recensione Opus
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OPUS – Venera La Tua Stella

Ariel è una giovane redattrice di un importante rivista musicale. Continuamente snobbata e mobbizzata dal suo direttore, la sua grande occasione di riscatto avviene quando viene scelta, insieme ad un gruppo stra-selezionato di opinionisti ed influencer, per l'anteprima del nuovo album di Alfred Moretti, considerato una delle più grandi pop-star degli anni '90 che, per vent'anni, è rimasto fuori dai riflettori. La visita al suo misterioso ranch però si rivelerà una vera e propria lotta per la sopravvivenza. 

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Ariel è una giovane redattrice di un importante rivista musicale. Continuamente snobbata e mobbizzata dal suo direttore, la sua grande occasione di riscatto avviene quando viene scelta, insieme ad un gruppo stra-selezionato di opinionisti ed influencer, per l’anteprima del nuovo album di Alfred Moretti, considerato una delle più grandi pop-star degli anni ’90 che, per vent’anni, è rimasto fuori dai riflettori. La visita al suo misterioso ranch però si rivelerà una vera e propria lotta per la sopravvivenza. 

La casa di produzione A24 è ormai una garanzia per quanto riguarda il cinema indipendente americano, in particolare un certo cinema di genere che mescola l’intrattenimento con riflessioni su grandi temi d’attualità. E, in questa casistica, rientra anche Opus, pellicola d’esordio del regista Mark Anthony Green, giornalista e critico di moda che ha fatto certamente tesoro della sua esperienza professionale per la sceneggiatura di questo film.
Va, quindi, dato innanzitutto atto alla casa di produzione di essere una delle poche ad aver ancora voglia di sperimentare proponendo qualcosa d’interessante. E scommettendo ancora di più nell’affidare, a questo regista esordiente, un cast di tutto rispetto. Fra i nomi presenti nei credits, infatti, non si può non citare il ritorno sulle scene di un grande interprete come John Malkovich. O la consacrazione, come protagonista effettiva del film di Ayo Edibiri, reduce dal successo televisivo di The Bear. Ma, al di là dei nomi altisonanti presenti, c’è da analizzare il contenuto effettivo della pellicola.

INVITO ALLA PREMIÈRE CON DELITTO


Il pubblico è furioso… furioso perché non sono su un palco!

La pellicola segue le vicende di Ariel (Ayo Edebiri), redattrice-schiava-tuttofare di un’importante rivista musicale, gestita dall’egocentrico direttore Stan (Murray Bartlett, visto in The White Lotus). Perennemente insoddisfatta dal suo lavoro, riceve la sua grande occasione quando viene invitata, tramite una misteriosa lettera, dalla pop-star Alfred Moretti (John Malkovich) alla premiere del suo nuovo album. La notizia sconvolge il mondo dei media dell’intrattenimento, perché si tratta del ritorno eccezionale di un artista osannato da più di una generazione dopo ben vent’anni di silenzio. E che, per l’occasione, ha voluto invitare solo un numero ristretto di persone al suo ranch per l’ascolto in anteprima.
Oltre ad Ariel e a Stan sono infatti presenti, fra gli altri:

In questo contesto Ariel è sicuramente la “Cenerentola del gruppo“, e perciò viene fin da subito bullizzata dagli altri invitati. Ma questo è niente rispetto a quello che le aspetta all’interno del ranch di Moretti. Un luogo parecchio inquietante e con il personale che sembra trattare il proprio principale come una sorta di divinità, e in cui si scoprirà ben presto che tutti gli ospiti non sono stati invitati solo per una presentazione, ma per un progetto ben più inquietante e “particolare”.

CRITICA ALLA CELEBRITY CULTURE


La struttura del film è abbastanza lineare, e forse questo ne rappresenta il maggior difetto. Fin dalle prime inquadrature è possibile intuire la piega che prenderanno gli eventi, anche perché si tratta ormai di uno schema narrativo trito e ritrito presente in numerosi survival horror simili.
Quello che differenzia, invece, la pellicola dalle altre è senza dubbio però la tematica scelta ovvero la tossicità della celebrity culture e del fandom in generale. Interessante, da questo punto di vista, la scelta dei titoli di testa, con le immagini dei volti dei fan sfegatati durante un concerto di Moretti. E che dire dei Livellisti, la setta (perché di questo si tratta) che vive all’interno del ranch, il cui unico scopo è seguire i dettami del loro leader e compiere la sua personale vendetta, ovvero vendicarsi dei cosiddetti influencer e “opinion leaders che, a suo tempo, lo denigrarono?
In questa morale satirica sta tutta la potenza della pellicola. Peccato che il colpo di scena, che sconvolge la protagonista ma anche tutta la morale stessa del film, compaia solo nei minuti finali. Mentre, per il resto, si passa da un ritmo narrativo lento ad un altro fin troppo velocizzato nella parte finale.

CONCLUSIONI


Un cambio di ritmo che non giova molto alla pellicola, che proprio per questo motivo ne risulta indebolita. In compenso, dal punto di vista tecnico non c’è nulla che si può biasimare in questa opera prima di Green. Dalla fotografia. estremamente ricercata, ai costumi (già iconico quello di Malkovich), fino all’incredibile colonna sonora a cura di due leggende come Nile Rodgers e The-Dream, tutto concorre affinché il film risulti iconico. Tanto che il singolo di Alfred Moretti, “Dina, Simone, è stato realmente pubblicato su Spotify (rimasto intatto anche nella versione italiana, i cui sottotitoli sono curati dal rapper Frankie hi-nrg mc, ndR).
Notevoli inoltre, le scenografie, a cura di Robert Pyzocha, in cui esterni e – soprattutto – interni del ranch diventano spazi più metafisici che non reali. Tutti riflettenti la pazzia del personaggio interpretato da John Malovich, vero mattatore di questo film.


Una pellicola che cattura fin da subito l’attenzione, anche se forse più per la sua estetica che non per la storia in sé. Ma, nonostante questo, è capace di far riflettere su alcuni aspetti della società contemporanea. Il comportamento tossico degli utenti dell’intrattenimento – soprattutto degli haters di professione – è il tema centrale del film. Ma ci si spinge anche su alcune riflessioni importanti sul significato della leadership e, traslando, anche sul potere psicologico-mentale delle sette religiose.
Il tutto grazie soprattutto ad un cast davvero d’eccezione fra cui spicca su tutti un gigantesco John Malkovich, protagonista assoluto della pellicola. Una buona opera prima dunque per il regista Mark Anthony Green che, nonostante alcune ingenuità, si dimostra un regista sicuro del fatto suo. L’ennesima prova autoriale, invece, per la A24, che si rivela un’ottima fucina di talento creativo all’interno del cinema indipendente “made in USA“.

 

TITOLO ORIGINALE: Opus
REGIA: Mark Anthony Green
SCENEGGIATURA: Mark Anthony Green 
INTERPRETI: Ayo Edebiri, John Malkovich, Juliette Lewis, Murray Bartlett, Amber Midthunder, Stephanie Suganami, Young Mazino, Tatanka Means 
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
DURATA: 104′
ORIGINE: USA, 2025
DATA DI USCITA: 27/03/2025

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Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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