio personale sui singoli personaggi coinvolti, è evidente come Bill Clinton dimentichi troppo spesso le conseguenze dell’impatto delle sue azioni, dove i sentimenti e le esigenze della sue controparti perdano importanza a seconda dell’agenda politica contingente. Almeno fino a questo punto, si sceglie di mostrare un reale e sincero sentimento di attrazione/infatuazione tra i due amanti e Bill appare anche vittima delle macchinazioni politiche più che delle sue “esigenze” relazionali. A sua volta, Monica risulta vittima della vittima di un sistema arrivista e calcolatore.
In sostanza, emerge come antagonista principale il personaggio di Linda, con Clinton ancora superficialmente “giustificabile”. Va segnalato che, grazie alla recitazione di Beanie Feldstein (soprattutto con un uso sapiente degli sguardi, modulati a seconda delle situazioni in cui si trova), viene restituito un ritratto di Monica ancora più stratificato e complesso, facendo crescere l’interesse per lo sviluppo nei prossimi episodi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il personaggio di Monica diventa sempre più interessante anche grazie alla recitazione della Feldstein
  • Si percepisce ancora un po’ di confusione nell’utilizzo e nelle motivazioni di alcuni personaggi secondari

 

La visione di American Crime Story continua ad essere piacevole e interessante, mantenendo un livello medio molto alto e di qualità. Non si può che suggerire la visione a chi ama vicende appassionanti basate sulla storia recente con grande impatto mediatico.

Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive assecondando le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un illusione, infatti sogna di produrne qualcuna, magari su qualche tv via cavo. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley. Intanto non si nega qualche guilty pleasure per non essere troppo snob

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