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The Good Fight 6×09 – The End Of DemocracyTEMPO DI LETTURA 4 min

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The Good Fight 6x09 recensione“We are the majority and the minority rules, really?”

La fine di The Good Fight non poteva che passare per un risvolto politico. Democratici e repubblicani, la questione israeliana, la comunità afroamericana, il possesso di armi, la parità di genere… tutte presenze costanti negli sviluppi della serie, che ha spesso messo da parte trame e personaggi per veicolare l’attualità al centro della narrazione.
I risultati possono essere stati più o meno soddisfacenti, sicuramente mai scontati o poco pertinenti.

LA PRESA DI COSCIENZA DI DIANE


Diane: “C’mon Liz, you don’t need me.”

Il tasto più dolente delle ultime due stagioni è stata proprio lei, Diane. Si è già analizzato e ripetuto più volte nelle precedenti recensioni come il personaggio di Christine Barnaski sia stata vittima di archi narrativi che non le hanno reso giustizia, relegandola ai margini della serie.
Si contano sulle dite le apparizioni di Diane Lockhart in tribunale, ancora meno il suo apporto alla clientela e alle dinamiche societarie. E allora le parole messe in bocca alla stessa Diane non possono che risuonare come una presa di coscienza da parte di tutti: “Liz, you don’t need me.” Vero.
Come già successe nella quinta stagione di The Good Wife, la Lockhart sembra decisa a fare il passo decisivo e abbandonare la professione per altre sfide: all’epoca Peter Florrick l’aveva chiamata nel suo entourage offrendole la nomina di giudice della Corte Suprema – candidatura stroncata dal belligerante abbandono di Alicia e Cary dalla Lockhart&Gardner.
La svolta politica potrebbe arrivare sul momento giusto: il finale. Una trama di stagione alle redini del partito democratico avrebbe potuto riportare alla mente la carriera politica intrapresa da Alicia nella sesta stagione (proprio a fianco di quel Johnny Elfman allora alle prime armi) e d’altronde il punto cruciale sembra già essere spaventosamente simile: l’immagine pubblica a fianco del marito. I Kings ci hanno già costruito una serie da sette stagioni sull’argomento, insistere sul punto farebbe storcere più di qualche naso; meglio un eventuale finale che lo spettatore può solo immaginare.
Da una parte è un sollievo che una scossa del genere al matrimonio tra Kurt e Diane provenga dalla politica, dall’altro lato è innegabile l’influenza della liaison con il suo dottore (e che peccato poi sprecare John Slattery in una trama così!) nella scelta di Diane.

L’ONESTÀ INTELLETTUALE DEI KING


Gli intrighi politici sono il piatto preferito dei King. Sarà per questo che è ciò che gli riesce meglio: a partire dalle torbide acque in cui navigavano i Florrick, fino agli scandali dell’era Trump, gli autori non si sono certo risparmiati in critiche e argute strizzatine d’occhio.
Questa volta squarciare il velo tocca a Neil Gross, che si immola nella parte di carnefice di fronte ad un gruppo di spettatori solo apparentemente disgustati dalla sua condotta, in realtà consapevoli che vi siano logiche politiche ben lontane dagli ideali sbandierati nelle piazze. Elfaman prende in seria considerazione l’ingente finanziamento di Gross quando questi si propone di acquistare Fox News. E di fronte all’idea che un potente finanziatore politicamente schierato possa veicolare l’informazione e la cronaca giornalistica (nulla di estraneo alla politica nostrana) nessuno sembra battere ciglio.
Così come nessuno batte ciglio nemmeno di fronte alle minacce di Gross di abusare del suo potere violando la privacy dei suoi clienti e divulgando informazioni di cui ha l’obbligo di riserbo. Di fronte a un megalomane con manie di onnipotenza che minaccia di acquistare Facebook, Fox News e il Partito Democratico (e di nuovo, nulla di estraneo alle cronache più recenti) nemmeno Diane mostra segni di cedimento. Ma questa è in fondo una lezione da sempre presente nelle narrazioni dei King: l’onestà intellettuale di dipingere la corruzione e la sete di potere come ingredienti essenziali di ogni parte politica, sociale o legale. 
E poi, se Terminator è stato Governatore della California, nemmeno la candidatura di The Rock a portavoce del partito democratico può apparire così improbabile.

IL MONDO DI THE GOOD FIGHT/WIFE


Con la sesta stagione di The Good Fight non si concludono solo le avventure di Liz, Diane e company, ma si chiudono definitivamente le porte di un universo narrativo iniziato ben tredici anni fa.
Eli Gold, Frank Landau, David Lee, Elsbeth Tascioni, Johnny Elfman, Neil Gross, sono passati tutti in questa stagione a dare l’ultimo saluto al fittizio mondo legale e politico di Chicago creato dai King.
La fine è proprio arrivata e certo è giusto così, ma una nota di nostalgia non può non colorare queste ultime puntate, se non tanto per il nutrito gruppo di personaggi che ha acquistato negli anni sempre più spessore e realismo nell’immaginario collettivo.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La presa di coscienza di Diane: quale finale per il suo personaggio?
  • La politica e l’attualità sono la chiave vincente dei King
  • The Rock pietra fondante del nuovo partito democratico 
  • Marissa e la dubbia validità del suo repentino matrimonio. In pieno stile Marissa
  • Oscar Rivi: la velocità con cui il crimine passa da un partito all’altro senza troppi fronzoli
  • Frank Landau, Johnny Elfman, Eli Gold, Neil Gross… si chiude un grande universo televisivo
  • L’episodio è diretto da Carrie Preston (Elsbeth Tascioni, che così saluta due volte il pubblico) 
  • La dolente nota di Diane e il dott. Bettencourt

 

Ad un passo dal finale è difficile metabolizzare l’addio a The Good Fight/Wife. Si chiude una bella parentesi di serialità televisiva che è riuscita a mantenere standard di un certo livello per più di dieci anni. Non da tutti, forse da nessuno.

Lunatica, brutta, cinefila e mancina. Tutte le serie tv sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.

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