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Home Sweet Home Alone recensione
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Home Sweet Home Alone – Mamma, Ho Perso l’Aereo

Il nuovo capitolo della "Home Alone" saga proposto da Disney+ rivisita il classico degli anni '90, snaturandolo con criterio e divertendo.

Jeff e Pam McKenzie, una coppia sposata e al verde, stanno per vendere la loro amata casa, non potendosela più permettere. La loro unica salvezza è un prezioso cimelio che Jeff ha ereditato da sua madre, che però sembra esser stato rubato dal piccolo Max, nel frattempo lasciato a casa da solo per errore dalla sua famiglia.

 

Era il 1990 quando nelle sale americane, e poi di tutto il mondo, usciva Mamma ho perso l’aereo diretto da Chris Columbus, scritto da John Hughes e che, insieme al suo altrettanto fortunato sequel ambientato a New York, sarebbe diventato il cult di Natale per antonomasia.
Un successo incredibile, come tutti sanno, che avrebbe reso il giovanissimo protagonista Macaulay Culkin se non il bambino più ricco (quello nel film Richie Rich), sicuramente il più famoso del pianeta. Numerosi i tentativi di ripeterne la formula negli anni a seguire che hanno dato il via a ben tre sequel, naturalmente di minor impatto sul pubblico e perlopiù destinati alla sola distribuzione home-video. Da sesto film del franchise, allora, anche questo Home Sweet Home Alone del regista e attore britannico Dan Mazer “salta” il passaggio sul grande schermo, approdando direttamente sulla piattaforma di Disney+, sperando però di non condividere lo stesso destino dei più recenti predecessori.
E d’altronde a 31 anni di distanza dal primo indimenticato film, le domande di rito, specie nell’era dei reboot/remake/sequel, non possono che essere ormai sempre le stesse: ce n’era davvero bisogno? Sarà solo l’ennesima e vuota “operazione nostalgia? Non proprio, ed è già il primo campanello d’allarme, in positivo, per potergli dare più di una chance.

Ah, spazzatura! Non so perché provino sempre a rifare i classici. Non sono mai belli come gli originali.

NOSTALGIA CANAGLIA


Più si guarda Home Sweet Home Alone, infatti, e più si ha la sensazione che il duo di sceneggiatori, Mikey Day e Streeter Seidell, sa benissimo quello che sta facendo. Lo si può intuire dal modo in cui gioca col passato e con l’immaginario, ormai universale, del film di Columbus, ossia dosando i numerosi e inevitabili rimandi, toccando sempre le corde giuste e, dove possibile, intervenire con tocchi personali. Vedasi, a tal proposito, l’uso dell’iconica colonna sonora dell’eterno John Williams, che già da sola basterebbe a risvegliare familiari ed emotive reazioni negli spettatori meno giovani, ma anche terreno per creare ilari momenti di comicità basati sul contrasto, proprio nei confronti del materiale originale.
Lo si capisce, ancor più chiaramente, nel loro giocare con il presente, con l’attualità, sfruttando i tanti anni passati sia da un punto di vista narrativo che tecnico. Vedasi gli easter egg legati agli odierni lavori di “Buzz” e Kevin, che partecipano attivamente alla trama, quest’ultimo anche inconsapevolmente (e nel suo caso, apparendo solo come evocazione del fratello), dando vita ad un gustoso “universo narrativo” dei McCallister.
La tecnologia la fa da padrona invece nella base fondante del concept attorno a cui gira la saga, quello delle trappole creative, quanto oltremodo dolorose, ai danni dei due “invasori”, affidandosi ad una CGI in una misura anche fin troppo massiccia e invadente, tanto da poter suscitare l’effetto opposto nello spettatore. Infine, è lo stesso format, quello del bambino che difende la propria casa, a subire il “rovesciamento” più incisivo e, in questo caso, più interessante.

ROVESCIAMENTO DEI RUOLI


Quello che ne esce fuori è una divertente e leggera commedia slapstick, magari poco cinematografica e molto più televisiva (nello stile e, chiaramente, nel budget), che però nel suo fondarsi interamente sugli equivoci, ha il merito di voler quantomeno intraprendere una deviazione dal tracciato più familiare, rovesciando i ruoli dei protagonisti. Sì, perché, come anticipato, è soprattutto nella scrittura dei personaggi principali che i due autori non si limitano allo scolastico rifacimento in epoca contemporanea di un grande classico.
Già Columbus si affidava tanto a due fuoriclasse come Joe Pesci e Daniel Stern, e anche qui i due “invasori” sono incaricati di far da motore della comicità. Se chiaramente Ellie Kemper e Rob Delaney non possono competere in quanto a carisma sulla scena, come detto è la scrittura ad elevarli nella storia. Un focus molto più incentrato su di essi, tanto da renderli i veri protagonisti, anche dichiaratamente dallo stesso montaggio (con questa scena, ma con la Kemper al posto di Kevin). Sono quindi loro ad avere un obiettivo più “alto”, ad avere il goal più significativo, più legato alla famiglia e, di conseguenza, alla festa natalizia. Loro, infine, a catturare maggiore empatia da parte del pubblico.

SWEET HOME ALABAMA


Fare del “difensore di casa”, di fatto, quasi il “villain” della storia, è allora la scelta alternativa e decisamente più interessante dell’operazione, ma che, dall’altro lato della medaglia, finisce con lo sminuire d’efficacia la sua azione nel momento fatidico.
La genialità del bambino risulta magari meno simpatica, se non più forzata, non essendo il personaggio così approfondito. Soprattutto, lo spettatore non può tifare per lui, anzi non vede l’ora che arrivi il momento della rivelazione finale, divertendosi sì nel frattempo, ma senza quello spirito di appassionato “orgoglio” che si provava nell’assistere alle trovate di Kevin. Lo testimonia l’atto finale che, una volta sciolti gli equivoci che fin qui hanno retto la trama, non ha davvero motivo per andare più avanti del dovuto, abbandonandosi ad una conclusione, ora sì, abbastanza rapida e scontata. Anche in questo caso, allora, gli autori dimostrano la loro consapevolezza, capendo saggiamente di non doversi soffermare oltre, riuscendo comunque, seppur in modo tanto diverso, a giungere al medesimo punto d’arrivo: l’allineamento dei concetti di “casa” e “famiglia”, emotivamente enfatizzato, ancora una volta, dalle eterne musiche di John Williams, queste sì davvero intoccabili e sempre “autentiche”.


Home Sweet Home Alone è quell’operazione che non ti aspetti, perché pur con le sue ingenuità, soprattutto tecniche, funziona e intrattiene, offrendo soprattutto un’alternativa quantomeno più creativa al mero “reboot nostalgico” dell’epoca moderna. Una pratica che, visti i flop del passato e i più recenti e felici esempi di maggior caratura, comunque di simile spirito produttivo come Dune o Ghostbusters – Afterlife, può dirsi ormai morta e defunta. Per fortuna.

 

TITOLO ORIGINALE: Home Sweet Home Alone
REGIA: Dan Mazer
SCENEGGIATURA: Mikey Day, Streeter Seidell
INTERPRETI: Ellie Kemper, Rob Delaney, Archie Yates, Aisling Bea, Kenan Thompson, Timothy Simons, Pete Holmes, Chris Parnell, Devin Ratray
DISTRIBUZIONE: Disney+
DURATA: 138′
ORIGINE: USA, 2021
DATA DI USCITA: 12/11/2021

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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