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The Whale

L’approccio alla trattazione del film e l’interpretazione di Brendan Fraser elevano la pellicola ad un vero e proprio mustwatch.

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Un solitario insegnante di inglese gravemente obeso tenta di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente per un’ultima possibilità di redenzione.

 

The Whale è il film di Darren Aronofsky il cui volto rappresentativo è quello di Brendan Fraser, in totale stato di grazia, in grado di regalare una prestazione degna di svariate candidature e, perché no, forse anche una statuetta. The Whale è un film che cerca di farsi strada nel cuore del pubblico raccontando la vita di Charlie, un docente che soffre di obesità, mentre tenta di riallacciare i rapporti con la figlia brutalmente abbandonata a soli otto anni.
La pellicola è costruita per demolire l’animo dello spettatore, come detto, e (quasi) tutti gli attori riescono nel proprio intento: si è detto di Brendan Fraser, semplicemente perfetto, ma vanno menzionate anche Hong Chau e Sadie Sink.
Un film emotivamente struggente che, però, evidenzia due grossi punti deboli. Il primo è rappresentato dal finale, eccessivamente didascalico, preannunciato fin da subito, abbastanza prevedibile e senza veri e propri scossoni.
Il secondo punto debole è la mole di tematiche a cui il film cerca di appoggiarsi: obesità; omosessualità; abbandono della famiglia; religione; malattia (sia di Alan, sia di Charlie); eutanasia; alcolismo. Insomma, The Whale è un potpourri di argomenti che a volte vengono trattati con attenzione e cura, mentre in certi casi vengono lasciati in disparte, quasi si puntasse alla semplice menzione piuttosto che alla trattazione vera e propria degli stessi.

La sua intera vita ruota intorno al tentativo di uccidere questa balena. Credo sia triste perché la balena non ha alcuna emozione. È solo un povero, grosso animale. E mi dispiace anche per Ahab perché pensa che la sua vita migliorerebbe se uccidesse questa balena. Ma in realtà non lo aiuterebbe affatto. Questo libro mi ha fatto pensare alla mia vita.

Aronofsky ha detto che al film stava lavorando da ormai una decina di anni, ma non era mai riuscito a trovare il giusto attore per interpretare Charlie. Come un fulmine a ciel sereno, poi, ha intravisto Brendan Fraser nel trailer di Journey To The End Of The Night e la scelta fu presto fatta.
L’attore canadese, durante le riprese, passava oltre 4 ore a prepararsi con le svariate protesi per ricostruire il personaggio di Charlie (protesi per un totale di 136 kg). Per rendere ancora più reale l’interpretazione e i movimenti, Fraser si è consultato con la OAC (Obesity Action Coalition) e ha lavorato con un istruttore di danza per svariati mesi prima dell’inizio delle riprese.
Tutto questo per sottolineare come Brendan Fraser abbia preso a cuore il ruolo e si sia cementato in un’interpretazione quanto più simile alla realtà. Cosa evidentemente non sufficiente dal momento che tra le controversie principali riguardo la pellicola c’è proprio il fatto che ad interpretare Charlie non sia stato scelto un attore realmente obeso. Sul The New York Times, Roxane Gay ha scritto addirittura che la pellicola è superficiale e ricolma di preconcetti, facendo presente quanto da lei notato quando è andata a vedere il film al cinema: “as I looked around the audience, I was struck by the fact that there were only four or so fat people in the audience and none on the stage”.

Devo sapere che ho fatto almeno una cosa giusta nella mia vita!

Sulla questione del casting di un attore realmente obeso c’è poco da dire se non fare un banalissimo esempio. Sono preferibili produzioni come The Whale che tentano di mostrare risvolti più umani di persone universalmente additate come “mostri” (perché questa è la chiave di lettura del film), rispetto a show come This Is Us che tentano in ogni modo di giustificare un problema di salute grave come l’obesità episodio dopo episodio cercando di presentarlo come se fosse qualcosa di normale.
Per quanto concerne la critica di Roxane Gay, invece, tralasciando la puntualizzazione che in sala non fossero presenti persone obese a guardare il film che è una motivazione sciocca per dare valore alla propria opinione, c’è da prendere in esame il voler additare il film come “superficiale” e “carico di preconcetti”.
The Whale non può essere superficiale nella sua trattazione principale perché mostra tutta la fragilità e l’innocenza di una persona che non ha la capacità mentale e fisica di poter sfuggire all’incubo in cui lui stesso si è trascinato. Anzi, come se non bastasse ne mostra la totale debolezza nel momento in cui cerca di velocizzare la propria fine mangiando a più non posso, quasi tentasse un approccio eutanasico.
E i preconcetti forse possono esserci, ma rappresentano i cliché che Aronofsky sfrutta per mostrare tutta la debolezza di Charlie: il doppio ordine di pizza; i panini giganti; le merendine; le bibite gassate e zuccherate. Insomma, il cibo c’è, ma rappresenta il cliché per antonomasia necessario per raccontare la storia del film.

Credo che nessuno possa salvare nessuno.

I problemi sono altri e si riscontrano nel momento in cui la tematica principale viene accantonata. L’omosessualità e la stigmatizzazione religiosa sono gettati alla rinfusa all’interno della storia, forse più per fare colore e aggiungere problematiche a Charlie che per un vero interesse nello snocciolarle all’interno della trama. Non è un caso che il personaggio di Thomas (Ty Simpkins) sia il meno convincente tra tutti, complice una caratterizzazione superficiale e dei legami con gli altri personaggi totalmente lasciati al caso.
Secondo peggior personaggio è sicuramente Mary, l’ex moglie di Charlie (interpretata da Samantha Morton), che rappresenta la “quota alcolismo” del film. E anche in questo caso c’è la stessa percezione di cui si parlava poco sopra: la si butta nella storia senza interesse alcuno nella sua esposizione o trattazione.
Un facile commento potrebbe essere: “certo, però se iniziavano ad analizzare tutti questi argomenti di quante ore sarebbe stato il film?”. Un commento giusto, ma con una veloce soluzione: queste tematiche parallele non erano né necessarie, né fondamentali per la storia. The Whale avrebbe colpito allo stomaco con la stessa violenza e avrebbe convinto forse di più.
La tematica dell’abbandono viene trattata, invece, a fasi alterne.
L’interpretazione di Sadie Sink è volutamente estremizzata, rendendo Ellie (figlia di Charlie) una persona spregevole, meschina e odiosa. Forse troppo. Ma c’è da considerare il background del personaggio, abbandonato a soli otto anni dal padre che è letteralmente fuggito dalla famiglia senza poi farsi più vedere. Quindi, ecco, per Charlie si tratta di una espiazione violenta (verbalmente) ogni qualvolta la giovane gli rivolge parola.

Ti viene mai la sensazione che le persone siano incapaci di fregarsene? Le persone sono fantastiche.


The Whale non è un film esente da difetti, ma l’approccio alla trattazione base del film e l’interpretazione di Brendan Fraser elevano la pellicola ad un vero e proprio mustwatch. Quello di Charlie è un vero e proprio calvario, scandito dal trascorrere dei giorni, in cui l’uomo espia le colpe del proprio passato attraverso il dolore. Ma non c’è redenzione senza dolore. E questo Aronofsky lo sottolinea più e più volte durante il film.
Il finale, abbastanza prevedibile, resta comunque molto poetico con la spiegazione (non così banale come si può immaginare) del titolo del film. A scandire il trascorrere del tempo non ci sono soltanto le scritte dei giorni, ma anche l’affannoso respiro di Charlie che, giorno dopo giorno, diventa sempre più udibile, penetrando nella testa dello spettatore senza più abbandonarlo.

 

TITOLO ORIGINALE: The Whale
REGIA: Darren Aronofsky
SCENEGGIATURA: Samuel D. Hunter
INTERPRETI: Brendan Fraser, Sadie Sink, Ty Simpkins, Hong Chau, Samantha Morton
DISTRIBUZIONE: A24
DURATA: 117′
ORIGINE: USA, 2022
DATA DI USCITA: 04/09/2022, 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia; 23/02/2023 (Italia)

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Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal.
Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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