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Ratched 1×05 – The DanceTEMPO DI LETTURA 3 min

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E’ inutile girarci intorno, visto che dopo cinque episodi appare ormai evidente come Ratched abbia deluso le aspettative, per uno show ampiamente pubblicizzato da Netflix e molto atteso, ma che per ora si sta rivelando una grande occasione sprecata.
Gli elementi per fare bene vi erano tutti, con un cast stellare, un comparto tecnico degno di nota e la mente di Ryan Murphy, ampiamente foraggiata da mamma Netflix, a dirigere il progetto, con il romanzo di successo di Ken Kesey sullo sfondo e da cui prendere spunto.
Purtroppo però la serie è un vero disastro con gli sceneggiatori che si sono dimenticati di scrivere la trama, per personaggi senza capo né coda, poco approfonditi e dallo scarso appeal, con un quinto episodio che si può riassumere, con l’aiuto di Boris, in poche parole: “organizziamo un ballo in un istituto psichiatrico, così de botto, senza senso”.
Infatti, nonostante le eccelse prove attoriali di Sharon Stone e Sarah Paulson, senza dimenticare un’ottima Cynthia Nixon, la durata biblica dell’episodio appesantisce oltremodo la visione allo spettatore, visto che il lungo minutaggio non è accompagnato da una storia all’altezza: la sottotrama riguardante Dolly ed Edmund sfiora più volte il ridicolo, con un interessante finale di puntata che apre diverse soluzioni narrative ma che da solo non basta a salvare questo quinto appuntamento.
Da segnalare l’egregia performance recitativa di Sophie Okonedo, la quale sorprende tutti nei panni di Charlotte, che fino ad ora rappresenta l’unico caso medico in grado di suscitare un minimo di interesse, mentre tutti gli altri casi clinici risultano alquanto banali e scontati, fattore non da poco visto l’ambientazione dello show.
Certo la splendida fotografia e l’uso peculiare dei colori si confermano il punto di forza della serie, per un comparto tecnico sicuramente di livello, ma la sensazione è che la mediocrità con cui è stata scritta e sviluppata la trama non possa essere bilanciata da nient’altro, soprattutto se a non convincere non è solo la trama orizzontale, ma i personaggi stessi, a partire dall’ambigua natura di Mildred, sino ai personaggi secondari, appena abbozzati e di scarsa utilità tra le altre cose.
Le tematiche da affrontare sarebbero innumerevoli, visto l’ambientazione della storia, ma la trama si perde in estenuanti giochi di potere, dialoghi discutibili e una spolverata di politicamente corretto qua e là, con la tematica della discriminazione subita dalle donne omosessuali, che sempre citando Boris, sembra inserita a cazzo di cane, tanto per strizzare l’occhio a una ben precisa fetta di pubblico.
Il risultato finale è una storia senza una direzione precisa, che si regge solo grazie alla validità delle performance attoriali, ma che non si capisce né dove voglia arrivare, né quale messaggio o storia voglia precisamente raccontare.
Insomma Ratched non sarà la serie peggiore dell’anno, ma di sicuro il disastro è veramente dietro l’angolo, salvo repentine riprese nel finale di stagione.

 

THUMBS UPTHUMBS DOWN
  • Il comparto tecnico
  • Un cast stellare ulteriormente impreziosito dall’egregia performance di Sophie Okonedo
  • Interessante il finale di puntata che apre a diverse soluzioni narrative
  • La durata biblica dell’episodio, 60 minuti infiniti
  • Dolly ed Edmund ai limiti del ridicolo
  • Organizziamo un ballo in un istituto psichiatrico, così de botto, senza senso
  • I casi medici trattati sono scontati e poco interessanti
  • Gli sceneggiatori si sono dimenticati di scrivere la trama
  • I personaggi risultano superficiali e di scarso interesse

 

Ennesima puntata disastrosa per la nuova serie di casa Netflix che si conferma una delle grandi delusioni seriali di questo 2020. Tanti gli elementi negativi a scapito di pochi positivi, che fanno temere il peggio per la riuscita di questa prima stagione. Certo la speranza sarà anche l’ultima a morire, ma per risollevare le sorti dello show servirebbe un vero e proprio miracolo. Nel frattempo la valutazione non può che essere ampiamente insufficiente.

 

 

Cinefilo disperato e divoratore di serie tv, venera due antiche divinità: Sergio Leone e Gian Maria Volontè.
Lostiano intransigente, zerocalcariano, il suo spirito guida è un mix tra Alessandro Barbero e Franco Battiato.

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