Serie come Defending Jacob nascono con il chiaro intento di non essere un mero agglomerato di plot twist e cliffhanger, bensì qualcosa di più profondo e, naturalmente, più lento da presentare. Ne consegue che il ritmo non sia per natura frenetico e che, pertanto, gli episodi siano costruiti in maniera piuttosto uniforme e comunque diluita nel lungo periodo. Il fattore temporale diventa quindi una variabile fondamentale sia nella storia che nella durata della singola puntata. Tutta questa lunga prefazione è solo per dire che la scelta di Mark Bomback di limitare il minutaggio a 45 minuti si sta rivelando vincente.Come è chiaro sin dal “Pilot“, la serie si sviluppa nell’arco di 10 mesi e, con solo 8 episodi a disposizione ed un pronosticabile logorarsi delle indagini, la scelta di adottare dei flashforward costanti durante gli episodi (con Andy interrogato dal suo collega che lo odia a morte) tiene l’attenzione dello spettatore sempre alta in attesa di frasi che aprano il vaso
Joanna Klein: “From this moment on, until you are back home with the door closed behind you, I want you to show no emotion at all. Nothing. I know it’s a lot to ask, but it’s important, okay? We’re potted plants. Unfortunately, every expression, every reaction will be interpreted against you.
Smile and they’ll say you’re not taking it seriously. You cry and they’ll say you’re faking it. Do not answer any questions they shout at you. On TV, only the pictures matter.
And most important, any sign of anger, particularly from Jacob, will confirm people’s worst suspicions.
You have to remember that, in their eyes, it isn’t just Jacob who’s guilty. You all are.“
Con “Poker Faces” la storia prende finalmente una strada più intrigante grazie a tutto il circo mediatico che si scatena intorno alla famiglia Barber, un circo mediatico che non è nuovo al piccolo/grande schermo ma che riesce sempre ad affascinare per la crudeltà delle persone. E qui, sia il romanzo di William Landay che l’adattamento di Mark Bomback riescono perfettamente a risaltare questa natura, sia attraverso delle scritte banali (MURDERER ROT IN HELL) ma sempre ad effetto, sia tramite il character di Laurie Barber.
Ci sono voluti tre episodi ma alla fine anche Michelle Dockery ha cominciato ad entrare nella parte in maniera discreta, il tutto in un episodio che ironicamente si chiama “Poker Faces” ma che vede la sua migliore interpretazione finora. Fortunatamente, Chris Evans ha continuato a tenere sulle sue spalle l’intera narrazione grazie ad una recitazione non eccelsa (e bisogna ammettere che ha sempre fatto il suo ma non ha mai brillato) che tuttavia fa il suo dovere, specie nel futuro. Ora, finalmente, i character che lo circondano cominciano ad acquistare più tridimensionalità (un’ottima Joanna Klein aiuta molto) e permettono di spostare il focus anche in altre direzioni.
A tal proposito, c’è solo un lato negativo che fa storcere abbastanza il naso: il passato del padre di Andy. Il segreto, già vagamente anticipato tramite flashback anche nelle scorse puntate, si rivela essere un’arma a doppio taglio visto che se da un lato porta in ballo il “murder gene” (francamente evitabile), dall’altro crea ulteriori attriti in famiglia. Si può capire la scelta di aggravare ulteriormente una situazione già difficile, specie creando dei segreti che costantemente emergono solo durante i processi tv, però la storia perde parzialmente di credibilità.
| THUMBS UP | THUMBS DOWN |
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| Everything Is Cool 1×02 | ND milioni – ND rating |
| Poker Faces 1×03 | ND milioni – ND rating |
