The Last Of Us 2×07 – ConvergenceTEMPO DI LETTURA 9 min

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Recensione 2x07 The Last Of UsRaccontare la brutalità del mondo di The Last Of Us significa, in ultima istanza, mettere a nudo l’animo umano in tutta la sua complessità: un intrico di traumi, desiderio di vendetta, amore distorto e disperata necessità di sopravvivenza. La seconda stagione dell’adattamento targato HBO si confronta con una delle sfide più ardue per una serie tratta da un videogioco: tradurre in linguaggio cinematografico un’esperienza interattiva che, nella sua natura ludica, amplifica il coinvolgimento emotivo. Se la prima stagione riusciva a fondere fedeltà narrativa e profondità emozionale grazie a una struttura episodica coerente e ben calibrata, la seconda, e in particolare il suo episodio conclusivo, paga il prezzo di una narrazione compressa, accelerata e in diversi punti sacrificata.

IL PESO DELL’EREDITÀ VIDEOLUDICA


La vera sfida di questa seconda stagione consisteva nella resa televisiva di un concetto centrale del secondo capitolo videoludico: la decostruzione dell’eroe e l’ambiguità morale delle azioni compiute dai protagonisti. The Last Of Us Part II costringe il videogiocatore a impersonare Abby, il personaggio che ha ucciso brutalmente Joel, protagonista indiscusso della prima parte, e lo fa senza offrire al pubblico vie di fuga. È proprio attraverso questa scelta – estremamente coraggiosa – che il gioco obbliga a riconsiderare le nozioni stesse di giustizia, vendetta e umanità. La serie, in questa prima metà della trasposizione televisiva, rinuncia a gran parte di questa ambivalenza, e di conseguenza si affievolisce anche l’impatto emotivo.
La costruzione del personaggio di Ellie, ad esempio, ne risente in maniera significativa. Nel videogioco, la ragazza è accecata dalla rabbia, motivata da un dolore profondo, intrappolata in una spirale che la conduce verso un abisso morale da cui non è possibile uscire indenni. In questa stagione televisiva, invece, Ellie è apparsa spesso disallineata rispetto a questo profilo, alternando momenti di profonda determinazione a sequenze in cui sembra quasi impegnata in una sorta di vacanza post-apocalittica. La scrittura cerca di restituirne il tormento interiore, ma la messa in scena – e talvolta anche l’interpretazione – non riesce a sostenerne l’intensità, lasciando emergere una rappresentazione frammentata e, in alcuni casi isolati, perfino incoerente.

ELLIE PEGI 16


Bella Ramsey conferma il suo impegno nel ruolo, ma la distanza dalla controparte videoludica di Ellie si fa, in questa stagione, ancora più marcata. Non si tratta di una questione legata all’aspetto fisico, bensì all’evoluzione psicologica e caratteriale del personaggio. Il salto temporale tra la prima e la seconda stagione avrebbe richiesto un cambiamento più visibile – non solo a livello emotivo, ma anche nella postura, nella gestualità, nella durezza dello sguardo – per segnare il trauma e la crescita avvenuti in quel lasso di tempo. Invece, la Ellie della seconda stagione sembra sostanzialmente identica a quella della prima, come se nulla fosse realmente cambiato, e questo stona in modo evidente con la spirale autodistruttiva che caratterizza il suo arco narrativo nel gioco.
Questa percezione è acuita dalla sensazione che, per compensare il fatto che Bella Ramsey non sia cambiata molto fisicamente rispetto alla prima stagione – dalla quale sono passati due anni, contro i quattro del videogioco – gli autori probabilmente abbiano optato per una Ellie volutamente più “infantile” rispetto alla sua controparte videoludica. Non si tratta solo di una questione estetica, ma di un approccio caratteriale, e questa discrepanza danneggia anche la credibilità della dinamica con Dina, altro personaggio chiave.
Nella serie, Dina appare troppo spesso come figura dipendente dal gruppo, priva della forza e della capacità di autodeterminarsi che la contraddistingue nel gioco. Il rapporto tra le due, per quanto tratteggiato con delicatezza, manca di quella tensione emotiva che dovrebbe accompagnare ogni loro scelta, ogni gesto, ogni sguardo, specialmente in un contesto dove amare qualcuno significa inevitabilmente metterlo in pericolo.

EMOZIONI SUPERFICIALI


La prima stagione della serie aveva colpito anche chi non conosceva il videogioco per la capacità di restituire emozioni complesse con grande delicatezza e potenza. Episodi come “Long, Long Time” sono diventati istantaneamente iconici proprio per questo motivo. Nella seconda stagione, invece, si avverte un distacco crescente tra ciò che viene mostrato e ciò che si dovrebbe provare. Le emozioni rimangono sulla superficie, suggerite più che incarnate, come se la sceneggiatura faticasse a immergere davvero lo spettatore nel dolore, nel conflitto, nella devastazione interiore dei personaggi.
Il problema non è tanto nella mancanza di eventi drammatici – ce ne sono a sufficienza – ma nella gestione del ritmo, nella costruzione delle scene, nella scelta di dove soffermarsi e dove invece tirare dritto. La serie, in questo senso, sembra più interessata a “coprire i punti salienti” della trama che a indagarne le sfumature. Ma The Last Of Us Part II non è una semplice storia da raccontare: è una ferita aperta che va mostrata, lentamente, senza paura di soffermarsi sul dolore.
La scena in cui Ellie viene catturata dalle Iene/Serafiti e rischia l’impiccagione dovrebbe essere, sulla carta, uno dei momenti più tesi all’interno dell’episodio. Eppure, nella realizzazione finale, l’intera sequenza si risolve in pochi secondi, con un attacco al villaggio – importante per ragioni di trama, ma gestibile diversamente – che interrompe l’azione e permette alla protagonista di fuggire senza che a nessuno venga in mente di farla fuori just in case – si poteva, per esempio, far assistere Ellie da lontano, magari nascosta tra i cespugli, all’uccisione di un povero malcapitato a caso, mantenendo così l’informazione dell’attacco al villaggio senza però mettere in scena una fuga scritta col culo del tutto inverosimile e priva di qualsivoglia pathos.
Il risultato è quindi fortemente anticlimatico, e la sensazione di fretta – già riscontrabile in altre parti della stagione – diventa qui ancor più evidente, dando l’impressione che la sceneggiatura proceda per scorciatoie, eliminando passaggi intermedi cruciali per costruire la tensione emotiva e morale che contraddistingue l’opera originale.
The Last Of Us Part II è un’opera videoludica lunga, densa e sfaccettata, la cui efficacia deriva non solo dalla storia raccontata, ma anche dal modo in cui il giocatore la vive, la affronta e ne subisce il peso sulla propria pelle. La seconda stagione tenta di condensare quell’intensità emotiva e narrativa in soli sette episodi, riuscendo a coglierne alcuni momenti significativi, ma senza restituirne appieno la complessità.

LA TECNICA CHE SORREGGE TUTTO


Pur in un contesto narrativo meno efficace, restano comunque evidenti le straordinarie qualità tecniche della produzione. La regia mantiene una coerenza stilistica che ben si adatta al tono cupo e disperato della storia. In più di un’occasione, questa sceglie deliberatamente di mimare il gameplay del videogioco, attraverso inquadrature in terza persona, lunghi piani sequenza dietro le spalle dei personaggi, oppure movimenti di macchina che riproducono quelli tipici dell’esperienza videoludica. Se da un lato questa scelta rappresenta un omaggio evidente ai fan della saga, sottolineando la volontà degli autori di mantenere un legame visivo con il materiale di partenza, dall’altro rischia di risultare a tratti forzata.
La grammatica cinematografica è infatti diversa da quella videoludica, non sempre l’imitazione funziona sul piano drammatico, e in alcuni casi queste sequenze sembrano più un esercizio stilistico che un reale strumento narrativo. Detto questo, va riconosciuta alla serie una grande cura nella composizione di questi momenti, che evidenziano la perizia tecnica della regia e la sua attenzione a ricreare l’atmosfera tesa, claustrofobica e immersiva tipica del gioco.
Le scenografie, che ricostruiscono con cura meticolosa ambienti devastati e ricoperti dalla vegetazione, riescono a coniugare realismo e lirismo post-apocalittico in maniera a dir poco impeccabile, e la fotografia, in particolare, gioca un ruolo fondamentale nel costruire la sensazione di decadenza incombente che permea ogni episodio, mentre la colonna sonora di Gustavo Santaolalla continua a punteggiare i momenti salienti con la consueta grazia malinconica.
Tuttavia, nemmeno queste eccellenze tecniche riescono sempre a colmare il divario emotivo che separa la serie dal suo modello videoludico. Perché The Last Of Us non è mai stato solo una questione di estetica o di worldbuilding, ma soprattutto di empatia, di compromessi morali, di ambiguità devastanti. E la televisione, per quanto potente, purtroppo non può replicare la forza esperienziale dell’interattività, se non si prende il tempo per esplorare fino in fondo le conseguenze delle azioni dei personaggi.
Raccogliere l’eredità di un’opera come The Last Of Us Part II significa confrontarsi con un’esperienza narrativa che ha ridefinito i confini dell’emotività interattiva, e tentare di tradurla in linguaggio televisivo rappresenta una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa. Farlo in appena sette episodi, con ritmi serrati e inevitabili compromessi strutturali, non può che limitarne la portata, sacrificando in parte quella stratificazione psicologica e quella lentezza necessaria a far sedimentare il dolore, il rimorso e la complessità morale dei suoi personaggi. È un’impresa nobile, spesso riuscita, ma che non può prescindere dai limiti del mezzo e dal peso dell’originale.

 

THUMBS UP 👍 THUMBS DOWN 👎
  • Ottima regia, colonna sonora e solita coerenza stilistica
  • Fotografia evocativa e scenografie sempre perfette
  • Interpretazioni principali e secondarie molto solide
  • Fedeltà a molti snodi cruciali del gioco
  • Ritmo molto accelerato e alcune sequenza chiave sacrificate
  • Ellie poco coerente con la sua evoluzione videoludica
  • Mancanza di intensità emotiva in alcune sequenze cruciali
  • Dina perde molto rispetto alla sua controparte videoludica
  • L’assenza di interattività, cruciale nell’esperienza, purtroppo riduce l’impatto emotivo della storia

 

La seconda stagione di The Last Of Us conferma l’altissimo livello produttivo della serie, ma inciampa nel momento in cui tenta di condensare una storia vasta, dolorosa e moralmente ambigua in una struttura televisiva troppo stretta. L’adattamento riesce ancora a emozionare, ma solo a tratti, e troppo spesso si accontenta di raccontare dove dovrebbe invece far vivere.
La prossima stagione si confronterà con l’arco narrativo di Abby, il vero banco di prova per capire se l’adattamento sarà in grado di restituire pienamente la visione di Druckmann e Mazin. Sarà quella la vera occasione per esplorare il tema fondamentale di The Last Of Us: non esistono buoni o cattivi, solo persone che tentano di proteggere ciò che amano.
Il giocatore, obbligato a vivere la storia dal punto di vista di entrambe le protagoniste, arriva a comprendere che Joel non è un eroe, ma un uomo che ha scelto l’egoismo pur di non perdere un’altra figlia. Abby, d’altra parte, non è una carnefice, ma una figlia devastata dalla perdita. La serie ha per ora solo accennato a questa stratificazione morale. Per essere davvero all’altezza del suo materiale di origine, dovrà avere il coraggio – e la pazienza – di mostrare tutto il resto.

 

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Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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