Il Processo ai Chicago 7 recensione
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Il Processo Ai Chicago 7

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Il secondo film da regista di Aaron Sorkin è basato sul processo realmente avvenuto nel 1969, in cui sette persone sono state accusate dal Governo Federale degli Stati Uniti di aver causato rivolte di massa durante la Convention dei Democratici, tenutasi a Chicago l’anno precedente.
Nel corso del convegno, infatti, diverse manifestazioni contro la guerra in Vietnam si erano trasformate in brutali scontri con la polizia, mentre Chicago veniva messa a ferro e fuoco dalla protesta.
Le indagini portano all’identificazione di sette manifestanti, poi rinominati dall’opinione pubblica “Chicago 7”: Abbie Hoffman, Jerry Rubin, John Froines, Tom Hayden, Lee Weiner, David Dellinger e Bobby Seale. Tutti processati, insieme, per cospirazione. 

 

Distribuito nella sale, in uscita limitata, il 30 settembre e in arrivo su Netflix il 16 ottobre, Il Processo Ai Chicago 7 è il secondo film da regista di Aaron Sorkin, uno degli sceneggiatori (premio Oscar) più influenti, riconoscibili e celebrati di Hollywood. Tanti sono infatti i titoli, che portano la sua firma, a godere di una rilevanza artistica non indifferente, capaci di raccontare con brillantezza e disarmante profondità gli Stati Uniti, attraverso le sue figure più iconiche sul grande schermo (The Social Network, L’arte Di Vincere, Steve Jobs, Molly’s Game, tutti grandi e per nulla banali biopic), mirando a quei pilastri su cui si regge (traballante) l’intero paese sul piccolo schermo, dalla Casa Bianca ai mass media (The West Wing, The Newsroom). Un film per Netflix, simbolo ormai internazionale di quel “terzo” schermo che occupa le case di tutto il mondo, sembra allora il giusto e ibrido terreno per unire tutti i suoi punti di forza in una sola opera, destinata a rappresentare il punto d’arrivo, o almeno tra i più alti, di una luminosa carriera.
Il Processo Ai Chicago 7 si potrebbe infatti collocare come ultimo capitolo della trilogia “processuale” di Sorkin (in cui Codice d’Onore, del ’92, funge da prologo/manifesto programmatico), che vede l’aula del tribunale al centro alle vite dei protagonisti, il tutto in un avvicinamento progressivo che trova qui il suo fatidico culmine. In The Social Network non ci si arriva mai, anzi la si evita appositamente, nel suo svolgersi interamente in quelle fasi preliminari protette dalla discrezione, dal possibile giudizio di giurati indisposti dall’antipatia di Zuckenberg (come gli suggerisce la giovane tirocinante), proprio da parte di colui che è stato tra i principali fautori della condivisione sul web, con la privacy personale a giocare il ruolo più sensibile. In Molly’s Game l’aula è l’ambientazione dell’atto finale, in cui Molly, giudicata già colpevole dall’opinione pubblica, vede riconosciuta la propria innocenza, dopo averla già faticosamente provata al suo avvocato difensore, Idris Elba, per tutto il resto del film. Ne Il Processo Ai Chicago 7 allora, come suggerisce il titolo, l’aula è l’ambientazione cardine della pellicola in cui si consuma l’intera vicenda e dove ad essere sotto processo sono gli Stati Uniti d’America.
Lo schema narrativo può sembrare sempre lo stesso, con le dinamiche giudiziarie come “pretesto” per ripercorrere i fatti di cronaca e le vite dei protagonisti, eppure la differenza, sostanziale, è che il tribunale presieduto dal cattivissimo (e odiosissimo) Frank Langella è stavolta il luogo della vera azione. Se l’antefatto, le manifestazioni e i susseguenti tumulti di Chicago, mostrano la forma di repressione “fisica” del dissenso, attraverso la brutalità delle forze dell’ordine, è l’azione legale a rappresentare il pericolo più terribile per i protagonisti, in grado com’è di rovinare le loro vite per sempre, il modo silenzioso e ben più spietato delle alte sfere di screditare all’occhio della massa le loro idee e metterle così a tacere una volta per tutte.

Richard Schultz: I’m concerned you have to think about it.
Abbie Hoffman: Give you me a moment, would you, friend? I’ve never been on trial for my thoughts before.

A differenza dei precedenti cinematografici sopra menzionati, coerentemente quindi alla pluralità di voci che una tale storia e ambientazione richiedono, ne Il Processo Ai Chicago 7 domina una (straordinaria) coralità.
Nel corso dei diversi impedimenti che hanno interessato la realizzazione del film dal 2008, cioè da quando Steven Spielberg commissionò a Sorkin la stesura di una sceneggiatura sulla storia dei Chicago Seven, l’autore ha anche accarezzato l’idea, ad un certo punto, di farne una pièce teatrale. E si vede. L’aula respira e vive dei suoi protagonisti e, di conseguenza, dei suoi interpreti, talmente bravi, nella loro assoluta totalità, da reggere e anzi elevare la messa in scena a vette altissime. “La parola” passa dai “giurati” ai processati, a chi li difende e a chi invece li accusa, ed ognuno, nel prenderne il testimone, regala momenti di una magistralità sconvolgente, a prescindere dal minutaggio che gli viene riservato. Dove autentici mostri sacri come Frank Langella e Mark Rylance danno vita ad un dualismo viscerale, di caratteri ed ideologie, tanto opposto quanto archetipico. Dove Sacha Baron Cohen e Joseph Gordon-Levitt confermano la propria infinita versatilità, immergendosi completamente in qualsiasi contesto e soprattutto genere gli viene proposto. In cui Jeremy Strong e Yayha Abdul-Matteen II perseguono la fortunata scia dei rispettivi e meritati successi televisivi (Succession per il primo, Watchmen per il secondo). In cui perfino Eddie Redmayne, spesso bersaglio di diverse critiche per via di una classicità fin troppo indolente, trova qui un ruolo praticamente perfetto, quasi cucitogli su misura, proprio nell’irritante “perfezione” del suo Hayden e che invece finisce con l’avere il percorso più interessante, complesso e coinvolgente di tutti. Fino ai dieci immensi minuti di Michael Keaton in cui, in linea con il carisma del character che viene chiamato a interpretare, giganteggia letteralmente sulla scena, per intensità e partecipazione.
In questo incredibile sfoggio di talento artistico, va sicuramente riconosciuta la bravura di Sorkin che, dopo avergli dato parola per anni, spesso esaltandoli, si ritrova “solo” per la seconda volta a dirigerli direttamente, dimostrando tutta la bontà della scelta di compiere il sempre complicato “salto” dietro la macchina da presa. La consapevolezza dei mezzi tecnici da parte dell’autore trova poi conferma in tutti gli altri elementi dell’opera, con quel montaggio serrato che torna a seguire lo stile altrettanto rapido e avvincente della sua scrittura, proprio come hanno saputo fare superbamente grandi quanto intelligenti autori come David Fincher e Danny Boyle, proprio come ha già imparato a ripetere Sorkin stesso in Molly’s Game. Ma anche qui l’aula torna a giocare un ruolo fondamentale e, al tempo stesso, di cruciale differenza con i casi precedenti. Perché lo scontro verbale tra Langella e gli accusati è anche fatto di silenzi, di pause, soprattutto imposte dall’integerrimo giudice, e sono assordanti quanto e forse più delle parole, in una metafora neanche troppo velata alla censura che il governo vorrebbe attuare nei loro confronti.
Silenzi messi in netta contrapposizione alle urla che risuonano nelle manifestazioni, ai luminosi colori che risaltano una passione ardente, che sfocia nei violenti (quanto notevolmente imponenti) scontri per le strade di Chicago, dove la forza di una massa trova il suo acceso vigore, il quale ora si ritrova tragicamente spento dall’oscura e angusta fotografia del tribunale. Ed il processo giuridico è ancora terreno fertile per la manipolazione della verità da parte dell’accusa, attraverso quella tecnologia, in particolare modo il sonoro, che sono proprio gli strumenti del cinema e di cui Sorkin sembra allora volersi quasi riappropriare per ribaltare le rimostranze governative.
Perché proprio come l’Hoffman di Cohen continua per tutto il film a sostenere, cioè che il loro è un “processo politico”, mentre l’avvocato Rylance gli puntualizza strenuamente che giuridicamente tale definizione non esiste, così Il Processo Ai Chicago 7 è un film chiaramente politico, in un’epoca in cui si vuole professare per chissà quale ragione la sua distinzione da qualsiasi forma d’arte (e la sua presunta imparzialità, per forza di cose mai possibile). Da quel “il mondo ci guarda che la folla urla davanti al tribunale, invece, Sorkin non si nasconde, anzi ne va fiero, sposando la retorica che permea i caratteri e le parole dei suoi protagonisti, rendendola inoltre perfettamente coerente alla realtà, perché, in fondo, sono loro stessi ad esserlo per indole personale e storica. Nel suo umanizzare l’aura leggendaria di figure come Hoffman, Hayden o ancora il movimento dei Black Panther, esponenti di un periodo di fervente attività culturale e, appunto, politica (fino a “scomodare” citazioni celebri come quella sopra riportata, messa in scena in maniera sorprendente e meravigliosamente anti-climatica), Sorkin riesce comunque a restituire con potente efficacia la forza comunicativa e ispiratrice di questi leader. Nel rappresentare la profonde diversità tra loro, ideologiche, comportamentali e di appartenenza culturale quanto etnica, quelle frazioni interne che ancora oggi caratterizzano l’ala progressista (con uno scambio tra Hoffman e Hayden, a tal proposito, davvero totale, visto in chiave futura), finisce col risaltarne all’inverosimile i tratti invece comuni, chiarendo quanto sia importante preservarne la memoria e quindi il ruolo capitale che la settima arte può giocare in questo senso.
Dopotutto è stato proprio il risultato delle elezioni del 2016 (oltre che il successo al botteghino di Molly’s Game) a portare Spielberg e Sorkin a riesumare il progetto, nonché a programmarne l’uscita proprio adesso, ad un passo dalle nuove elezioni, in un’America recentemente sconvolta dal Black Lives Matter e dalle altrettante violente proteste (e per questo al centro di simili controversie, in una ciclicità impressionante) nei confronti della brutalità delle forze di polizia (dove, nel film, tutta la vicenda legata a Barry Seals può essere in grado di racchiudere tutto). Perché quindi è l’ora, proprio tramite Netflix e ai monitor di tutto il globo, che “il mondo guardi. Il cinema come arte d’estrema urgenza, come “testimone” privilegiato della Storia, per ricordare il valore sociale delle forme di dissenso, lì dove si vuole screditarlo o quantomeno minimizzarlo.
Per citare ancora Abbie Hoffman, stavolta però direttamente da uno dei suoi scritti (Anti-Disciplinary Protest):

Eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione!


Sorkin firma la sua ennesima perla, all’interno di una filmografia che trova ne Il Processo Dei Chicago 7 il suo vertice più personale e sentito. Dopo l’ottimo esordio di Molly’s Game conferma di essere, oltre che un grandissimo sceneggiatore, anche un mirabile regista, capace di dirigere un cast non solo stellare, ma soprattutto formidabile e mostruoso, con una aderenza e sensibilità unica per la storia e per i personaggi che ognuno di loro è stato chiamato a interpretare. Retorico? All’inverosimile, ma di una raffinatezza incredibile.

 

TITOLO ORIGINALE: The Trial Of The Chicago 7
REGIA: Aaron Sorkin 
SCENEGGIATURA: Aaron Sorkin 
INTERPRETI: Sacha Baron Cohen, Yayha Abdul-Mateen II, Joseph Gordon-Levitt, Eddie Redmayne, Jeremy Strong, Frank Langella, Michael Keaton
DISTRIBUZIONE: Netflix
DURATA: 129′
ORIGINE: USA, 2020
DATA DI USCITA (USA): 30/09/2020

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1 Comment

  1. Allen Ginsberg partecipò al processo come testimone. Ne parla nel libro Testimonianza a Chicago.

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