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Dune – Parte Due

Villeneuve è riuscito a fare ciò che è sembrato impossibile per decenni: restituire il mondo di Herbert in tutta la sua maestosità e profondità, sia scenica, sia narrativa. Dopo la visione si ha la sensazione di essere disorientati, dopo il fiume di informazioni rilasciato dalla pellicola, ma si è stati anche travolti da una esperienza cinematografica pressoché unica.

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Dopo la fuga di Paul Atreides nel deserto di Arrakis insieme a sua madre Lady Jessica e ai Fremen in seguito alla morte del duca Leto Atreides e la riconquista di Dune da parte degli Harkonnen, l’intento del nuovo giovane duca è di tramare la sua vendetta e di organizzare la guerra contro il malvagio barone Vladimir Harkonnen e di conseguenza contro l’imperatore Shaddam IV della casa Corrino che ha ordito il piano insieme al barone per distruggere casa Atreides. Paul rafforzerà il suo rapporto con Chani, farà la conoscenza della principessa Irulan Corrino, figlia dell’imperatore, conoscerà profondamente lo spirito del deserto proseguendo la sua strada come “Mahdi” il messia profetizzato dal popolo del deserto, lo Kwisatz Haderach auspicato dalle sorelle Bene Gesserit. La guerra di vendetta porterà verso il futuro predetto nelle visioni di Paul.

 

Dune: Part Two è il film più atteso dell’anno. Uno statement legato alle grandi aspettative che il primo capitolo, uscito tre anni fa, si è portato dietro, ma anche ai numeri di questo primo weekend post rilascio nei cinema: prevendite più alte di quelle di Oppenheimer e incassi stimati in circa 170 milioni di dollari.
Un dato che si collega direttamente a due riflessioni.
La prima, importante, è legata al futuro del franchise visto e considerato che un terzo capitolo è pressoché obbligatorio dato come si chiude questo film ma anche per dare finalmente onore al lavoro di Herbert: Dune Messiah è lì che aspetta di essere trasposto (Villeneuve avrebbe già iniziato a lavorarci, così come Hans Zimmer per quanto riguarda le musiche).
La seconda riflessione è molto banale: alti incassi non significa per forza di cose buon film (se n’è discusso anche di recente nel podcast). Anzi, incontrare i gusti del pubblico e regalare un film memorabile sono elementi che raramente si riescono a far collimare.
Meglio dissipare qualche dubbio, allora, sottolineando senza paura di smentita che Dune: Part Two è il migliore adattamento all’opera di Frank Herbert che abbia visto la luce. Il lavoro fatto da Villeneuve, Spaihts, Fraser e Walker è mastodontico. All’interno della recensione si avrà modo di soffermarci su dettagli e sequenze di inoppugnabile grandiosità, nonostante ci siano alcune pecche dal lato della sceneggiatura che meritano un focus.
Ma, frase a metà tra provocazione e verità, Dune è lo Star Wars della Gen Z.

Potere sulla spezia significa potere su tutto.

L’adattamento di un libro, per forza di cose, si trova a doversi confrontare proprio con l’opera originaria. E Dune: Part Two come ne esce da questo confronto?
Villeneuve e Spaihts sono riusciti a modernizzare un libro degli anni ’60 riuscendo a non intaccarne minimamente la forza, apportando modifiche (leggere e non) utili alla trama generale. Fatta eccezione per qualche piccola macchia, perdonabile valutando il lavoro nel suo complesso.
La decisione di comprimere tutta la parte di Paul e Jessica che progressivamente diventano membri della comunità Fremen ha da una parte permesso di snellire una porzione di storia che rischiava altresì di diventare tediosa ed eccessivamente lenta, dall’altra ha però obbligato a riscrivere la gestione delle gravidanze. Motivo per cui Alia Atreides (Anya Taylor Joy in una visione) è stata omessa, scelta che ha ripercussioni su determinati passaggi della storia che chiamano in causa proprio la sorellina di Paul e che gioco forza è stata sostituita.
Di riflesso, Lady Jessica assume un ruolo ben più importante, scelta questa che acuisce gli elementi di religione e fanatismo.
Passando ad un altro personaggio femminile occorre fare menzione di Chani, il personaggio interpretato da Zendaya che nella prima parte aveva racimolato uno striminzito minutaggio e che qui, per stessa ammissione di Villeneuve, avrebbe ricoperto invece un ruolo centrale. Promessa mantenuta e proprio qui si può notare la modernizzazione di cui si faceva menzione qualche riga più sopra.
L’amorevole Chani di Herbert, devota a Paul e pronta a tutto per lui, scompare per fare posto ad una ragazza che, seppur profondamente innamorata, è turbata dagli atteggiamenti della comunità verso Paul/Muad’Dib. Un rapporto, il loro, d’amore e non di devozione come presentava Herbert. Scelta questa che riscrive il personaggio, quindi, in chiave più attuale e che risulta essere una scelta azzeccata nonostante i continui sguardi corrucciati di Zendaya, alla lunga, finiscano per risultare quasi piatti e prevedibili. Questa scelta si riflette sull’eliminazione (anche qui, saggia decisione) della celebre frase “noi che portiamo il nome di concubine…la storia ci chiamerà spose”, decisamente poco in linea con l’idea di società attuale.
Passando ai personaggi maschili è d’obbligo menzionare l’egregio lavoro fatto nella scrittura e soprattutto nell’interpretazione di Feyd-Rautha da parte di Austin Butler: la psicopatia del personaggio, la ricerca del dolore, dell’agonia e il feticismo per sangue sono tutti elementi che vengono trasmessi e amplificati non solo dalla sequenza dei giochi gladiatori, ma anche dalla distruzione portata al Sietch Tabr una volta arrivato su Arrakis, incaricato dal Barone Vladimir Harkonnen di sollevare il fratello Rabban dell’incarico di riportare ordine sul pianeta.
Butler porta in scena un Feyd-Rautha iconico, rappresentazione perfetta del villain e sì, forse il minutaggio concesso non è dei più alti, ma tutto è stato ridotto al necessario senza farsi mancare nulla di fondamentale. È il prescelto della casata Harkonnen, nonché possibile figura da “controllare” per le Bene Gesserit che vogliono mantenere il potere all’interno dell’Impero. Rappresentativo del personaggio sono prima e ultima frase dette in scene di lotta durante il film (“Ti sei battuto bene, Atreides”): non c’è limite o freno per Feyd nella sua spasmodica ricerca di un avversario degno di questo nome, una persona che possa finalmente tenergli testa e fargli ulteriormente apprezzare il dolore.
A livello di esclusioni è da segnalare la mancanza di Thufir Hawat (Stephen McKinley Henderson) e quella del Conte Fenring (probabilmente interpretato da Tim Blake Nelson): entrambi gli attori hanno girato delle scene che tuttavia non sono state incluse nel final cut uscito al cinema.
Se il Conte Fenring risulta non presente, lo stesso non si può dire per Lady Margot Fenring (Léa Seydoux) che invece compare, con minutaggio ridotto, giusto in tempo per “salvaguardare la linea di sangue” e dare la sensazione che il suo personaggio tornerà in un (probabile) Dune Messiah.
Non tutte le scelte a livello di adattamento sono apparse condivisibili.
La rappresentazione dell’Imperatore a tratti dispiaciuto per cosa fosse accaduto a Leto, unitamente ad una apatia che sembra dettata più dalla senilità che altro, consegna al pubblico uno Shaddam IV (Christopher Walken) leggermente falsato: la cattiveria e il desiderio di accentrare ulteriormente i poteri dell’Impero nella casa Corrino è un aspetto narrativo che si perde nel momento in cui l’imperatore viene mostrato dubbioso rispetto alla scelta di spingere gli Harkonnen (aiutati dai Sardaukar, giusto ricordarlo) a massacrare gli Atreides ad Arrakis durante la notte.
Villeneuve manca di mostrare i membri della Gilda durante il duro confronto tra Shaddam IV e Paul. Più marginale come mancanza, Gurney Halleck (Josh Brolin) mostrato in vesti di menestrello dopo averlo dipinto solo come semplice maestro di armi per un intero film appare una scelta quanto meno di dubbio gusto. Sicuramente la vista del Baliset ha reso felice una grossa fetta di pubblico, fanatica dei dettagli legati al mondo narrativo di Herbert.
Il lavoro svolto a livello di casting risulta impeccabile e, anche in questo caso, occorre fare un plauso alla produzione: spesso e volentieri si nota come i film di oggi cerchino di inserire all’interno del proprio cast nomi noti al pubblico con risultati altalenanti, altisonanti e pomposi specchietti per le allodole. In Dune: Part Two, invece, il cast (parzialmente riconfermato quello del primo Dune) supera le aspettative.

Avvenne nel terzo anno di Guerra del Deserto che Muad’Dib si trovasse, solo, nella Caverna degli Uccelli, sotto le tende kiswa di una cella interna. Giaceva immobile, come morto, assorto nelle rivelazioni dell’Acqua della Vita. Il suo essere era trasportato al di là delle frontiere del tempo dal veleno che da’ la vita. Così si realizzò la profezia secondo la quale il Lisan al-Gaib era insieme morto e vivo.

La scrittura dei personaggi sublima le interpretazioni.
Il dissidio interiore di Chani viene mostrato con enfasi e grande dispendio di tempo da parte di Villeneuve: la ragazza, pur amando Paul e volendo guidare con lui i Fremen è anche fra le prime a mettere in dubbio l’idolatria della sua gente verso un messia designato che li condurrebbe però a guerre ancor più rovinose di quelle che stanno già combattendo (Muad’Dib’s Jihad). Chani desidera la felicità, la sogna, ma quello che si prospetta è ulteriore sofferenza, motivo per cui la conciliazione tra amore e libertà risulta impossibile.
Rebecca Ferguson, dal canto suo, riesce a progettare il futuro: l’animo Bene Gesserit prevarica quello di semplice madre, letteralmente scomparso dopo l’agonia della Spezia e l’assunzione dell’acqua della vita.
La Principessa Irulan (Florence Pugh) porta sulle proprie spalle le colpe del padre (Christopher Walken), ma il minutaggio ridotto aumenterà quasi sicuramente in Dune Messiah.
Stellan Skarsgård e Dave Bautista proseguono le loro ottime interpretazioni della casata Harkonnen, come già ampiamente dimostrato in Dune: il Barone resta uno dei personaggi meglio rappresentati in generale all’interno dell’intero film, mentre Rabban viene messo in disparte per lasciare spazio a Feyd-Rautha.

E’ una caratteristica umana il fatto che i nostri problemi personali, quelli che più s’identificano con noi stessi, sono i più difficili da esaminare con la nostra logica. Abbiamo la tendenza a ricercarne le cause intorno a noi, accusando tutto e tutti, salvo la cosa ben reale e profondamente radicata in noi, che ci consuma.

Nei paragrafi precedenti si appuntava come la decisione di Villeneuve e Spaihts di comprimere i due anni circa del libro in sette mesi sia stata utile a snellire quella porzione di storia. Frase vera, ma che potrebbe far ribattere i più dicendo “snellire? Sono 165’ minuti”. Frase altrettanto vera.
Ma il minutaggio, valutata la tipologia di storia e l’ampiezza dell’universo narrativo non risulta esagerato: il vero rischio, se si fosse deciso di comprimere ulteriormente in altre parti, sarebbe stato quello di una pellicola castrata, manchevole delle dovute spiegazioni e forse la percezione di lunghezza sarebbe stata maggiore. Dune: Part Two si toglie dalle spalle il peso di risultare troppo vincolata ad una terminologia specifica e alla conoscenza di base del romanzo, aspetto che invece aveva appesantito a suo modo in Dune. La prima parte di film, che rappresenta la coda narrativa del precedente capitolo, è sicuramente quella meno carica di mordente e potrebbe risultare un po’ piatta, nonostante sia fondamentale e necessaria: la trasformazione di Jessica; il progressivo avvicinamento ai Fremen e a Chani da parte di Paul; il passaggio da “compagni” a “seguaci”; l’idolatria che oscura i pensieri di Paul. Tutti elementi fondamentali per il prosieguo della storia e che andavano presentati allo spettatore con le dovute spiegazioni.
Dune: Part Two resta un film devoto ai propri dettagli, legato all’imponenza scenica e visiva, fattori che costringono lo spettatore ad una visione svincolata dalla lettura del tempo sull’orologio, diversamente il tutto rischia di trasformarsi in una lunga agonia e/o passione.

Quando religione e politica viaggiano sullo stesso carro, i viaggiatori pensano che niente li possa fermare. Vanno sempre più rapidi, rapidi, rapidi. Non pensano agli ostacoli e si dimenticano che un precipizio si rivela sempre troppo tardi.

Il piano di Paul è quello di riprendere progressivamente il controllo di Arrakis grazie ai Fremen (a cui sarebbe intenzionato a lasciare il pianeta, una volta ristabilito l’ordine per la famiglia Atreides) e successivamente minacciare e attirare l’Imperatore su Arrakis.
Uno degli aspetti forse lasciato un po’ al caso e a cui il film non ha dedicato troppa attenzione è proprio il piano di Paul. Lui e Gurney sarebbero pronti ad usare l’arsenale atomico della famiglia Atreides per intimare all’Imperatore la resa, diversamente avrebbero bombardato tutte le scorte della Spezia. Passaggio fondamentale: la Spezia è l’unica sostanza che permette i viaggi interstellari e quindi, minacciare di distruggerla significherebbe bloccare l’evoluzione della galassia per decenni, forse secoli. Una minaccia che va subito spenta, prima che possa sfuggire di mano.
I giochi politici sono solo una delle tante sfaccettature del film che riesce ad imbarcamenarsi attorno a svariate tematiche: religione e fanatismo, guerra e vendetta, amore e per l’appunto politica.
Il Paul Atreides di Herbert, a questo punto della storia, era già molto più freddo e distaccato, calcolatore e meno avvezzo a mostrare le proprie emozioni. Aspetto questo a cui Villeneuve, invece, preferisce una trasformazione più repentina e dettata da un fattore esterno (l’acqua della vita).
Basti pensare al diverso modo di costruire, da parte di Herbert e da parte di Villeneuve, la rimpatriata tra Gurney, unitosi a dei contrabbandieri di spezia, e Paul.
Chalamet restituisce alla perfezione l’impossibilità di Paul Atreides di sfuggire al proprio destino, cucitogli addosso contro il suo volere, spaventato da ciò che potrebbe diventare e terrorizzato di perdere la sua amata, Chani. L’attore franco-americano dimostra una padronanza del personaggio a tutto tondo, non sfociando mai nel macchiettistico, ma conquistando progressivamente durante la visione.
La trasformazione, l’ascesa del Kwisatz Haderach è rapida come sequenza, ma tramuta la pellicola in un film messianico, profondo, l’amore viene anteposto al destino e il piano (“Ecco come sopravvivremo. Come Harkonnen.”) sottolinea una accettazione definitiva del ruolo. Anzi, Paul (ora Muad’dib) dopo aver rifiutato che gli altri Fremen lo chiamassero e lo riconoscessero come messia, capovolge la situazione: ora è lui, distruggendo tutte le usanze Fremen possibili ed immaginabili, a prendere la parola e a definirsi Lisan Al-Gaib. Un monologo terrificante per il suo significato, ma costruito benissimo.
Oltre alla critica contro le barbarie perpetrate dal colonialismo, il film mette in risalto la componente mistica, mostrata sia attraverso gli occhi dei credenti (Stilgar), sia attraverso occhi disincantati, consapevoli che la profezia del Kwisatz Haderach altro non è che una invenzione delle Bene Gesserit per poter controllare le popolazioni native.
Lo spunto del finale, poi, sottolinea come talvolta si pensi di poter combattere il “male” tramite una figura che si crede santa, magica, ma che se mal indirizzata porterà solo ad altra desolazione e distruzione. Proprio come le premonizioni di Paul sembrerebbero avergli mostrato a più riprese.

Quando non abbiamo più risorse non ci resta che la paura.

A livello tecnico non si può davvero dire nulla.
La ricreazione di Giedi Primo, con annesso cambio di colori, influenzati dal Sole nero risulta un piacere per gli occhi. Soprattutto in aggiunta dei giochi gladiatori, dove l’arena che acclama Feyd, ricreata in computer grafica, non può rammentare scene già viste in filmati d’epoca del Terzo Reich. Richiamo storico che si può riscontrare anche nella marcia dei soldati Harkonnen, pronti a partire alla volta di Arrakis.
Anche le scene di combattimento sono ben costruite, nonostante non ci sia una vera e propria predilezione per la battaglia in senso stretto: lo scontro Paul-Feyd è ben fatto, ma circoscritto a livello di minutaggio, esattamente come l’attacco Fremen ai Sardaukar.
Hans Zimmer, nemmeno servirebbe dirlo, confeziona un’altra splendida soundtrack facendo immergere lo spettatore ancora di più all’interno dei paesaggi del film, spaziando dal mistico Arrakis, al più cinico e sanguinario Giedi Primo, passando per Kaitain (sede dell’Impero e della Casa Corrino).
Villeneuve ha finalmente la libertà di amplificare l’azione, conferendole maggiore rilevanza rispetto al precedente capitolo, senza però trascurare di conferire forza ai momenti più riflessivi e atmosferici, dove la regia si tinge di un’immersività palpabile.
Quando “l’acqua della vita” fa il suo ingresso, il regista crea un vero e proprio viaggio lisergico. Tutto ciò viene esaltato dalla fotografia di Greig Fraser, che rende le immagini e i colori palpabili e dalle musiche di Zimmer conferendo ulteriore profondità all’esperienza visiva. Le diverse location (ancora una volta Budapest, Giordania ed Emirati Arabi, con l’aggiunta della suggestiva Tomba di Brion a San Vito) svolgono il loro ruolo, fornendo sfondi ideali per l’ambientazione.

“Qui giace un dio caduto. La sua caduta è stata tremenda. Noi ci siamo limitati a erigere il suo piedistallo: Alto e stretto.” (Dune: Messia)


Molti i quesiti lasciati aperti da Dune: Part Two.
La fuga di Chani, affranta dalle scelte di Paul; il figlio di Feyd; la nascita della sorella di Paul; l’attacco delle altre casate.
Le ultime parole di Paul sono cariche di consapevolezze e dispiacere perché, esattamente come Lady Jessica, sa benissimo cosa lo attende: la jihad Fremen, una guerra santa da cui ha cercato di fuggire per tutto il film, in quanto non voleva adempiere al proprio destino.
La seconda parte di Denis Villeneuve è il colossal dell’anno che ha sì le proprie debolezze (meno del primo), ma che ha alle spalle una solida scrittura, basata su un romanzo ancora più solido. Alcuni passaggi potrebbero risultare sbrigativi e alcuni colpi di scena fini a se stessi, privi di hype. Ma Villeneuve è riuscito a fare ciò che è sembrato impossibile per decenni, lì dove figure del calibro di Lynch hanno fallito: restituire il mondo di Herbert in tutta la sua maestosità e profondità, sia scenica, sia narrativa. Addentrandosi ulteriormente mostrando le correlazioni tra l’universo di Dune e la storia dell’umanità e delle religioni.
Dopo la visione si ha la sensazione di essere disorientati, dopo il fiume di informazioni rilasciato dalla pellicola, ma si è stati anche travolti da una esperienza cinematografica pressoché unica.
Dune: Part Two è un blockbuster a tutti gli effetti, ma cerca di fuggire da tale definizione mostrando l’autorialità del regista a più riprese. Un conflitto interiore (blockbuster vs cinema d’autore) che la pellicola non rifiuta, anzi accetta e si muove di conseguenza.
Potrà piacere o no, in definitiva come altri titoli si tratta pur sempre di gusti, ma è innegabile che questo secondo capitolo di Dune (unitamente a tutto il franchise e al lavoro di Villeneuve) segna in maniera indelebile la cinematografia fantascientifica degli ultimi due decenni e ciò che ne seguirà dovrà sempre, volente o no, confrontarsi con questo titolo. Villeneuve ha decisamente alzato l’asticella.
Quindi… quando esce Dune Messiah?

 

TITOLO ORIGINALE: Dune: Part Two
REGIA: Denis Villeneuve
SCENEGGIATURA: Denis Villeneuve, Jon Spaihts; soggetto Frank Herbert
INTERPRETI: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Austin Butler, Florence Pugh, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Stephen McKinley Henderson, Zendaya, Christopher Walken, Léa Seydoux, Charlotte Rampling, Javier Bardem, Anya Taylor-Joy
DISTRIBUZIONE: Legendary Pictures
DURATA: 165′
ORIGINE: USA, 2023
DATA DI USCITA: 28/02/2024

GLOSSARIO


È necessario, per poter avere un po’ di contesto, un glossario della terminologia principale di Dune visto e considerato che in determinati passaggi alcuni termini vengono dati totalmente per scontati. Ma RecenSerie è qui per voi.

AGONIA DELLA SPEZIA: Il rituale praticato dalle Bene Gesserit durante il quale una novizia assume il rango di Reverenda Madre è un’ordalia (una “prova” dolorosa) chiamata agonia della spezia. Il rito comporta l’ingestione dell’essenza di spezia (detta anche acqua della vita), una sostanza prodotta dai vermi quando sono avvelenati dall’acqua e che a sua volta è un veleno mortale per gli esseri umani. I Fremen si procurano il fluido affogando vermi di circa 9 metri, catturati nella regione di Arrakis detta Erg Minore.
Nel corso della prova, una Bene Gesserit usa la propria capacità di controllare con la mente il proprio metabolismo per trasformare il fluido in qualcosa di non tossico. Il processo provoca il risveglio delle memorie genetiche di tutte le antenate femmine della Bene Gesserit, che da quel momento in poi divengono accessibili in modo cosciente; se la candidata sopravvive alla prova diventa quindi una Reverenda Madre, una Bene Gesserit dotata dell’esperienza e capacità di innumerevoli antenate;
ARRAKEEN: la prima colonia su Arrakis; fin dall’inizio sede del governo planetario;
BENE GESSERIT: l’antica scuola di addestramento mentale e fisico, fondata inizialmente per studenti di sesso femminile;
CRYSS: il sacro coltello dei Fremen di Arrakis. Viene confezionato in due forme con i denti estratti dai vermi delle sabbie;
FREMEN: le libere tribù di Arrakis, abitanti del deserto, definiti dal Dizionario Imperiale come “Pirati Della Sabbia”;
GIEDI PRIMO: pianeta originario della Casa degli Harkonnen, un pianeta mediocremente abitabile, con un basso livello di attività fotosintetica;
GILDA: la Gilda Spaziale, una delle colonne che garantisce la Grande Intesa. La Gilda fu la seconda scuola di addestramento fisicomentale. L’inizio del monopolio della Gilda nei viaggi spaziali, nei trasporti e in tutte le operazioni bancarie interplanetarie è preso come punto di partenza del calendario imperiale;
GOM JABBAR: “il nemico dalla mano levata“, specificamente l’ago velenoso intriso di metacianuro usato dalle Supervisori Bene Gesserit come alternativa mortale nel riconoscimento della natura umana del soggetto;
KWISATZ HADERACH: “la via più breve“. Questo è l’appellativo di cui il Bene Gesserit gratificò lo sconosciuto, che cercò di ottenere con una soluzione genetica: un maschio Bene Gesserit i cui poteri mentali potessero varcare, per costituzione organica, lo spazio e il tempo;
LANDSRAAD: (dall’inglese medievale: “consiglio delle terre“) è l’assemblea che raggruppa tutti i nobili dell’Imperium, guidati sotto l’egida dell’Imperatore espresso dalla Casa Corrino. Le altre dinastie sono dunque minori e partecipano all’assemblea cercando di sfidarsi in una competizione per avere accesso il più possibile a feudi, ricchezze commerciali e influenza sui vari pianeti. I Corrino devono anche evitare che fra le varie Case della Landsraad si creino alleanze che potrebbero portare a sfidare l’autorità imperiale, per questo ordiscono continui piani per mettere le varie famiglie le une contro le altre;
LISAN AL-GAIB: “la Voce di un Altro Mondo“. Nelle leggende messianiche dei Fremen, quella di un profeta di un altro mondo. Tradotto a volte come “Donatore d’Acqua“;
MAHDI: nelle leggende messianiche dei Fremen, “Colui che condurrà al paradiso“;
MUAD’DIB: il topo canguro adattato ad Arrakis; una creatura associata, nella mitologia terrestre e spirituale dei Fremen, a un disegno visibile sulla Seconda Luca del pianeta. Questa creature è particolarmente ammirata dai Fremen per l’abilità con cui sopravvive nel deserto;
PADISHAH: Gli imperatori Padishah (dal persiano padeshash, “sovrano”) sono i controllori supremi dell’universo, che governano in associazione con le casate del Landsraad e con la Gilda spaziale, la quale ha il monopolio dei viaggi interspaziali. Gli imperatori appartengono alla Casa Corrino, proveniente dal pianeta Salusa Secundus, da ormai 10mila anni, avendo anche spostato la capitale sull’impero su Kaitan. All’epoca degli avvenimenti di Dune l’imperatore è Shaddam IV, il quale ordina il ricollocamento di Leto Atreides su Arrakis. Ogni imperatore è protetto da un esercito formato sia dai guerrieri inviati come tributo da ogni Casa sia dai Sardaukar, guardie personali e fanaticamente fedeli al sovrano;
PREVEGGENZA: In alcuni individui geneticamente predisposti la spezia può conferire doti di preveggenza. Un esempio di tali individui sono i navigatori della Gilda spaziale, che vivono costantemente immersi nei vapori di spezia al punto da subire pesanti mutazioni fisiche. I navigatori, tuttavia, hanno così guadagnato una percezione potenziata, che permette loro di pilotare le astronavi a velocità superiori a quella della luce trovando il percorso sicuro attraverso lo spazio-tempo. Un caso ancora più notevole del fenomeno si è verificato in Paul Atreides e nei suoi discendenti, nei quali l’assunzione di dosi massicce di spezia provoca visioni del futuro di eccezionale precisione e vastità;
REVERENDA MADRE: in origine, una Supervisore Bene Gesserit, una donna che ha trasformato chimicamente un “veleno illuminante” all’interno del proprio corpo, innalzando se stessa a un più alto livello di coscienza;
TAMBURO DELLE SABBIE: conglomerato di sabbia, di struttura tale che qualsiasi urto improvviso sulla superficie produce un suono distinto, come un colpo di tamburo;
SALUSA SECUNDUS: pianeta adibito a Prigione Imperiale; mondo d’origine della Casa di Corrino;
SARDAUKAR: i fanatici soldati dell’Imperatore Padiscià. Erano uomini provenienti da un ambiente talmente selvaggio che sei persone su tredici restavano uccise prima dell’età di undici anni. Il loro addestramento militare metteva ogni accento sulla brutalità, con un disprezzo quasi suicida per l’incolumità personale. Si insegnava ad essi fin dall’infanzia a servirsi della crudeltà come di un’arma universale per indebolire gli avversari, terrorizzandoli;
SHAI-HULUD: “cosa eterna“, il verme delle Sabbie di Arrakis. Questi vermi crescono fino a raggiungere dimensioni gigantesche e vivono molto a lungo a meno che non siano uccisi dai loro simili o non finiscano annegati nell’acqua, che per essi è un veleno;
SIETCH: è una parola chakobsa, la lingua dei Fremen, che significa approssimativamente “il luogo in cui ci si riunisce in tempi di crisi” e che designa per estensione qualsiasi habitat dei Fremen. I Sietch sono luoghi appartati nel deserto, oasi per i Fremen in cui vivere sull’aspro pianeta di Arrakis .
Prima dell’arrivo della casata Atreides, il numero dei sietch era stato notevolmente sottovalutato dall’imperatore e dalla casata Harkonnen. Questa pessima stima nasconderà agli occhi indiscreti dell’Impero il potere nascosto nel deserto fino all’arrivo di Paul Atreides, Mahdi dei Fremen;
SPEZIA (melange): “la spezia delle spezie” di cui Arrakis è l’unica fonte. La spezia, nota soprattutto per le sue qualità geriatriche, dà una leggera assuefazione se presa in piccole dosi. Ritenuta sacra dai nativi, i Fremen, per via degli effetti psichici che ha sugli umani.

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Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal.
Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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