Ogni volta che ci si appresta a guardare un nuovo episodio della serie di Misha Green, si devono prendere tutte le aspettative e cestinarle perché, chiaramente, non si è ancora capito la vastità di questo universo narrativo. E lo si dice nonostante ormai sia chiaro che, in ogni puntata, si decida di offrire uno specifico focus ad un character, quasi come a voler enfatizzare tutte le connessioni che ci sono ma che non vengono condivise apertamente dai protagonisti. In tal senso, Lovecraft Country continua a stupire in ogni maniera possibile osando e proponendo nuovamente 60 minuti costruiti su un nuovo character (Ji-Ah) e lasciando fuori, un po’ a sorpresa, il problema del razzismo nell’America degli anni ’50 che però qua sarebbe risultato un po’ forzato.
Dopo un episodio come “Strange Case” che ha destato parecchio scalpore per ovvi motivi non solo relativi alla tematica razziale, Misha Green, stavolta supportato da Kevin Lau, esplora un territorio diverso ma pur sempre estremamente sanguinolento, in un altro continente ed in un altro periodo. Ed il risultato ripaga tutta l’audacia dei due sceneggiatori.
Ji-Ah: “Don’t go home.”
Atticus: “Stay back!”
Ji-Ah: “Please listen to me.”
Atticus: “Stay away from me!”
Ji-Ah: “Please! Please! If you go home, you will die. I saw it. […] Please! I’m a kumiho!”
Probabilmente nessuno prima di questo episodio aveva mai sentito parlare di un kumiho, il che è anche normale visto che la mitologia asiatica non è poi così conosciuta in occidente, ma si avrà sicuramente una conoscenza diversa della cosa al termine della puntata. Green infatti deraglia nuovamente dalla trama principale per andare a raccontare cosa è successo ad Atticus in Korea e, soprattutto, per approfondire la misconosciuta leggenda del kumiho che, contrariamente ad Europa e America, è estremamente famosa in Cina, Giappone e Korea.
Secondo la cultura koreana, il character di Ji-Ah rappresenterebbe una volpe (non a caso presente nella scena finale davanti alla sciamana) con 9 code che, dopo aver vissuto per 1000 anni, si trasforma in una donna per poter consumare i suoi pasti (umani) attraendo le proprie vittime grazie alla sua bellezza. Ovviamente Green e Lau hanno riadattato la parte mitologica anche a livello visivo per renderla simile allo stile dello show, modificando le code del kumiho e rendendole più simili a quelle di una tarantola anche per enfatizzare l’elemento horror. L’impatto scenico e le esplosioni umane chiaramente ringraziano.
Atticus: “Something happened in the war. There was a girl, when I was over in Korea.”
Letitia: “Did you love her?”
Atticus: “It ended in a strange way…”
Nonostante “Meet Me In Daegu” sia l’ennesimo episodio che non aggiunge nulla alla trama orizzontale che coinvolge i Freeman ed i Braithwhite, è però una parte molto importante per arrivare a tridimensionalizzare meglio il character di Atticus che qui viene “degradato” addirittura come personaggio secondario pur essendone il maggior beneficiario. L’impostazione data all’episodio è molto coraggiosa e sarebbe potuta finire anche molto male se la storia e la regia non fossero state così interessanti, fortunatamente però il risultato è stato ben più che positivo.
Lovecraft Country è una serie decisamente sperimentale che si è presa diverse libertà nel corso di questa stagione, sia venendo spesso meno alla normale attenzione che una serie dovrebbe dare alla trama orizzontale, sia sperimentando diversi sottogeneri in ogni puntata, il tutto però uscendone spesso vincitrice (“Holy Ghost” e “A History Of Violence” sono dei buoni esempi di come possa uscire molto bene o molto male). Con “Meet Me In Daegu” si alza ulteriormente l’asticella facendo luce sul passato di Atticus e sul perché di certi suoi atteggiamenti, proponendo un ottimo intrattenimento per un’ora buona che però ha l’unico difetto di non essere poi così legata alla trama orizzontale del presente.
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