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The Last Duel Recensione Film
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The Last Duel

Ridley Scott torna al cinema storico e confeziona un prodotto degno del suo nome, in cui si gioca con i temi della verità, dell'onore e della violenza sulle donne.

Francia, 1386. La nobildonna Marguerite de Thibouville, moglie del cavaliere Jean de Carrouges, accusa lo scudiero Jacques Le Gris di averla violentata mentre il marito era via. Carrouges non può lasciar correre e sfida a duello Le Gris, suo vecchio amico e poi rivale, affinché sia Dio a decidere chi ha ragione.

 

Ridley Scott torna al cinema. E già questa è una notizia in sé, perché quando si parla di lui si parla di un uomo che ha fatto la storia del cinema e che, soprattutto, sa dirigere un film, indipendentemente dai suoi contenuti o dalla solidità della sua sceneggiatura o dall’accuratezza storica.
Il regista britannico mancava dal grande schermo dal 2017, anno a cui risale quel All the Money in the World che aveva fatto parlare di sé più per il caso Kevin Spacey che per il soggetto. Da allora, soprattutto impegni come produttore, anche in campo televisivo, firmando serie del calibro di The Terror, The Third Day e Raised by Wolves. Ma il genio dietro Alien e Blade Runner ha nel cinema il suo ambiente naturale e non poteva ritardare ulteriormente il suo ritorno.
Né poteva scegliere un soggetto migliore di quello sviluppato in questo The Last Duelritorno al genere storico dopo il flop commerciale 1492: Conquest of Paradise, i fasti di Gladiator e le mezze delusioni di Kingdom of HeavenRobin HoodExodus: Gods and Kings. Scott ha la storia nel sangue e, al di là delle licenze poetiche che spesso e volentieri si prende, sa come rendere vive sullo schermo le epoche passate. Ci sarà riuscito anche nella sua ultima fatica del 2021?

L’ULTIMO DUELLO DI DIO


È divertente notare come Ridley Scott abbia esordito alla regia con un altro film che parla di duelli, The Duellists. Ambientato durante le guerre napoleoniche e tratto dall’omonimo racconto di Joseph Conrad, raccontava la storia di due ufficiali francesi, Armand D’Hubert e Gabriel Féraud, obbligati dall’orgoglio e dalle rigide regole dell’onore a sfidarsi più e più volte nel corso degli anni.
In The Last Duel cambia l’epoca, ma non la sostanza. Si è di nuovo in Francia, questa volta nel XIV secolo. È in corso la guerra dei cent’anni, il conflitto che oppone la Francia e l’Inghilterra per via della pretesa dei Plantageneti di governare anche sull’altro lato della Manica.
Jean de Carrouges Jacques Le Gris sono due scudieri al servizio del potente e vanesio conte Pierre d’Alençon. La loro amicizia viene però incrinata dal crescente favore che Le Gris riscuote presso il conte. Ne consegue una controversia continua che porterà alla rovina, lasciando un umiliato e offeso Carrouges con un desiderio di rivalsa, mentre Le Gris consolida la sua fama di libertino e finisce per invaghirsi della moglie di Carrouges, Marguerite de Thibouville.
Proprio mentre Carrouges è via dal suo castello, Le Gris si presenta da Marguerite e in preda all’ossessione la violenta. Il cavaliere suo marito non può rimanere in disparte: ne va del suo onore. Porta il caso fino al cospetto del re, ottenendo di poter sfidare Le Gris a duello. L’istituto del duello giudiziario si basava infatti sull’idea che Dio sarebbe intervenuto in sostegno di colui che diceva il vero o che era dalla parte della ragione, punendo il reo con la morte.
Il duello tra Le Gris e Carrouges fu in verità l’ultimo di questo tipo nella storia francese. Nel Basso Medioevo si stava infatti imponendo una nuova mentalità, basata più sulle leggi scritte e sulla giurisprudenza che sulle ordalie e sui duelli d’onore. A partire da quel momento, infatti, il duello venne sempre più relegato nella sfera dell’illegalità.
In questo modo, The Last Duel si presenta come un film bifronte: specchio di un’epoca per molti versi oscura e violenta, ma anche della fine di quell’epoca stessa, soppiantata dai lumi della legge.

UNA VERITÀ, TANTE VERITÀ, NESSUNA VERITÀ


The Last Duel non è un film lineare. E il motivo risiede nel suo stesso soggetto: una storia in cui si scontrano diversi punti di vista. C’è la versione di Jean de Carrouges, che vuole chiaramente far emergere la bassezza e la viltà del suo rivale. C’è la versione di Jacques Le Gris, che vuole giustificare il suo atto come dettato dall’amore. E c’è la versione di Marguerite de Thibouville, donna schiacciata dalle opprimenti figure dei due uomini, in una società patriarcale in cui il sesso femminile è inevitabilmente subalterno rispetto a quello maschile.
Per rendere appieno questa molteplicità di versioni della stessa narrazione, Ridley Scott ricorre a una tecnica che gli appassionati di cinema conoscono bene, soprattutto se amano un regista in particolare: Akira Kurosawa. Correva il 1950 quando in sala arrivò il suo film Rashōmon, tratto dall’omonimo racconto di Ryūnosuke Akutagawa. La storia ruotava attorno all’omicidio di un samurai e allo stupro di sua moglie, raccontati attraverso molteplici punti di vista: quello dello stesso assassino-violentatore, della donna, del samurai ucciso (per mezzo di una medium) e di alcuni passanti che avevano assistito. Spesso considerato un film sul relativisimo, Rashōmon raccontava piuttosto della capacità umana di mentire e alterare i fatti pur di salvare il proprio onore e di avere ragione.
Dal 1950 a oggi la tecnica è stata usata più e più volte, persino nella serialità televisiva (si pensi a The Affair), quindi può non risultare più sconcertante e innovativa come quando se ne servì Kurosawa. Ma nelle mani di Scott, il confronto dei punti di vista riesce a costruire una narrazione che tiene col fiato sospeso fino all’ultimo minuto e che fa volare via le due ore e mezza di film (cosa che non si poteva dire, ad esempio, di un Robin Hood o un Exodus).
I fatti sono narrati dapprima dal punto di vista di Carrouges, poi di Le Gris, infine di Marguerite. E anche se si lascia intendere che quest’ultima versione sia la più vicina alla realtà, pure lo spettatore rimane col dubbio su quale sia la verità. L’unica cosa certa resta lo stupro di Marguerite, tutto il resto è soggetto al punto di vista attraverso il quale è filtrata la narrazione: così, per esempio, Jean appare un marito amorevole e premuroso nella prima versione, un uomo iracondo e burbero nella terza; oppure Le Gris è descritto inizialmente come un arrivista, mentre nella seconda versione se ne esaltano i pregi, la grande cultura e l’intelligenza.

UN MEDIOEVO CHE SA DI CONTEMPORANEITÀ


Ridley Scott, lo si è detto prima, è un maestro nella ricostruzione delle epoche storiche in cui decide di ambientare i propri film. Non si distingue particolarmente per accuratezza storica, ma nei suoi film l’età di Napoleone, la Roma imperiale, la Palestina crociata, l’Inghilterra basso-medievale, l’Egitto della XIX dinastia sembrano più vivi e veri di tantissime ricostruzioni e di tantissimi documentari. Gli svarioni non mancano, ma finché non sono particolarmente gravi li si perdona.
In The Last Duel non ci si deve aspettare niente di meno. Sulla scena viene portato un Medioevo fatto di guerre, sangue, brutalità, ma anche di corti, raffinatezza e arti. Un mondo ora cupo, ora sfavillante, sospeso tra la barbarie e una nuova cultura che avanza (del resto il film è ambientato nella seconda metà del Trecento, agli albori del Rinascimento). Le scene di battaglia, poche ma intense, mostrano la componente più bassa e viscerale della guerra: non c’è niente di cavalleresco o di onorevole sul campo, quasi in contrasto con i cerimoniali di corte e le rigide norme sociali ed etiche da seguire in contesti più civilizzati.
Tuttavia, sarebbe un errore considerare The Last Duel una semplice rievocazione. Il tema dello stupro ben si presta a essere attualizzato e così la pellicola assurge a momento di riflessione sulla piaga delle violenze subite dalle donne, fisiche ma anche e soprattutto psicologiche. Con un plot twist un po’ campato per aria ma di sicuro effetto, Scott fa persino della suocera di Marguerite la vittima di uno stupro, che però scelse di non denunciare: così si fa largo nel film anche il tema delle violenze tenute nascoste, la rassegnazione delle vittime che preferiscono non esporsi non solo per paura di ritorsioni, ma anche perché sanno che ai loro assalitori non verrà fatto nulla.
Marguerite invece denuncia, e ottiene in un certo senso soddisfazione, seppur non come voleva lei. Il suo stupro finisce infatti assoggettato alle logiche maschiliste e patriarcali del XIV secolo: non è più un crimine contro di lei, ma un affronto all’onore del marito. Jean de Carrouges scende in campo per difendere il proprio nome, e forse anche perché ha finalmente la scusa di togliere di mezzo un rivale. Alla fine sarà lui a trionfare, ma la vittoria per Marguerite sarà dolceamara.


Ridley Scott non delude le aspettative e confeziona un film potente, che gioca sullo scontro dei punti di vista e sull’incapacità di pervenire ad un’unica versione della verità. Con un cast convincente e di alto livello, una sceneggiatura solida e importanti agganci alla contemporaneità, The Last Duel è il degno ritorno sulle scene di un uomo che ha fatto la storia del cinema e, si spera, la farà ancora a lungo.

 

TITOLO ORIGINALE: The Last Duel
REGIA: Ridley Scott
SCENEGGIATURA: Nicole Holofcener, Ben Affleck, Matt Damon
INTERPRETI: Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer, Ben Affleck
DURATA: 153′
ORIGINE: UK, USA
DATA DI USCITA: 15 ottobre 2021

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, un dottore di ricerca e un insegnante di lettere, ma non è stato ancora confermato.

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